don Fully, Matilde, Francesco

Una mappa a sanguigna e un occhio nel metrò

Francesco Mari

Ho comprato questa tazza di Nightmare Before Christmas, ultimamente. È bianca nera e viola, e dentro ci stanno due cappuccini. Il teschio ti sorride in maniera inquietante, mentre bevi. Non potevo lasciarmelo scappare.

31 Marzo 2010. Porte de Clignancourt.

Chiudo la portiera, do un bacio a Matilde che si sporge dal finestrino, mi volto e attraverso la strada. Dal marciapiede resto a guardare la Panda azzurra di Fully che solo tre giorni fa ha condotto qui mio fratello, e che già se ne riparte.

Splendido piccolo tempo passato insieme. Ora loro imboccano il Boulevard Périphérique verso Est (direzione Digione-Lione-Valle dell’Arc-Val di Susa-Torino-Genova) ed io scendo le scale della metropolitana, scuotendo via dal mio ombrello le goccioline dell’acquazzone passato. A Porte de Clignancourt c’è il capolinea della linea 4. Quando arrivo sulla banchina vedo il treno che riparte sul binario di fronte. Continuo a camminare lungo il bordo, sapendo che entro pochi secondi lo stesso treno, fatta la sua inversione a U, starà muovendosi a fianco a me. Camminare insieme a un treno che arriva, udirlo alle mie spalle mentre proseguo verso il fondo della stazione e poi averlo improvvisamente a sinistra, che procede rallentando nella mia stessa direzione. Sentire un secondo prima di vedere il treno con la coda dell’occhio la spinta dell’aria fra i capelli. Avere la sensazione di non fermarsi mai, di essere tutt’uno col convoglio che si muove, salendo all’ultimo momento con un passo che è solo uno dei tanti che sto facendo sulla banchina, quello non è aspettare la metropolitana. Quello è prenderla, senza concederle niente, neanche un briciolo del tuo tempo speso ad attendere. Fa sentire bene. Non riesce sempre, purtroppo: spesso i minuti di attesa sono più di quelli che impiego a percorrere tutta la banchina. Allora mi fermo e torno indietro. E nell’istante in cui il muro di fondo occupa l’intero campo visivo, quello subito prima che mi fermi e mi volti, inizio ad aspettare. Ma se invece il trucco riesce, se riesco a salire sulla prima carrozza senza mai essermi fermato, allora non c’è muro davanti a me, ma solo il finto specchio che chiude la cabina del conducente, che appoggiandoci la testa lascia vedere davanti. E la strada continua ed è una. Senza pause.
Oltre il vetro è buio, si intravedono giusto le piccole luci che fiancheggiano i binari, curvando ora leggermente a destra, ora a leggermente a sinistra. Ogni tanto si sale un poco. Ogni tanto si incrociano i fari gemelli di un treno diretto nella direzione opposta. Alla fine del buio c’è sempre un’altra stazione di mattonelle bianche. Ma quella non fa davvero parte della strada. La strada del treno è sempre davanti, le stazioni sono sempre di lato. Quasi lo ignori quel loro brillare, e davanti hai solo la notte. E in mezzo alla notte, perfettamente incorniciato dalla galleria scura, al centro di tutto quel che si vede, c’è il riflesso del mio occhio azzurro, che appoggiato allo specchio si sforza di guardare dall’altra parte. A Genova ho un poster, che comprai anni fa alla Kunsthaus Tacheles di Berlino. È appeso sopra il mio letto. A guardarlo con attenzione è il disegno accurato di centinaia di oggetti animali piante, cose di ogni sorta una vicina all’altra e di diversi colori. Ci si possono perdere le ore davanti, semplicemente a contare le immagini perdute in quel groviglio di linee e sfumature. A colpo d’occhio però, quello che si vede è un occhio blu. E in effetti è un occhio blu, è anche un occhio blu. È il disegno di tutto ciò che quell’occhio blu ha visto. Di quello che contiene. Lo vidi su un tavolinetto nell’ingresso puzzolente di urina della Tacheles e pensai che faceva paura. Ciò nonostante, dopo aver girato in lungo e in largo il palazzo e aver visto decine di cose che mi piacevano anche molto di più, è con quel poster che scelsi d’uscire. Adesso fissa dal mio muro tutti quelli che entrano in camera mia, e se lo trovano dritto davanti al naso. Chissà cosa pensano. A me continua a fare paura. C’è tutto il mondo in quell’occhio. Nell’occhio al centro del tunnel, però, ancora non distinguo le forme. Sta là e mi guarda nello stesso modo mentre la metropolitana attraversa quartieri e strade, supera fiumi e colline. Arranca nel buio, consumando i pneumatici delle ruote. Resta là dovunque io vada. Sempre sulla mia strada. Sempre al confine del visibile, nel punto esatto dove anche le piccole luci oltre lo specchio si fanno pallide e svaniscono nell’oscurità. Forse vuole solo che ricambi lo sguardo. O davvero lo scopo è contare le sagome dell’iride, cercando invano di mettere ordine e ragione nel caos evanescente di un riflesso sul vetro?
Di fianco a me, Abbesses.
Pulisco con la manica della felpa l’alone che la mia fronte ha lasciato sullo specchio, mi volto nello scintillare candido della stazione e scendo. La strada adesso è una scala a chiocciola lunga e colorata, e sale.

Lunedì tiepido, seconda settimana di Marzo. La biblioteca della Sorbona. Un’ultima volta prima che chiuda. E non per studiare.

Mi fa morire, visto da qui. Seduto su una panca di pietra, la schiena appoggiata al muro della corte d’onore dell’università, ascolta la musica da un paio di cuffie beige il cui design ricorda quei frigoriferi anni Settanta che si vedono ancora a casa delle nostre nonne. Gli occhiali fanno pendant, ma quelli sono originali, le cuffie invece sono nuove di pacca. Si prende quel po’ di sole che regala Parigi oggi. Personalmente, devo ancora capire per chi lo faccia. Per se stesso? Per chi guarda? C’è differenza?
Sposto gli occhi dalla finestra e li riporto sullo schermo del computer della biblioteca. C’è odore di polvere. La sala di lettura è ancora aperta, ma nei profondi locali che la circondano gli scaffali già si svuotano. Una settimana e la grande Biblioteca Centrale della Sorbona chiuderà per restauri. E allora saranno cavoli. Potrei approfittare degli ultimi giorni, forse. Invece sono qui davanti al monitor, navigando sul sito del Père Lachaise, il grande cimitero nell’est di Parigi. Così grande che se cerchi una tomba in particolare, ti devi documentare prima. Un cimitero con sito internet e visita virtuale. Tanto varrebbe aprire un social network per fantasmi. Deathbook: keep in touch with the ghosts in your life. Scavo nel mio astuccio solo per scoprire che non ho niente per scrivere. A parte una sanguigna. Hai visto mai. Dietro un decreto della confederazione di Athena Ilias (III secolo avanti Cristo, mica pizza e fichi. Mai avrei creduto che sarei finito a occuparmi di bilanci comunali, registri delle tasse o liste della spesa antichi…) disegno una bella piantina del cimitero. Sfumata rosso mattone. Dritto, sali le scale, poi la prima sinistra poi a destra e continui per un po’. Poi di nuovo a destra, a sinistra e a quel punto comincia a guardarti intorno. Metto una bella croce calcata nel punto in cui si trova la tomba interessata.
Luca è ancora là sotto che guarda distrattamente la meridiana. Tutta questa polvere rossa mi ha sporcato le maniche della maglietta. E il bello è che sto preoccupandomene.
« Le cattive frequentazioni, ragazzo, portano a brutte abitudini! ».
« Stia tranquilla prof, vanesio lo sono sempre stato… ».
La mia coscienza parla con la voce della mia professoressa di matematica del liceo. Forse un giorno dovrei dirglielo. Chissà se sarebbe soddisfatta. Secondo me sì.
Mentre il cardinale Richelieu guarda perplesso i progetti della nuova Sorbona che sta facendo costruire (cosa che fa almeno da quando è stato dipinto sul muro di fondo della sala di lettura) io scendo divertito le scale e vado a rovinare la copertina di Vogue nel cortile. Per me è ora di andare a lezione, per lui è tempo di tombe. Affascinato dall’atmosfera, riverente verso le vestigia di chi lo ha preceduto, perduto in un tempo che non gli appartiene, non spetta a me dire quale sia la molla che lo spinge laggiù. Per me quei luoghi sono piuttosto la prova tangibile che andiamo avanti solo in virtù di chi ci spinge da dietro. Però entrambi ci troviamo qualcosa. Dovrei proporgli l’idea del social network dei trapassati. Per ora mi limito a raccomandargli di non perdere il decreto, che la settimana prossima mi serve.

Un mese dopo. Circa.

Chissà se il pacco con tutte le cose che si è scordato qui è poi arrivato a Krukkenstraße. “Devo scrivergli per chiederglielo”, penso, mentre guardo distratto Alessandra che gongola mentre lega uno dei segnaposto di cui ha appena finito di bruciare i bordi a un garofano rosa. Camera mia è piena di vita oggi. È stata adibita alla bell’e meglio a sala da pranzo, il mio letto dalle lenzuola rossissime coperte di giacche (primaverili!) e un numero mai visto di sedie attorno a due piccoli tavoli accostati, uno quadrato e uno rotondo, uno di vetro e uno di legno, che nella nostra immaginazione dovrebbero comporne uno solo. Addirittura me le sono fatte portare, le sedie. Tre quarti d’ora fa sedevo solo sul nostro sgabello agonizzante, in cucina, e pensavo che sarebbe stata la prima e ultima volta che festeggiavo Pasqua senza la famiglia. Cosa c’è poi da festeggiare, se non hai nessuno con cui festeggiare? Avevo torto ed ho già cambiato idea. Giulia arriva con un piatto di pizzette e Norma esce un attimo a comprare la panna spray per lo strudel. Carlo chiacchiera con Felipe e siamo tutti felici di questo, almeno lo trattiene dall’impazzare in giro smanioso di rendersi utile. Fuori il cielo è incerto se regalarci un raggio di sole o rinfrescare l’erba e l’asfalto di Parigi con un temporale d’aprile. Farà entrambe le cose, come sempre qui, e tutti lo sappiamo. Alla fine arrivano anche Marie-Therese e suo fratello, ci si versa un bicchiere di vino per cominciare, e si va. È dolce. Non esiste un altro aggettivo per descriverlo. Otto persone più o meno lontane da casa, cinque italiani, due austriaci e un cileno stretti intorno a quello che dovrebbe essere un tavolo in quello che decisamente non dovrebbe essere e non sarà mai un tinello, a celebrare in modo nuovo e allo stesso tempo così abituale una delle feste più vecchie del mondo. Non c’è l’agnello, e non ci sono le patate, bensì della pizza; c’è una torta di porri ed anche una pasqualina, ma di spinaci; c’è del sorbetto al limone e della panna, ma nessun uovo di pasqua. Pochissimo cioccolato (ma grazie a qualcuno un cioccolatino a testa lo abbiamo avuto) e uno strudel di mele bucato che ha perso metà del ripieno per strada. Ma a Marie-Therese piace. E se piace a un’austriaca, così male non dev’essere.
È una Pasqua vera, che nonostante tutto (Giulia ha proprio ragione) riesce a ricordare quelle a casa dei nonni. Ci alziamo da tavola alle cinque. A giudicare dallo sguardo degli austriaci, tra il divertito e il perplesso, trascinare il pranzo a oltranza dev’essere usanza italiana. Va detto tuttavia che non sembrano affatto contrariati da questo tuffetto nell’Europa mediterranea.
La cosa bella, ma bella davvero, è che ognuno ha fatto la sua parte, ha portato un poco della Pasqua di casa sua. Chi un garofano, chi una torta di verdura triplo strato, chi una sedia, chi suo fratello piccolo. Sul nostro tavolo c’è di tutto, compresa la difficoltà comune di non essere a casa. Però va bene così. Va molto più che bene. È dolce.
Dopo un ultimo scroscio di pioggia, esce anche il sole. Ho un attimo di pungente nostalgia del mio cane, mentre usciamo di fretta per cercare un prato dove digerire. Ma mentre la chiave scorre nella serratura facendo ruotare i vecchi ingranaggi della mia porta di casa, è già passata.
Per la prima volta da quando sono qui, sperimento qualcosa di simile al senso di famiglia al di fuori dalle mura di casa mia. Un leggero aroma di comunità, ma tanto può bastare.
Solo una cosa mi turba, quando rientro a casa dopo la messa, di sera. Tutto quel fango mi ha sporcato le scarpe. Mi toccherà lavarle di nuovo. Sorrido sospirando: mi viene in mente una certa maglietta macchiata del liquido verde delle starlights, che brilla di un intenso verde fosforescente nel buio della discoteca galleggiante. C’è chi sta peggio. E come dicevo, non è questione di cattive compagnie, è proprio peccato di vanità. Forse un giorno mi comprerò un paio di cuffie vintage anche io, chi può dirlo.
È stupefacente il numero di differenze che si possono avere in comune con una persona.

Lunedì dell’Angelo, 5 Aprile 2010.

I garofani con tanto di biglietto segnaposto, in ottima forma, fanno bella mostra di sé a bagno nel mio teschio di ceramica. Molto macabro. Fiori rossi e gialli in un teschio di ceramica. Solo Giulia poteva avere un’idea del genere. Mi piace.
Oggi la metro non la prendo. Vado a camminare per questa città che fiorisce di colpo immersa in questi meravigliosi venti gradi che non possono davvero durare. Vado a riempirmene gli occhi. Così domani, quando andando all’università il mio sguardo incrocerà quello dell’occhio azzurro in fondo al buio, forse saranno le sagome delle foglie nuove sugli alberi quelle che vedrò. Laggiù sulla mia strada, che in fondo è l’unica cosa che conta.

Annunci