Francesco Mari

Tempo fa.

Ho comprato un letto a una piazza e mezza, intorno a metà Ottobre. Impronunciabile nome Ikea che non proverò a riprodurre qui, la cui difficoltà di lettura spingeva l’occhio a scivolare verso la riga successiva: 39 euro. Per un letto a una piazza e mezza. Non il più bello del mondo, siamo d’accordo, ma una piazza e mezza! Assaporare l’idea, considerarla seriamente per un attimo, scartarla. Non ne ho bisogno. E poi di nuovo su quel pensiero, una piazza e mezza, 39 euro. Rivedersi a otto anni, mentre mi rodo le mani perché mi hanno dato lo sfratto dal letto del trisavolo in campagna, col suo copriletto rosa e la sua testata di legno scuro, che sbatteva contro il muro ogni volta che mi muovevo sotto le coperte. Sentire nelle narici l’odore di quella stanza, che ancora è la mia preferita di tutta la casa. Sapere e comprendere con la mia ragione del ventiduenne che quel letto non è mai stato mio, e che sono solo stato fortunato per un po’. E ciò nondimeno bruciare ancora della stizza del bambino che sono stato e che mi porto con me, insieme a tutti gli altri Me di ogni età, e che si trovano nel mezzo tra gli otto e i ventidue. 39 euro. Lo prendo, alla faccia vostra che me lo avete tolto. Magari però il copriletto lo prendiamo azzurro, posso mamma?

Posso.
Con grande soddisfazione ho pregustato le notti di Novembre a venire, nel mio nuovo letto grande. Ma -io non lo sapevo- il signor Ikea parteggiava per i miei nemici. Forse l’hanno corrotto, quei subdoli parenti, non contenti di avermi strappato al mio letto già una volta. O forse il prezzo è solo troppo allettante per le centinaia di altri bambini nelle mie condizioni: fatto sta che l’articolo è esaurito. Esaurito! Niente da fare per cinque settimane. Dopo anni di attesa rassegnata, questi quaranta giorni mi sono sembrati infiniti, mentre mi allontanavo dall’Ikea di Parigi Nord.

I primi di Dicembre, uno dei Boulevards che formano l’Etoile dell’Arco di Trionfo. Che si vede, per l’appunto lassù in fondo.
“Ogni tanto ho delle idee geniali” pensa il sottoscritto mentre socchiude gli occhi per leggere il numero del civico davanti al quale si è fermato. Ogni tanto ne ho qualcuna buona in effetti, come quella di mettere un cartello delle ripetizioni nella bacheca della scuola italiana di Parigi; ogni tanto però ne ho di pessime, come quella di dimenticare regolarmente che sono miope, eh già, e che gli occhiali mi servono un po’ più spesso di quanto il mio orgoglio non mi permetta di metterli. Fatto sta che adesso sì, ho un appuntamento con un ragazzino italiano a Parigi per insegnargli la matematica, ma no, non sono affatto sicuro di essere sotto il numero 63, porta di servizio. Almeno ci fosse un citofono! Ma quando mai: il parigino medio è ossessionato dalla sicurezza, la sicurezza, la sicurezza. Se il citofono c’è è oltre il primo portone, in ingresso. Giusto a fianco al secondo portone, quello interno. Già perché buona parte dei palazzi ha due portoni in rapida successione, il primo dei quali si apre solo con un codice alfanumerico. Poi forse c’è il citofono. Forse. Più intelligente ancora la versione opposta, col citofono all’esterno e il tastierino numerico all’interno, che costringe il povero ospite appena sfuggito al freddo dell’inverno a fare dietro-front, citofonare ancora una secondo volta e chiedere il codice. Ma-ni-a-ci.
Io faccio la sola cosa che mi resta da fare. Telefono e faccio scendere qualcuno ad aprirmi. Pessimo inizio. La madre del bambino -che chiamerò qui D*vide per rispetto della sua privacy- sembra una tipa a posto, anche se bislacca. Ha i capelli tinti di un color carota sbiadito, raccolti da un fermaglio piatto e allungato di quelli che usavano qualche decennio fa, un paio di occhiali dalla montatura variopinta, uno scialle carta zucchero e una copia in inglese dell’Orlando di Virginia Woolf in mano.
Mentre mi scorta su per le scale, non posso fare a meno di pensare che sembra la professoressa di Divinazione di Harry Potter. La ribattezzo Signora Sibilla e decido che mi sta simpatica. Questo mentre scendiamo la scala di servizio n. 1, percorriamo il buio corridoio umido che la separa dalla scala di servizio n. 2, saliamo detta scala, attraversiamo il cavedio centrale del palazzo, giungiamo al secondo portone (con tastierino numerico! Questo dev’essere il terzo tipo, modello Alcatraz: niente citofono e codice all’interno. Inespugnabile) e saliamo la scala a chiocciola C, per sette piani. Scivolosa. Dedalo di corridoi e infine una porta, azzurra proprio come lo scialle di lei. Bussa. D*vide ci apre la porta. Sorride. Saluta. Si siede. Mi mette leggermente a disagio, ma all’inizio non capisco perché. È un ragazzino di dodici, tredici anni; grassottello, vestito da pescatore, con una massa di capelli ricci castani e occhi molto grandi. Ecco. Occhi molto grandi e molto lontani. Non si capisce tanto se guarda te o ti guarda intorno. Non so se rendo l’idea. Dà l’impressione di stare sì guardando nella tua direzione, ma ai tuoi bordi. Fa venir voglia di spostarsi di lato per entrare nel suo campo visivo. Non guarda al centro dell’immagine. Si siede, dicevo. La casa (la stanza) non è più grande di sette metri quadri, giusto lo spazio per un armadio, un tavolo e un piano cottura. Però ha un soffitto altissimo, tanto che è stata soppalcata due volte. E quello che è più straordinario, è dipinta come un quadro di Piet Mondrian. In cima alla scala di servizio di un palazzo del diciassettesimo, D*vide e la Signora Sibilla sua madre abitano una tela di Mondrian 3D! Mi sembra d’esser capitato nella sceneggiatura di qualche visionaria pièce teatrale. Entusiasta, mi accordo con la Signora Sibilla su una cifra settimanale forfettaria e quattro ore di ripetizioni a settimana. Guarda caso lei lavora a teatro. Mi comunica che difficilmente ci incroceremo ancora. Peccato.

Qualche giorno dopo io e D*vide cominciamo le lezioni. Qualcosa di banale, tanto per fare conoscenza. Frazioni e numeri decimali. Non ci siamo tanto, ma se fosse altrimenti non avrebbe bisogno di ripetizioni, giusto? E comunque con grande lentezza le cose le fa. Questo per l’esercizio 345 di pagina 217, il primo di una lunga serie. Il secondo decido di saltarlo, è uguale e io mi annoio a rifare sempre la stessa cosa. Pessima idea e non nell’interesse del ripetendo. Va detto che anche il terzo, n. 347, non è molto differente dai precedenti dai quali differisce solo perché lavora su numeri dell’ordine delle decine, e non più delle unità. Non mi sento granché colpevole, in fondo bisogna solo ridurre delle frazioni ai minimi termini. Dai, cominciamo! Cinquanta mezzi!

“Eh.”
“Ecco appunto, lo lasci così?”
“Guarda meglio.”
“No, cinquanta non si divide per tre. Prova un altro numero.”
“Due, bravo! Dai allora, cinquanta diviso due.”

Ahia. La tabellina arriva solo fino al venti. Lo vedo in difficoltà. Temo il peggio.
“Cinquanta diviiiiso dueeeeeeeee…..ottocento!”
Ok, non sono capace a temere il peggio.
“Eh? Ma sei sicuro?”
“Ah no no hai ragione scusa…nove!”
Oh. My. God.
Mi guarda attraverso con un’espressione tra il confuso e il sarcastico. Ma più sarcastica che confusa. Sarà un lungo inverno e lo sappiamo tutti e due.

Sabato 19 Dicembre. Nei pressi di Place Vendôme.

Nevica una tenda bianca in un pomeriggio senza vento. Nevica una tenda spessa tanto che non riesco a vedere l’Opéra a venti metri da me, mentre aspetto Giulia in piedi davanti alle scale della metropolitana. Domani torno a casa, per quelli che ancora spero non saranno diciassette giorni. Ma che invece lo saranno, e io dirò grazie. Per il momento aspetto, guardando i fiocchi di neve che mi si sciolgono sulla giacca.
Scopo del pomeriggio: shopping selvaggio dell’ultimo giorno ai magazzini La Fayette (“Fra, guarda se trovi qualcosa a forma di mela” dirà Giulia, incuneandosi in mezzo alla folla da stadio che assedia i punti vendita del primo piano. E non vedrà il mio sopracciglio alzarsi, mentre immagino di rubare lo zainetto a forma di mela della ragazzina a due passi da me e risolvere due problemi in un colpo: la sua ricerca di un mela-regalo e la mia omilofobia). Secondo scopo del pomeriggio: commissione per mia madre. O meglio: commissione per il macellaio di mia madre. O meglio ancora: commissione per la commessa del macellaio di mia madre, che ha un problema serio. Il suo profumo preferito, l’evanescente Chanel n. 22, non si trova a Genova. Quindi bisogna andare da Chanel e comprargliene tre flaconi per piacere, grazie. Che fortuna che la boutique Chanel è vicina alle Galeries La Fayette. In una strada laterale tra Opéra e Place Vendôme per la precisione, a cinque minuti a piedi dalla fermata della metro dove sto aspettando Giulia, guardando la mia giacca su cui i fiocchi di neve non si sciolgono più, ma cominciano a fermarsi e ad accumularsi. Forse dovrei scrollarmi, ma mi diverte stare a guardare. Cavolo, se nevica.
Ci fermeremo di fronte all’ingresso di Chanel, sbirceremo all’interno; poi spingeremo la porta e saremo dentro una piccola stanza foderata di moquette grigia, tendente al rosso. Un bancone di vetro a sinistra, pannelli di legno e carta di riso alle pareti. Un po’ giapponese, nel complesso. Da dietro al banco una signorina bruna in camicetta bianca ci guarderà in silenzio. Impeccabili ragazzi giacca-pantalone-cravatta nera su camicia bianca si muoveranno per il negozio (che è fatto di tante stanze piccole come l’ingresso, separate dalle paratie di carta di riso), senza degnarci di uno sguardo. Giulia si guarderà intorno magnifica, entusiasta e perfettamente a suo agio. Io comincerò a desiderare spasmodicamente una pala per scavarmi la fossa. Con la mia giacca a vento verde prato brillante (alla quale ho artisticamente accoppiato uno scaldacollo di pile rosso fuoco), i miei jeans peggiori e un bel paio di scarpe zuppe che forse una volta erano color panna, rovinerò decisamente la composizione. Ma ancora neanche me lo immagino tutto questo. Senza ancora esserci mai entrato, Chanel per me non è che un negozio come un altro. I mondi ovattati in cui ricche signore con la pelliccia e la carta di credito facile siedono comodamente su divani di pelle, accerchiate da mezza dozzina di quelli che definirei più volentieri lacché che commessi, sono confinati nel reparto “Hollywood” della mia immaginazione. Reparto che in questo momento è senza dubbio chiuso al pubblico causa neve. Se incrocio le braccia riempe lo spazio tra mani e petto a velocità sorprendente. Se restassi qua fermo un paio d’ore, qualcuno probabilmente mi sistemerebbe una carota al posto del naso.
Superato il disagio iniziale, vagherò per le stanze del negozio in cerca del reparto profumi. Resterò paralizzato davanti ad una parete sulla cui sola mensola sarà posata una singola scarpa. Mi domanderò chi mai sulla faccia del Pianeta dedicherebbe una stanza intera a due borse, anche piuttosto brutte secondo me. Aspetterò che la commessa (bruna anche lei: ma le bionde le prendono? O anche i capelli -come i vestiti- devono per forza fare pendant coi toni scuri del negozio?) abbia finito di parlare al telefono e infine le chiederò imbarazzato quanto costa il n. 22.
“Ma il parfum o l’eau de toilette?”
Ommadonnasantissima. “Scusi?”
“È fondomontale saperlo, come fascio altrimonti a aiutarvi?”
“Mi scusi, ehm, ma…temo di non sapere la differenza…”
“Eh bien, la differonsa, la differonsa s’è che il parfum è conscentrato e si vonde en boscettine di quindisci millilitri, vous voyez? Per contro, l’eau de toilette è plù gronde e en flaconi di duescento millilitri.”
“Ah.” Emozionante. E quale devo comprare io? Perché non sono stato avvertito? La commessa del macellaio della mamma è una da conscentrato o da bottiglia di odtualèt?
Bistecche o salsiccia, mio caro? Mah guarda non so, ma mentre ci penso: boscettina o flacon?
“E si lo volete sapere il parfum costa scentoquaronta euro, montre l’eau de toilette costa duescento.”
Fine della storia. Non comprerò niente, e uscirò sollevato da un negozio che racchiude un mondo a cui non appartengo e a cui fortunatamente non credo apparterrò mai. Non comprerò niente per un ottima ragione: non ho abbastanza soldi per comprare tre boccette, che siano di parfum o di eau de toilette. E non posso proprio permettermi di sbagliare, con le centinaia di euro altrui. Désolé. Almeno farò loro il piacere di smettere di inquinare a tinte forti il loro elegante mondo grigio-marrone, per non dire d’infradiciar loro la moquette.
Ho freddo, lo confesso. Alcune turiste giapponesi brandiscono le loro macchine fotografiche verso l’ombra grigia dell’Opéra dall’altra parte della strada, dall’altra parte della neve. Questo no, non posso sopportarlo. Fuggo dall’inquadratura, e la neve mi scivola di dosso. Scendo le scale della metropolitana: magari mentre l’aspetto mi mangio una brioche, un po’ più al caldo dentro la stazione.

Giorno imprecisato, più o meno sei settimane dopo il complotto del signor Ikea ai miei danni.

Prima notte nel mio letto appena arrivato, che sono andato a prendere insieme al Charlie all’Ikea e poi ho dipinto e montato. Per non dire rifatto con lenzuola rosse fuoco, come il mio scaldacollo. Lo so, avevo detto azzurro. Sarà per la prossima settimana.
Sono in estasi. Una piazza e mezza. Mio. Entro sotto le coperte, tolgo tutti i cuscini -tre- a parte la sottiletta con cui dormo da vent’anni a questa parte e che per me è come la mamma, e mi metto a guardare il soffitto. Apro le braccia e le gambe, le richiudo, mi metto obliquo coi piedi nell’angolo, infilo la testa sotto le coperte per guardare il fondo del letto. Faccio un giro sotterraneo, come quando avevo cinque anni.
Gioco col mio nuovo giocattolo, pieno di soddisfazione.
Poi rincalzo bene da entrambe le parti, mi metto nell’angolo dalla parte del muro, tiro su le coperte fino al naso, mi giro sul fianco sinistro e spengo l’abat-jour.

L’indomani le lenzuola sono fredde, a parte nell’angolo dove ho dormito.

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