LUCETTA FRISA: Ritorno alla spiaggia (Ed La Vita Felice, Milano, 2009, E 10,00)

Elio Andriuoli

Poesia come recupero del vissuto, che a tratti risorge e ci afferra con l’evidenza tangibile del presente, nel quale si confonde e rinasce: è questo il contenuto e il messaggio del nuovo libro di versi di Lucetta Frisa, Ritorno alla spiaggia, apparso nel maggio del 2009 a Milano.
Il libro si divide in tre sezioni, Senza voce, Ritorno alla spiaggia, Passeggiata, ciascuna delle quali è suddivisa a sua volta in testi complessi (in realtà si tratta di veri e propri poemetti) variamente articolati: tre per le prime due sezioni e due per la terza.
Alcuni dei testi qui raccolti sono già apparsi altrove, ma nel contesto attuale sono stati rivisitati e armonizzati tra loro, assumendo un nuovo significato.

La Figura che subito compare ad apertura di libro, nella sezione Gioia piccola, è quella della madre della poetessa; e i versi che la evocano sono tra i più tersi ed intensi del libro: “Ti rendo questo / non ho che il mio sogno e non me lo ricordo / oh il sogno che iniziò con te / restato a ruotarti nelle mani / tu neppure sapevi…”.
Ella le insegnò che le gioie vere della vita sono quelle minime di tutti i giorni, le quali soltanto veramente ci rendono felici: “Dentro di te ho saputo / lo splendore di non capire e di essere / la gioia del respiro e del sonno”; “Ancora insegnami la gioia piccola, / delle formiche / la strada notturna”.
Ciò che subito colpisce in questi testi è la forza e l’asciuttezza dello stile, dall’andamento ognora ben ritmato e condotto da una musica interna sicura e franca: “Oggi è il tuo compleanno / ti festeggio al mare / sdraiata nello etesso angolo di spiaggia / vicino a riva” (6 luglio, per un compleanno); “Mi è difficile dirti da dove parlo: / qui ho continuato il silenzio / che tanto amavo da viva / ma senza la solitudine” (Senza voce).
Perentorietà del dire e pienezza del sentimento, sempre estremamente controllato, caratterizzano pertanto i versi di Lucetta Frisa, nei quali i giorni e gli anni trascorsi riaffiorano con particolare evidenza. E’ quanto emerge anche da sezioni quali Un’isola, frutto di una vacanza a Ischia, che ha impresso in lei visioni indimenticabili: “Le terrazze si sporgono sul mare e la stanza / è una tana fresca / d’ora in poi tutto ci attende / siamo sospesi / in una cartolina da spedire a nessuno”; “Il mare / si riflette sopra e sotto / tanti specchi nella nostra stanza / … / tra questi specchi il mio pensiero rimbalza…”.
C’è qui un sentimento assorto del vivere, una profonda pensosità, nascente dalla nostra condizione di esseri effimeri, votati alla morte, che tuttavia per un istante colgono in se stessi l’evento misterioso dell’esistere: “Non so se questa pace me l’hai data tu o il tempo / oppure tu in accordo col tempo o il tempo con te / proprio come accade / in un’idea molto antica di armonia” (Spiaggia dell’Ariana).
Questo Ritorno alla spiaggia è dunque un ritorno alle radici del tempo, alle fonti lontane della sua storia individuale, dove “La luce soffice del dormiveglia / è una penombra che ci sfuoca” e dove “L’anteprima dolce della morte / è il viaggio attraverso il sonno / di noi due distesi sulla sabbia / l’uno nelle braccia dell’altro” (Ivi).
Nel poemetto eponimo, datato Genova-Quarto, settembre 2003, in una fitta serie di brevi strofe, Lucetta Frisa continua il racconto del suo viaggio a ritroso nelle stagioni trascorse, con un continuo scambio tra presente e passato: “Cammino sul filo teso della riva e la brezza / mi passa addosso da tutte le direzioni”; “Un signore in abito bianco / fischia dalla strada. / «E’ papà che ci saluta» dice mia madre. / Ma è già sparito / e lei con lui”; “Queste mattine restituite / le fermerò negli occhi. / Settembre sulla sabbia e su di me / lento avanza verso il suo nulla e il mio / ma ci accarezza prima” (Ritorno alla spiaggia).
Passeggiata, datato Genova-Quarto 2003, è un testo complesso, nel quale si alternano passi di autori diversi: in inglese, tratti da Wallace Stevens e Louise Glück; in francese, tratti da Bernard Noël; in catalano, tratti da Josep Maria Lopez-Picò; e in italiano, tratti da Giorgio Caproni e da Nicola Ghiglione.
Ne risulta un intarsio molto suggestivo, nel quale la Frisa insegue le proprie visioni, che culminano nella domanda finale, rivolta a se stessa: “E io adesso in cosa credo? Agli angeli no. Solo / a dei ritmi ventosi, dei ritmi… // Devo tornare a casa per fermare queste parole”.
Da ultimo Porta rosa. Parla qui una donna di Elea, la città che fu patria di Parmenide e di Zenone. Ella è tornata dal regno delle ombre e cerca la sua casa, ma, dopo tanti secoli, di essa nulla è rimasto, dato che tutto ha cancellato la ruota del tempo: templi e dimore degli uomini. Anche i pozzi ormai sono secchi e i porti insabbiati. La morta ricorda: “La mia casa era ai piedi di una strada in salita / e in cima una porta grande di pietra dove passavano / muli e mercanti armi cavalli guerrieri”.
Era quella la “Porta rosa”, così detta perché si tingeva di rosa al sole dell’alba e del tramonto. Oggi soltanto essa rimane di quanto visse intorno a lei: tutto il resto, uomini e cose, è scomparso. La donna venuta da lontano non ritrova più la casa ove trascorse gli anni felici della sua giovinezza. Forse sentirà la voce della madre chiamarla, e dovrà decidere se restare o tornare da sola nel buio. Intanto sempre più forte le giunge il richiamo dell’Oltre, mentre ella si affida per sempre “alla sua polvere”.
Un testo di alta suggestione e di eletta poesia, che degnamente chiude un libro dai sicuri esiti; un testo nel quale la voce della madre della donna, che a un tratto si leva, ricongiunge circolarmente questa sezione a quella iniziale, ove la madre della poetessa era stata evocata, con un effetto di indubbia efficacia.

Da “Pomezia Notizie”, Anno 17 (Nuova Serie), n. 9, Settembre 2009

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