Francesco Mari

Mai avrei creduto che dopo un trimestre di lâches lezioni di tedesco (lo scriverei in italiano, ma «pigro» non rende, e «lasso» fa tanto Guittone d’Arezzo) mi sarei ritrovato di fronte a 15 pagine di articolo scientifico da tradurre. Nessuno mi ha ancora spiegato i pronomi, il congiuntivo men che meno, figurarsi le proposizioni indirette («La particule séparable va toujours à la fin de la phrase», dice la mia prof). Ma nessuno mi ha fatto sconti sulla bibliografia, e per cominciare a scrivere il mio, ho bisogno di leggere l’altrui. E perciò, riga dopo riga, mi ci provo da giorni. Tentando di rizucostruire (gli zu si infilano ovunque!) le critiche di un tedesco a un libro francese che analizza testi in greco antico. Cool.

Sabato, 9 Gennaio 2010. L’ultima sala della mostra «De Byzance à Istanbul», Grand Palais.

Sto in piedi in questa grande stanza nera. Dalle pareti lucide piove la luce alogena dei faretti che illuminano un’ampia porzione di pavimento, di fronte a me.

Due giorni fa ho dato l’ultimo esame, dopo quelli che hanno preceduto le vacanze di Natale. Non ho alcuna idea di come possa essere andato, anche perché nei diciassette giorni passati a casa ho fatto tutto fuorché ripassare. Fatto sta che da oggi cominciano tre settimane di interruzione delle lezioni, mentre gli studenti della triennale danno gli esami. Grazie alla curiosa organizzazione della Sorbona, questo sarà il primo Gennaio senza compiti in classe, esami, pagelle, voti (“And we all say thankya”, direbbe a questo punto Stephen King, che ho giurato di non leggere più tanti anni fa, ma che mi ha fregato di nuovo). L’occasione per fare un po’ di sano turismo per la vecchia Paris.
Risalto in questa grande stanza nera, il mio maglione celeste da cui spunta la maglietta bordeaux, i pantaloni di velluto marrone chiaro. La giacca è nello zaino, che solo si confonde, nero, con l’ambiente che mi circonda. Sono assai soddisfatto di questo zaino, e grato a chi me lo ha regalato. È stato e rimane uno dei miei migliori compagni di viaggio. E di scuola. Per non dire una superba borsa della spesa. È stato pensato per la montagna; se qualcosa se la cava in montagna, eccelle nel resto, e io il mio zaino l’ho testato sul Rocciamelone. E sulla neve a Capodanno.

30 Dicembre 2009. Pratonevoso.

Salāh al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb alza gli occhi verso il cielo, facendosi schermo un lembo del turbante semidisfatto. Il vento che non accenna a placarsi solleva e trascina verso nord la sabbia del deserto egiziano. Tra una raffica e l’altra si distingue un po’ di azzurro. L’esercito fatica a proseguire arrancando tra le sabbie, ma Saladino sa di non potersi fermare. L’accampamento degli infedeli, secondo gli esploratori rientrati poco prima dello scoppio della tempesta, si trova a poche ore di marcia, presso un’oasi solitamente frequentata dai soli mercanti che percorrono quella pista in mezzo alla sabbia. Giungere all’oasi prima del placarsi dei vento significherebbe poter sfruttare l’effetto sorpresa, e Saladino non può lasciarsi scappare un’occasione del genere. Perciò prosegue, chino sul suo dromedario, i suoi uomini con lui.
«Qualcuno ha visto la pancetta?»
Qualche ora prima un soldato nemico mandato in avanscoperta era stato avvistato cavalcare a fatica nella loro direzione. Prima ancora che la staffetta lo raggiunga, le imprecazioni in francese portate dal vento lo avvertono che è stato catturato. Il poveretto, accecato dalla sabbia, deve essersi imbattuto nella colonna in marcia senza quasi accorgersene. Il sultano abbandona la testa delle truppe per interrogare il prigioniero. Ma non avrà mai le informazioni sul campo nemico che per un attimo ha sperato di ottenere: un soldato avventato ha già provveduto a sgozzare l’esploratore cristiano. Per quel che riguarda il cavallo, se avesse avuto qualche speranza di sopravvivere nel deserto, la tempesta di sabbia le avrebbe comunque ridotte a zero. Che sia abbandonato al suo breve destino. Per la barba del califfo, riuscirà mai a sedare l’iniziativa dei suoi uomini? Sebbene siano volenterosi, e quantunque si sia sforzato di dividerli in battaglioni compatti, si è sempre trovato a dover riparare ai danni causati da qualche indisciplinato individualista.
«Perché vorrei metterla nel sugo insieme alla salsiccia!»
«Insieme alla salsiccia? Perché non la friggiamo insieme alle patate, invece?»
«Scherzi?»
«Sono d’accordo anch’io! Pasta e salsiccia, patate e pancetta!»
«Ma chi è che cucina, scusa, io o tu?»
Ed eccola infine. Mentre le ultime raffiche di vento spazzano un deserto sempre più buio e freddo, la piccola oasi appare oltre una fila di dune. Nella luce morente, Saladino riesce a scorgere i soldati cristiani preparare l’accampamento per la notte. Presto saranno accese le luci di vedetta. Per l’ultima volta.
«Scusa, ti puoi alzare?»
«Hmmmm?»
«Ti puoi alzare? Vorrei chiudere questo letto. E poi non trovo quella cavolo di pancetta, ne sai qualcosa tu?»
«Io? Ma io veramente…»
«Bah. Alzati, forza, che qui chiudiamo!»
«Uff…devi proprio farlo adesso?»
«Sì! Tu intanto spegni quel coso e guarda se riesci a trovare la pancetta!»
«Ma…»
«Ho detto che mi serve da mettere con la salsiccia! Le patate le puoi friggere da sole!»
A me, uomini! Che Allah sia con n…Mela+Q.
Rassegnato, chiudo il MacBook di Fruit e mi alzo dal divano letto. Devo ammettere che lo spazio è poco davvero, se il divano-letto è aperto. Tuttavia erano almeno due anni che non mi concedevo una partita a Age of Empires II. Proprio ora che stavo per abbattermi col grosso delle mie truppe sul debole accampamento crociato, mi tocca interrompere. Qualcun altro ti condurrà vittorioso ad Hattin, Saladino. Io ora devo friggere le patate. Con la pancetta, che Francesca cercherà per tutta la casa invano, poiché è al sicuro sotto le coperte, tra le braccia di Fruit, dalle quali emergerà solo per fare un tuffo nell’olio bollente.
Guardo fuori dalla finestra. Anche qui, nel buio, il vento non accenna a placarsi. Tutto il giorno ha soffiato nella conca, facendo dondolare in modo inquietante i sedili della seggiovia ferma. Tutto il giorno abbiamo scrutato fuori dalla finestra, cercando i segni di un miglioramento. Alla sera nuotiamo ormai nella nostra stessa inerzia, prede della pigrizia di quelli che hanno trascorso la giornata sotto le coperte. Una giornata di quelle nelle quali il massimo sforzo compiuto è stato spostarsi dal letto al divano. A modo suo, meravigliosa.
Domani sarà tempo di sci; oggi è tempo di godere dell’essere insieme in poco spazio. Di parlare. Di ridere. Di guardarsi. Di ascoltare. Di giocare insieme a Age of Empires, perché no (“una legione di monaci, facciamo una legione di monaci!”).

1° Gennaio 2010. Malanotte. Ore 9 del mattino.

“Torniamo indietro Fru, non hanno neanche aperto”, dico guardando gli impianti fermi davanti a me. Tutto è silenzioso. Anche se forse non lo è davvero, ma si ha sempre quell’impressione, quando è appena nevicato. La neve fresca fa silenzio. Proprio lo fa, lo genera. Tutto l’ampio spettro di frequenze sonore percepibile dai nostri orecchi pare ridursi a “thud”. Al massimo. O almeno, sembra che sia così. Una pietra che cade: thud. Un ramo che si spezza: thud. Una porta che sbatte (ma quando è appena nevicato non sbattono le porte, o sì?): thud. Una macchina che si muove sulla strada: thud thud. Fruit che mi risponde: thud. Faccio fatica a ricostruire che ha detto qualcosa come “Non è possibile”. Ha appena nevicato cavolo, deve aver fatto thud. È così che vanno le cose quando nevica, no? Tutto è silenzioso. E dietro i cavi della seggiovia si vedono le montagne, dall’Argentera fino al monte Rosa e anche più a Est. Montagne che conosco e punto a dito e vette che non sono più di un profilo senza nome. Così si devono essere sentiti i soldati stranieri giunti in Italia attraverso i passi alpini, quando con uno sguardo hanno abbracciato per la prima volta il Bel Paese, addormentato sotto la nebbia del mattino. E così piccolo, ai piedi della sua maestosa corona di pietra e neve.
“Non è possibile” dice Fruit, e infatti non lo è. L’omino della seggiovia esce dal suo gabbiotto e ci chiede se vogliamo sciare, e noi capiamo di essere i primi. Siamo arrivati Uno! Pochi minuti dopo, mentre -aspettando che Fruit si allacci la tavola ed Erika sistemi gli attacchi dei suoi scarponi- mi domando cos’abbia mai di così speciale questo Monviso, tanto da non riuscire a smettere di guardarlo, le seggiole innevate si incamminano lungo i cavi in tensione. Ovviamente, fanno thud.
C’è chi è rimasto a casa a dormire dopo i festeggiamenti, o ha deciso di trascorrere la mattinata in una macchina sul ciglio della strada bianca a strusciarsi voluttuosamente (abbiamo visto anche questo). Noi no.

Neve, Sole, Silenzio. Qualcuno con cui correre giù per il monte.
Pochi anni sono cominciati sotto auspici così buoni.

Sabato, 9 Gennaio 2010.

Sto in piedi in questa grande stanza nera. Dalle pareti lucide piove la luce alogena dei faretti che illuminano un’ampia porzione ribassata di pavimento, di fronte a me. L’incavo contiene tre file di almeno una dozzina di cassette di plastica, di quelle che si usano per la frutta o il pesce, piene di cocci di terracotta. Tutti uguali a un primo sguardo, del colore dell’argilla nelle sue diverse gradazioni. Ma basta fare un po’ di attenzione per notare che ciascuno è stato diligentemente inventariato e munito di un numero d’identificazione. Provengono dagli scavi del porto di Teodosio II, recentemente venuto alla luce a Istanbul durante i lavori della nuova linea di metropolitana sotto lo stretto. Decine di relitti di imbarcazioni tutte nello stesso luogo. Complete di carico. Frammenti di giara, sono tutti frammenti di giare in attesa di essere -chissà quando- riassemblate. Fanno impressione tanto sono anodini, cocci tutti uguali, arancioni e divisi secondo oscuri criteri in cassette di plastica. Ma prima di essere posati sul pavimento del Grand Palais, sono stati in sacchetti di plastica incrostati di fango. E prima ancora sotto metri di terra e acqua.

Settembre 2008. Montelago sui gioghi dell’appennino marchigiano. Un pomeriggio tiepido, sul terrazzo.

La risata contagiosa di Serena e Federica interrompe i miei pensieri. Le guardo da dietro gli occhiali da sole, e non riesco a capire come si possa amare e odiare il proprio lavoro allo stesso tempo. Loro in questo sono maestre, come tutti gli archeologi. Forse ci riescono perché in realtà non è ancora tecnicamente il loro lavoro. Sono specializzande, amano l’archeologia col trasporto degli studenti e la odiano con la consapevolezza, tipica di chi l’ha frequentata abbastanza, che difficilmente essa diventerà la loro professione. La loro è una risata che già vorrebbe ma ancora non riesce ad essere amara. Ho le mani immerse in una bacinella d’acqua rossiccia, una delle sei posate sul tavolo di formica bianca che abbiamo spostato sul terrazzo per approfittare del bel tempo. È Settembre ma quassù al mattino ci sono sette gradi, le sere sono fredde e ci si possono permettere le mezze maniche solo all’ora di pranzo. Se non piove. Però gli alberi oltre il muretto sono ancora verdi d’estate, e l’erba ingiallita è alta nei prati. Di fronte a me fanno bella mostra di sé una decina di frammenti di terracotta appena lavati. Ne estraggo dalla bacinella un altro e lo frego forte con il mio spazzolino, per portare via il fango dello strato da cui è emerso. Ogni tanto qualcuno trova un pezzo di ceramica sigillata aretina con qualche disegno sopra e allora tutti fanno a gara per guardarla. La più bella ha un piede stilizzato stampato a caldo in un angolo. Mi spiegano che è il marchio di fabbrica della bottega che faceva quei vasi. Pazzesco. Oggi mi hanno scelto per lavare i reperti in colonia invece che scendere giù a Sassoferrato sullo scavo. È una evento che in cinque settimane non si ripeterà che un’altra volta: le responsabili sceglieranno presto i loro preferiti, eletti cui verrà concesso straordinariamente spesso di dormire oltre le sei del mattino, e di passare la giornata con le mani nell’acqua. Per niente eccitante, ma sempre meglio che spostare carriole di terra tutto il giorno. Tanto più che spesso le vere scoperte si fanno così: i pezzi sporchi sono tutti uguali. Una volta puliti, si preparano sacchetti di nylon scrupolosamente numerati a pennarello indelebile -anno, zona di scavo, numero dello strato di provenienza dei reperti contenuti- che giorno dopo giorno si accumulano su un tavolo in fondo al refettorio. La settimana prossima guiderò fino al mercato del pesce di Cattolica, dove mi rifornirò di centinaia di cassette di plastica. Mai naso umano fu sottoposto a tale fetore. Uno dei privilegi derivanti dall’avere la macchina grande. Alla fine della stagione di scavo, le umili cassette dello Scavo di Sentinum finiranno nei magazzini del museo locale, nell’attesa che qualche dottorando si prenda la briga di studiarli. Se mai ci sarà un dottorando desideroso di ripescarli, dispersi tra le file di scaffali che riempono quell’impressionante cantina medievale.
Questo -io non lo so ancora- sarà il primo dei Lunghi Giorni di Riflessione, che lungo l’arco del mio terzo anno d’Università mi porteranno a mettere in crisi gli entusiastici progetti del diciottenne che dal liceo scientifico si era imbarcato nel corso di Laurea in Lettere Classiche e nel greco antico, per essere archeologo un domani. Giorni che mi porteranno a darmi dell’idiota e del visionario, irresponsabile nei confronti del suo proprio futuro; giorni di paura e pianti; giorni di confusione e fumo; giorni di perdita di centro e d’identità. Giorni di analisi, costruzione e rinascita. A ben vedere questa giornata sui monti boscosi delle Marche è la prima di quelle che mi condurranno in Francia. Già perché alla fine, dietro tutta la polvere sollevata dai miei pensieri attorcigliati, sarò costretto a riconoscere ancora una volta il diciottenne entusiasta. E a rendergli il suo posto al centro della mia vita e lo spazio di cui ha bisogno per mirare il suo bersaglio, che forse si è spostato, ma non più di tanto.
E da cui non intendo distrarlo oltre.
La risata rassegnata di Federica sarà la miccia di tutto questo. Federica che non crede nel suo domani, ma dopo quasi dieci anni d’Università tra triennale, specialistica e specialità è ancora una volta in questo posto dimenticato da Dio a lavare cocci vecchi di duemilacento anni. Lei che ride rassegnata, ora lo so, alla propria natura, che tuttavia ha assecondato con grande saggezza. Tra qualche giorno si divertirà a leggermi le carte e alla voce “futuro” scoprirà il Mondo. Forse ha ragione lei che ride.
Svuotata la mia bacinella di acqua rossa, verso le sei mi sono ritirato -lontano dagli altri sessanta archeologi, in erba e non- a studiare il mio esame di Storia del Pensiero Politico nel magazzino della colonia. La cena che è seguita è stata passabile: il gruppo che questa settimana si occupa di cucinare non se la cava male ai fornelli. È una gran bella serata. Il cappuccio rosso della felpa tirato su, siedo sui gradini d’ingresso della colonia, indeciso se quella che ha attirato la mia attenzione nel cielo è una stella o qualche non meglio identificabile pianeta. Una delle ragazze nuove nota che ho il naso per aria e mi chiede cosa stia guardando. Glielo posso anche dire, tanto più nerd di come mi sento non credo di poter essere considerato. Sorprendentemente, le stelle le piacciono. «Vedi, sembra una W, ma Cassiopea in realtà ha la forma di una sedia. Basta inclinare la testa! Sta lì seduta e guarda sua figlia Andromeda incatenata alla roccia». Anche se ci sono gli alberi e Andromeda non si vede. Peccato perdere l’occasione di raccontare una così bella storia. «Spostiamoci un po’ dalla casa, se ti interessa ti faccio le altre. Sono tutti lì: il povero marito Cefeo, Adromeda che penzola dalla rupe e Perseo che arriva a salvarla in groppa a Pegaso! Praticamente un grande fumetto nel cielo». Ci incamminiamo verso il prato, uscendo dall’isola di luce della colonia.
«Davvero esiste una costellazione di Pegaso?»
«Certo che sì».

Sabato, 9 Gennaio 2010.

Sto in piedi in questa grande stanza nera. Dalle pareti lucide piove la luce alogena dei faretti che illuminano un’ampia porzione di pavimento piene di cassette archeologiche più fortunate di quelle di Sentinum. Queste invece di finire in un magazzino sono qui a lasciare perplessi i visitatori che speravano in spettacolari ricostruzioni del porto di Teodosio II e a far immaginare a me il lavoro dei turchi che le hanno riempite.
Il Mondo. Ventunesimo arcano dei tarocchi. Gran bella carta, così mi han detto.
Mi giro e mi dirigo verso l’uscita. Fuori del Grand Palais, le statue d’oro del ponte Alessandro III sono infiammate della luce del tramonto. Mi prende una gran voglia di torta di porri. Magari uno di questi giorni provo a farne una. E potrei aggiungerci della pancetta. Sono sicuro che ci starebbe bene. E che se ci fosse Fruit, sarebbe d’accordo.

Mit.

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