Il 28 novembre a Milano in occasione dell’incontro La poesia, il sacro, il sublime, organizzato presso l’Oratorio del Corpus Domini da Adele Desideri e Claudio Ramberti, sr. Mariangela De Togni e Rosa Elisa Giangoia hanno letto loro poesie.

Mariangela DE TOGNI

DA QUESTO SCOGLIO DI SOLITUDINE

Panaghìa,
quanto d’azzurri silenzi
è colmo il cuore!
In questa sera
lucida di sole
mentre sul pavimento nudo
della chiesa
una frafalla d’ali,
un palpito,
nell’essenza indecifrabile
delle lacrime,
inizia
un’ignota liturgia.

L’aria azzurrina
trasparente di luna
nel guscio di nostalgie
che la ripete
in questo scoglio
di solitudine
accelera il battito del cuore
come se Tu mi parlassi,
Madre,
nel chiuso spazio
di nascoste sorgenti.

Ed è un salire d’anima.
Un abbandonarsi alle Tue mani.

In questo cielo
divenuto un unico insieme
di stelle
col vento a sussurrare
verbi inusitati
tra le chiome altissime
dei pini
sul declivio erboso
zeppo d’estate.

Poi,
una prima nota d’usignolo,
racconta d’albe bianche,
di trasparenze lontane,
di rossi tramonti
nel gioco chiaro
di mille armonie.

Dolce Aghìa Maria,
che ci scopri
negli angoli più remoti
della vita
fuggiaschi
nell’ombra che ci trascura,
e inventi,
chiedendolo al Figlio,
abbondande e insuperato
il vino
per la nostra festa.

Oh, Ti prego,
ascolta l’infante balbettìo
del nostro cuore
pallido di sonno. Vieni,
divina bellezza,
nella luce breve
dei nostri mattini.
Fasciando col Tuo mantello
gli intirizziti dell’umanità.

Avvolgendo d’amore
i nostri occhi bagnati
di notturno sospiro
e di preghiera.


POTESSI

Potessi cantare
la rapsodia del cuore
nei lunghi silenzi che premono
oltre losguardo fisso
all’orizzonte.

Potessi contare le stelle
del cielo sotto l’arco
della luna. Potessi
dire al vento la melodia
del sole.

Nella novità dell’ora,
dietro la scia d’una vela
bianca, ho lasciato i pensieri
fra le onde azzurre
dell’oceano.

Ritroverò la mia casa?
Dove il mio flauto ha la dimora.

Vertigine
è la voce del deserto.
un fiore solitario
dal sapore di sabbia.

Ritroverò la mia casa?
Dove il mio flauto ha la dimora.

Il tempo, è un fiume
il tempo che scorre e tutto consuma
dilaga da riva a riva
e attraversa la notte.
Rincorrendo l’odore
delle primule gialle.
Lo spazio immenso
della pianura. La curva
più chiara dei pioppi.

Ritroverò la mia casa?
Dove il mio flauto ha la dimora.

Poi, dentro la croce
che mi premeva il respiro
fino a morire,
dentro la grande croce
l’ho incontrato
sul leggero dei sandali
lungo una sera
che finiva nel mare.

Ritroverò la mia casa?
Dove il mio flauto ha la dimora.

UN PAESE DI MEMORIE

Il cielo sfolgorò improvviso,
dietro una linea di pioppi,
tenuto insieme sul filo dello sguardo.
E un tessuto di coltivi
dal sapore antico.
Alto di cipressi
come onde di meditazione.
O corde di un’arpa solitaria?

Qui, sottovoce,
in attesa di penombra
su un pendio di viole,
la luce scolpì
la forma del pensiero.
E’ trama dentro
il cuore disarmato
la Sua Voce!
Parola dai lunghi tremiti.
E dalle gioie penetranti.
Un paese di memorie.
La cui eco respiro
ancora nella cromìa del campanile
chiaro, nell’aria che sa di mosto
maturo e d’autunno.
Nella rossa pietra del cimitero
gonfia di confidenze.

Lontano, su un cespuglio
di seta, un usignolo
disegna archi di buio nella sera
liquida di solitudine.

TI SCRIVO DALL’AURORA

Ti scrivo dall’aurora
appoggiata a un cirro di nuvole.

Da un cielo impregnato di silenzio
nello scintillio di una stella
sola. L’ombra è un velo
denso come velluto
e un grumo di luce,
dilatandosi, pennella la notte
come un pittore la sua tela.

Infranto è il sonno del passero
che si sognava fiore.

Dai cumoli rosati dell’oscurità,
le ceneri di un cipresso,
sembrano un fiume d’argento
nell’aria brumosa sbocciata
in petali di rugiada.
L’orizzonte è corallo antico.

Ma la di là di questa ringhiera,
sull’orlo di ogni sì, il vento
è l’arpa del mio sospiro.
E il cuore ritrova il suo passo
al profumo del primo sole.

Rosa Elisa GIANGOIA

ZITA
(1218 1278)

Il nome persiano
le impresse la verginità:
nell’umiltà del silenzio
i fiori resero luminoso
il suo animo santificato
dalla fede e dalle opere.
Nelle pene trovò
il coraggio dell’attesa.
Disposta ad essere sconcertata
incessantemente dal suo Dio
non lo fu da nient’altro:
nella semplicità familiare
con ogni essere ed ogni cosa
per possedere tutto
senz’alcuna terrena sicurezza.

Disponibile all’eterno
delle cose e delle persone
imparò ad ascoltare
il mistero dell’infinito
e nel buio silenzio di vetro
scoprì doni di sovrabbondanza
in grazia d’amicizia divina.

RITA da CASCIA
(1381 – 1447)

Nell’ora degli olivi
visse d’amore e di dolore insieme:
imparò le parole del silenzio
nel debito continuo del tempo.
Attraversò l’opacità dei giorni,
raccolse il cumulo della vita
e nelle ore insormontabili
dentro si rischiarò nell’estasi
con lo sguardo rasserenato
nella direzione giusta
verso un approdo invisibile
di luminoso soffrire.

La realtà feriva la sua carne
mentre mani sconosciute
accarezzavano il suo cuore.

Nei giorni d’arsura
quando solo il gelo
abbeverava di vita
la zolla secca,
il cuore rincorreva
angeli di vento
in sembianze di santi protettori.
Così lasciò uno spaesato silenzio
ad abitare stanze troppo vuote.
Inseguiva ritmi di stagioni
e strade d’aria
tra l’anelito verde degli olivi
e la luna nemica:
guardava sicura l’orizzonte,
segno d’infinito,
nuovo inizio senza confini.

Della rosa scelse la spina
e la rosa fu benedetta
nel suo divorante dolore.

Prima di morire
coglieva voci d’ignoto
e guardava con innocente sguardo
di velluto dolente
ciò che non c’era più
e ciò che non c’era ancora.
Intanto la luce che fa cantare la vita
snebbiava l’anima
e la rimodellava
mentre una sfera luminosa
si posava
su immense rive di quiete
e ricopriva di tenerezza
la loro inusuale trasparenza.

TERESA di LISIEUX
(1873 – 1897)

Adolescente mistica e celestiale
sulla cima del Duomo di Milano
parlò con la Madonnina
per sapere di più su di sé:
la preghiera lasciò segni nell’anima.
Spaziò dall’alto della torre a Pisa
sull’orizzonte del suo esistere,
dagli angoli proibiti del Colosseo
attese una rivelazione:
il suo sguardo s’affacciò
sul limite del mondo
e sentì l’invisibile.
La sua breve giovinezza
chiese di vivere la gioia
della liberante dolcezza
del dono.

Il tempo fu la sua nave,
ma non la sua dimora.

Guardava il trascorrere fermo
dell’andare e ritornare
di silenzio in silenzio
nel baratro dell’eternità
in cortocircuito costante
tra quotidiano e infinito
percorrendo la sua “piccola via”.

Diventò regina
con un magnifico abito
di velluto bianco
con trine d’Aleçon
e penne di cigno.

Ma, nell’ansia di salire
con brividi immortali
oltre se stessa,
verso l’assente
sempre invocato,
il silenzio le perforava l’anima,
si faceva vivo,
si caricava di parole
che rispecchiavano l’immoto
librarsi del cuore
nel mistero dell’assoluto,
in dialogo tra l’Uno e il Tutto.
Poi nei giorni del nascondimento,
allegro, sì, sempre,
un’insperata leggerezza
imbevve la natura del suo corpo
rinato nella grazia
e nella verginale fecondità
dello spirito
le dettò parole rarefatte
in più solitarie misure
con sicura scienza dell’amore
per fondare
nuova teologia del cuore.

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