Vico Faggi (a destra)

Liliana Porro Andriuoli

Di Vico Faggi, insigne figura di letterato del mondo culturale genovese, abbiamo più volte parlato: a lui infatti è stata dedicata la “Lettera in Versi” n. 8 (gennaio 2004) e sue poesie sono ripetutamente apparse sia a proposito della presentazione del gruppo “Poeti Insieme”, di cui faceva parte, sia in occasione del quindicesimo anniversario della rivista “Nuovo Contrappunto”, di cui era un assiduo collaboratore. Ora purtroppo ne riparliamo, seppure con un po’ di ritardo, poiché egli è mancato lo scorso 17 gennaio a Genova.
Nato a Pavullo nel Frignano il 13 febbraio del 1922, Vico Faggi, conseguita la laurea in giurisprudenza all’Università di Modena, entrò in Magistratura con prima nomina come pretore a Orzinuovi, in provincia di Brescia, e fu successivamente trasferito (dal 1958 in poi) a Genova, dove terminò le sue funzioni di magistrato nel 1992, come Presidente Vicario di Corte d’Appello. E’ appunto a Genova dove, collaborando allo Stabile della città, ha dato inizio alla sua brillante carriera teatrale, rivelandosi un eccellente autore di teatro: i suoi testi (1) sono infatti stati rappresentati con grande successo di pubblico e consenso di critica in molte città italiane. Ha inoltre raggiunto una notevole fama come traduttore dei maggiori poeti tragici e dei commediografi della nostra tradizione classica: sue sono le traduzioni di Euripide, Sofocle, Plauto, Terenzio e Seneca edite da Einaudi e Mondadori. Fra tutte non si può non ricordare la sua traduzione de Le Tragedie di Seneca, edita nel 1992 da Einaudi, nella collana “I Millenni – Serie: Teatro di tutti i tempi”.


Anche se è stato innanzitutto uno scrittore di teatro, Vico Faggi fu tuttavia un poeta molto valido, come stanno a dimostrare le sue pregevoli raccolte di versi, tra le quali ricordiamo specialmente: Corno alle Scale, Fuga dei versi, Poetando cose, Signora d’Albuison e Svolte (2).

Caratterizza la sua poesia un’estrema asciuttezza formale e l’incisività del verso, che sovente reca immagini di estremo nitore. Classica e moderna ad un tempo, la sua poesia si giova di un notevole plurilinguismo e talvolta di citazioni da lingue sia antiche che moderne. Sempre comunque la sua è una poesia immediata e direttamente comunicativa, che va incontro al lettore in modo franco e aperto. Come egli stesso dichiara ne L’orecchio interiore, una poesia di Fuga dei versi, le sue tematiche fondamentali sono: Polemos, Eros e Mnemosine (“Chi me li porta, i versi? Chi li versa / nel mio orecchio interiore? / Eros li porta, e Polemos, Mnemosine”). Le poesie ispirate da Polemos furono le prime che Faggi scrisse: le raccolse dapprima in Quaderno partigiano e furono successivamente, in parte, riprese in Corno alle Scale. Fra le più significative sono da ricordare Sestola (“E’ veleno la guerra, partigiano, / fermenta nel sangue, si rivela / nei monti devastati, nei villaggi / bruciati, / nei compagni caduti”) e Ragazzo (“Che sa il mondo del tuo sacrificio? / Solo tua madre e i tuoi compagni / ti piangeranno, ragazzo caduto, / e solo per noi, nelle giornate di sole, / i fiori selvatici dei prati / grideranno il tuo nome”).
Con il passare degli anni il suo Polemos si trasferì però anche nell’ambito civile, connotandosi come denuncia del disimpegno e dell’oblio nei confronti di coloro che in giovane età si sacrificarono per nobili ideali, poi negletti dai più: “… Quale stretta / ha reso inconsapevole, colpevole / in torpore di sensi, turpitudine, / l’acedia che ci assedia / nelle rughe dell’anima? La fuga / ha rinnegato l’umile / orgoglio che ci mise / (negli anni della faida, della sfida) / noi giovani, noi miseri, noi, contro / la tirannide…”, Da una lettera: Nisi a Deo (da Fuga dei versi). Nelle sillogi successive il motivo di Polemos è evidenziato ancor meglio, figurando addirittura come titolo di sezione; il che avviene tanto in Poetando cose quanto in Svolte. Nella prima silloge è di particolare rilievo Natale 1943 (“… Fuori neve / e lo sgomento della guerra, il pianto / dell’Europa trafitta. Qui lo stoico / discorrere di amici”) e nella seconda Frignano. Silenzio (“Che vai cercando? Tracce / di affanni, di cacce, di spari, / ansiti dolceamari / del tuo cuore allo sbando”). E si tratta sempre di poesie forti e intimamente sentite, che fanno molto pensare.

Per quanto riguarda Eros, già in Corno alle Scale troviamo poesie molto significative, quali L’angelo: “Nel sogno la notte si scioglie / dalla gelida veste, / mi si volge, sorride, / porge timide labbra” e Ut stetit ante oculos, dove assume una connotazione d’ispirazione ovidiana: “Posito velamine, caduto / ogni velo Corinna fu dritta / dinanzi ai tuoi occhi che stupiti / esitando guardavano: perfetta / tutta in ogni parte la figura”. Importante per Vico Faggi, forse anche per la suggestione classica che da quel nome promana, è la figura di Corinna, la quale, come afferma Caterina Barone (3), sta a significare l’“incarnazione dell’eterno femminino”, celandosi, “sotto le sue iridescenti forme”, “non una ma cento figure di donne”. A lei Faggi non a caso dedica un’intera plaquette: Da Ovidio, Corinna, nella quale la fanciulla amata da Ovidio, pur se discesa dal limbo della letteratura, si presenta come una creatura viva e vera, con tutta la concretezza di una persona reale. E non a caso lo stesso Faggi afferma in proposito: “Non credo che si possa negare che, in questa mia cornice, la giovane donna sia andata acquistando una sua autonoma vita, non priva di suggestioni e di incognite” (4) .
Numerose sono le poesie ispirate da Eros anche nella garzantiana Fuga dei versi. Molto efficace è tra esse Da un fotogramma, dove leggiamo i versi: “Traggono a sé, mi captano le labbra / tracotanti e maliose. Sono preso, / al vostro, belle labbra, sortilegio”. Un discorso a parte poi andrebbe fatto per i tre sonetti caudati posti quasi a conclusione del libro: Nel sogno, Eidolon e Imago, dove meglio che altrove emerge la straordinaria bravura tecnica di Faggi, il quale fa uso non solo di rime e di assonanze, sia esterne che interne al verso, ma anche di un personalissimo plurilinguismo che si estende al francese e soprattutto al tedesco. Ed a proposito del plurilinguismo di Faggi Angelo Marchese (5) fa notare come esso sia “quanto mai lontano dal citazionismo culto dei poeti professori e tanto più dalla vena neoterica di certi sperimentatori d’avanguardia”.
Si deve poi osservare che l’Eros di Faggi, benché talvolta assuma connotazioni sensuali, è sempre contenuto entro i limiti del buon gusto, sicché la donna non è mai da lui vista come oggetto, ma piuttosto come essere umano degno del massimo rispetto; ed inoltre come persona reale e concreta nel suo agire e nel suo sentire e non come uno stereotipo di tipo stilnovistico. Una figura complessa, pur tuttavia viva e vera, è nella poesia di Vico Faggi quella di Margherita d’Albuison, che assume connotazioni tanto aeree e spirituali quanto terrestri e talvolta persino perverse, in un contesto che la vede sotto i più differenti aspetti e che costituisce una delle figure femminili maggiormente riuscite del nostro poeta.

Memnosine, il tema memoriale, è forse quello che nella poesia di Vico Faggi ha più ampio sviluppo, invadendo sovente il territorio di Polemos ed Eros, che dal ricordo traggono molta ispirazione. A proposito di Mnemosine, Faggi in un’intervista (6) ebbe a dire: “Mnemosine è la madre delle Muse, e il suo nome letteralmente significa memoria ma anche pensiero. Per me ricordare significa rivivere, recuperare momenti in cui mi sentii vivo, felice, in armonia: ricordo la casa paterna, l’infanzia, ma anche la guerra e i rischi, e l’Eros, e gli incontri fortunati. La poesia è un tentativo di possedere per sempre ciò che fu nostro e che si è fatalmente perduto”.
Tra le poesie più efficaci e forse meglio conosciute che a questo tema s’ispirano, troviamo appunto quelle riguardanti il ritorno all’infanzia e alla casa paterna. Si veda ad esempio Epicedion: “La strada di campagna / tra gli spini le razze // ripida rapida ascesa / tra i ciottoli le pietre le boazze // l’odore di pollaio. Ne l’aria sospesa / una gallina chioccia… // Fruscia il silenzio, frémita. Se tendi / l’orecchio, se la sorte / ti assiste, se questa / è l’ora propizia, / forse dalla penombra / di quelle siepi magre / per un attimo forse / ti raggiungerà / giovane non velata / non incrinata voce / tua madre”.
Ma non ci possiamo esimere qui dal citare almeno gli ultimi versi di una poesia tra le più compiute di Vico Faggi, che è Dalla casa paterna, in cui il motivo della casa d’origine si unisce a quello struggente del ricordo dei genitori: “Eppure lo sento, voi siete / vicini, qui presso, qui accanto / e già vi librate, vi sciogliete / dalla vecchiezza triste, dalla stretta / del suo pugno grinzoso. / Ed ecco siete ritornati / ai vostri giovani anni / ai borghi ai paesi che vi dettero / un asilo, un rifugio. / Ed io con voi, nella casa, bambino / indugio nel cerchio di luce, / le mani mi proteggono / di mio padre, di mia madre. / Si allontana il quadro, si riduce. / Infranta la visione / si scompone nel prisma delle lacrime”.
La poesia del ricordo in Vico Faggi trova poi nell’evocazione della figura della moglie Mirta uno dei motivi più efficaci, sempre fecondo di sicuri risultati. Basti leggere in proposito i due testi (7), che qui riportiamo:

DUE A FIRENZE
Stazione di Firenze. Pittura di Rosai.
Le macerie del tempo si dissolvono,
le dita si protendono
a catturar frammenti
che conservino l’acre, il devastante
sentore dei momenti della vita.

Luce sui colli, pace.
Due giovani camminano, si amano
fidenti nell’avvenire.
Una famiglia nasce.

Piazzale Michelangelo. Che intensi
sguardi sulla città,
sui secoli, la storia! Ma li vince
il richiamo dei sensi.

Eppure
da quei lastrici
si estrude
crudo vermiglio un grido:
sangue fraterno striscia
sulla città del giglio.

Nomi? Giovanni Berta,
Spartaco Lovagnini…

Altre voci per via,
l’arte, la poesia.

Campana non amava i fiorentini,
nasceva l’ermetismo, Bargellini
fondava Frontespizio.

Giubbe Rosse, Montale, Dora, Clizia…

LA TUA CASA
La tua casa ti attende, tu lo sai,
fiduciosa ti attende, ché confida
nel tuo ritorno. E nulla, tu lo sai,
è mutato: le stanze
sono come nel giorno che tu sai.

Mobili, soprammobili, le tende, la schiera
di foto di famiglia: fedelmente
ogni cosa è dov’era, come era.

Ma s’avanza la sera:
un’ombra si protende, si propaga
di stanza in stanza. Forse
teme che tu ritardi ed impaziente
si fa l’anima della casa.

Speranza non s’arrende:
ascoltare i tuoi passi, rivedere
le tue mani, i tuoi gesti,
gli sguardi che volgesti
sulle cose.

In queste ore ansiose
la casa si sente più sola.

Alta è qui la piena del sentimento, che però viene espresso dal poeta in maniera asciutta e ferma, sicché mai scade nel sentimentalismo, e ci offre invece degli esempi di alta compiutezza formale. E questo è proprio il segreto dell’arte di Faggi: quello di saper manifestare con parole sobrie ma efficacissime anche la più intensa commozione; nel che sta poi la virtù propria del vero poeta. Ed egli sicuramente lo fu in modo esemplare.
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1) Fra i testi teatrali più importanti di Vico Faggi sono da ricordare: Ifigenia non deve morire, 1962 (che tre anni dopo assunse il nuovo titolo Un certo giorno di un certo anno in Aulide); Il processo di Savona, 1965; Cinque giorni al porto, 1969 (in collaborazione con Luigi Squarzina); Voci del Black Power, 1971; Rosa Luxemburg, 1976 (in collaborazione con Luigi Squarzina); Non più mille, 1979 (in collaborazione con Gina Lagorio) e numerosi atti unici e radiodrammi. Del teatro di Vico Faggi si è occupato con notevole assiduità e approfondimento di problematiche Roberto Trovato.
2) Oltre a Corno alle Scale (Milano, All’insegna del Pesce d’Oro, Scheiwiller, 1981; Prefazione di Sergio Solmi); Fuga dei versi (Milano, Garzanti, 1986; Prefazione di Lanfranco Caretti e Postfazione di Angelo Marchese); Poetando cose (Bellinzona, Istituto grafico Casagrande, 1990; Prefazione di Pietro Gibellini); Signora d’Albuison (Genova, Edizioni S. Marco dei Giustiniani, 1996; Postfazione di Davide Puccini) e Svolte (Milano, All’insegna del pesce d’oro, Scheiwiller, 1998, con il patrocinio della Fondazione Schlesinger) Vico Faggi, come poeta, ha pubblicato: Quaderno partigiano (Savona, Ed. Silvio Sabatelli, 1968); Sette poesie da (Savona, Edizioni di «Resine», 1985; Prefazione di Adriano Guerrini); Amici, pittori (Pescara, Questarte Libri, 1a ed. 1985; 2a ed. 1986; Prefazione di Vittorio Coletti); Sette poesie (Pisa, Editori Giardini, Collezione Europa, diretta da Renata Giambene, 1987; con un saggio di Elio Gioanola); Da Ovidio, Corinna (Forlì, Forum/Quinta Generazione, 1988; Postfazione di Caterina Barone); Il giudice e il poeta (Genova, Marietti, 1991); A Mirta (Genova, Autoedizioni, 2000); Intra domum (Novara, Interlinea Edizioni, 2003) e Lo sport e l’anima (Savona, Edizioni di Resine, Sabatelli, 2006, con postfazione di Davide Puccini).
3) Postfazione a Da Ovidio, Corinna.
4) Nota introduttiva alla raccolta Da Ovidio, Corinna.
5) Postfazione a Fuga dei versi.
6) Intervista a Vico Faggi in “Lettera in Versi” n. 8.
7) La prima delle due poesie, Due a Firenze, è apparsa su “Nuovo Contrappunto”, Anno IX n. 2 – Aprile – Giugno 2000; mentre la seconda, La tua casa, è stata pubblicata sulla plaquette a cura di Werther Romani, “Rare sillabe” – Poesie per gli amici II, (Edizioni domestiche WR, settembre 2009), di cui sono state stampate soltanto 40 copie destinate agli amici dell’Autore e del Curatore.

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