Francesco Mari

13 Novembre 2009

Prima o poi doveva succedere. In effetti, l’aspettavo al varco. Una giornata nera, ma nera di quelle che se ti guardi indietro alle cinque del pomeriggio non vedi niente di quel che accadeva alle quattro e mezza, tanto c’è buio. Forse è perché ieri ho tirato a studiare fino alle due e mezza e oggi mi sono alzato alle sei e mezza (dannato sciopero RER, guarda a che ora mi tocca alzarmi per controllare se ci sono treni) senza più riuscire ad addormentarmi, o forse perché in generale è stata una settimana pesante; forse a causa delle tempeste di pensieri che negli ultimi giorni si sono abbattute sulla mia già provata cervice; forse a causa dello stress per i miei primi esametti in facoltà. O forse, più probabilmente, perché inizio ad accusare il colpo. However here I am, drinking Coke and looking out of the window, blind window on a dark courtyard, and yet -for the first time since I arrived here- my own window. È bello tornare, dopo una giornata così, e sentirsi a casa. O quasi. Ed è bello piazzarsi davanti al vetro e guardare nel buio fuori, senza vedere altro che il proprio riflesso e quello della stanza illuminata -e ancora così vuota!- alle proprie spalle. E diventa bello essere soli. Diventa bello anche se non dovrebbe esserlo, lo so. Ma non può essere che così, ed è la tragedia dei giorni neri.

Cominciano sempre con la solitudine. Una solitudine che non ha alcuna ragione d’essere, ma c’è. È già lì al mattino, si alza con me. All’inizio la scambio per mal di testa. Faccio fatica a fare le cose, a prendere le decisioni, a farmi il caffé. Poi esco e la giornata comincia. E tutto quel che vedo si muove lentamente, come se vivesse a metà. Io mi muovo lentamente. E ci metto ore, ogni volta, ad identificare cosa succede. Non è una sensazione per forza fastidiosa, questo bisogna capirlo. È come camminare nella melassa, dolcissima e appiccicosa. Impedisce qualunque movimento ed è tanto difficile da scuotere di dosso, ma non è amara. Tutt’altro. È una cosa a cui mi sono così abituato negli anni che quasi mi piace. Anche se mi fa un male da morire, quasi le voglio bene. La mia solitudine ed io. Un alcolizzato con la sua bottiglia. Non riesco a liberarmi dell’idea che il meglio di me esca fuori solo e soltanto così. Pensieri potenti, idee vigorose. Peccato che esca anche il peggio. Vortici di malinconie e abissi di desolazione. E anche se alla fine la riconosco, non per questo passa.
Camminate nella melassa tutta la giornata (in drogheria ce l’hanno, 390 m3 dovrebbero bastare per fare una prova) e poi ditemi se alla sera non arrivate disfatti. Se non desiderate solo dormire. Le giornate nere finiscono sempre con il desiderio di solitudine, quella vera. Già perché la solitudine con cui mi alzo al mattino è uno stato interiore, un riflesso dell’animo verso l’esterno. È qualcosa di profondamente radicato, costitutivo, slegato dalle circostanze della vita. Semplicemente, c’è. È lì. A tratti emerge e lo fa senza ragione. Ma quella della sera è ricerca di silenzio. Quella è ormai anche esteriore, è il bisogno di una coperta sotto la quale nascondersi, in un letto dentro una stanza dove sai che non sarai disturbato, dentro la quale ti illudi di aver costruito una privacy, un personale. È l’urgenza di chiudere gli occhi e non esserci più per davvero. A tal punto convinto, dopo ore di lenta discesa nella melassa, di non esistere in mezzo al movimento del mondo, di non avere nessun peso, da desiderare l’annientamento temporaneo di una lunga notte d’incoscienza. Così ansioso di scivolare nella non esistenza di cui per tutta la giornata mi sono ammantato. Vedete come una cosa che dapprincipio esiste senza ragione d’essere riesce, nel corso di una sola giornata, a diventare la causa di sé stessa. L’unica cosa che non aveva, l’unico suo punto debole, è sparito. È perché è, come Dio, e tanto basta. Alla fine, tra me e lei, ce l’ha sempre vinta lei.
Ma esiste la Coca-Cola, e esistono le storie da raccontare, che procrastino l’ora di andare a letto e fanno un po’ di compagnia. C’è anche una festa, in effetti. Forse dovrei andarci. Sbrinarsi!, direbbe qualcuno. Si vedrà. Nel frattempo:

22 Ottobre 2009. Una strana e vecchia macchina coi tergicristalli sui fari, che viaggia verso Nord.

Avrei mai detto che, dopo la bellezza di quindici anni, avrei rimesso piede allo stadio? In effetti no, e non avrei mai considerato l’idea non fosse stato per Fully. Sarebbe bello, aveva detto, fare questa cosa insieme, e io gli avevo risposto di sì. Morale della favola, il mio prete preferito non è venuto e io sto andando alla partita del Genoa, a Lille, con Charles e mio padre, che ho convinto a restare un giorno di più per l’occasione, già che è stato qua una settimana insieme a mia madre per aiutarmi a comprare qualche mobile per la mia futura camera. Chissà se anche lui sta pensando all’ultima (e unica altra) volta che andammo allo stadio. Facevo le elementari, allora. Il Genoa era ancora in serie A, perché giocava contro la Roma, e anzi quella volta vinse 3 a 2. Trovai molto irritante il fatto che gli omini fossero così lontani e tutti uguali. Non conoscevo le regole del gioco, e smisi ben presto di seguire la palla in campo. Credo che il mio interesse sia durato più o meno una decina di minuti. Poi iniziai ad annoiarmi a morte. Chissà cosa pensò mio padre, che sull’argomento calcio ho frustrato per tutta la vita? Io pensai che ero felice che mi avesse portato con lui, ma che proprio non capivo che cosa ci trovasse. Povero papà.
Oggi facciamo il bis. Allora c’era Marco, oggi c’è Charles. I casi della vita.
Intorno allo stadio c’è davvero da farsi del ridere: dopo più di un mese d’astinenza, d’improvviso immerso nella peggiore coccina genovese di sempre! E dal mezzo dei tifosi incalliti, chi è che mi viene incontro per salutarmi? Anna Pissarello! Una visione: mantiene la sua classe anche in quell’accalcarsi di sciarpe rossoblù e cappellini a visiera. Nessuna idea di come faccia.
Lo stadio è davvero piccolo, e fa un freddo cane. I tifosi del Genoa sono forse un po’ bizzarri e anche vagamente inquietanti, ma sono razza DOC. Occupano un solo spicchio della tribuna, e sono separati dai lillini da un cordone umano arancione fluorescente di uomini della sicurezza, ma cantano senza mai fermarsi. In Francia hanno perso lo stampo, dell’ultrà genovese: i lillini a confronto sembrano un coro di voci bianche la sera della vigilia di Natale. Hanno addirittura bisogno di una tipa che li scaldi (35-40 anni, impermeabile verde militare, che piazzatasi a bordo campo commenta formazioni e gol, incitando continuamente il pubblico ad applaudire cantare fare la ola). Patetico, soprattutto: è chiaro che è la squadra che la paga.
Evidentemente dopo tanti di disinteresse e semiavversione porto sfiga, perché il Genoa perde 3 a 0, ma devo dire che le patatine fritte sono davvero buone. E che ora che conosco le regole del gioco, non mi annoio nemmeno. Certo, buona parte del divertimento mi viene dall’ironia della situazione: tre tifosi genoani seduti nel bel mezzo dei lillini, che non possono nemmeno soffrire in santa pace per la loro squadra senza farsi scoprire…Viviseziono la situazione. Non è poi così male. Per giunta, sembra che ce la faremo a sopravvivere ai temibili e rissosi lillini. Non è poi così male, no davvero. Chissà, forse un giorno lo rifaccio. E magari vinciamo anche. Magari.

31 Ottobre 2009. Hallowe’en?

Mamma e papà sono ripartiti da una settimana, e io ho passato la mattinata a lavare lenzuola e varie nella lavanderia di rue Vaugirard (o meglio una delle tante, essendo rue Vaugirard lunga svariati chilometri: diciamo la lavanderia più vicino ai miei dodici metri quadri a Duroc!). Che strano prendere congedo da questa stanza. Da questo buco. In effetti, cominciavo quasi a considerarlo casa, e a godere dell’avere un posto tutto per me, una piccola caverna, per la prima volta nella vita, mia. Where one could see the Eiffel Tower beyond the window, whose glowing top disappeared in the mist. Ma la mia strada l’ha solo attraversata questa piccola mansarda, e già scivola oltre, dolce attraversando i campi di grano e papaveri. Fa venir voglia di andare. Quindi, zaino in spalla e trolley blu elettrico alla mano, me ne riscendo in strada, un boulevard du Montparnasse non più esotico ma familiare. In questo modo mi ha accolto Parigi: un viale alberato, un piccolissimo spazio sotto le travi del tetto di un palazzo dal cancello d’oro e due padroni di casa meravigliosi. Di più non potevo chiedere. La strada va avanti, serpeggiante, ed io pure. Amo le curve della via, anche se nascondono la strada che ho già percorso quando mi volto. E non le odio più perché non mi lasciano vedere avanti.
Parigi versione 2.0. Chi l’avrebbe mai detto? Sono sempre più stupito della capacità dell’uomo di trasformare la nebbia delle fantasie in realtà. Forse è questo che si intende per “li fece a sua immagine e somiglianza”.
Busso a una porta dall’altra parte della città. Se abitassi in America avrei forse una zucca in mano, scavata ad hoc per la serata, e minaccerei burle a chi non mi regalasse caramelle. Ma sono in una Francia che dei Celti mi sembra saper poco, anche se mai meno degli Americani, beninteso. La porta si apre e mi addentro tra le scatole di cartone ondulato. Ivar, il terribile, mi attende in fondo al corridoio per gentile concessione del signor Ikea.

3 Novembre 2009. Ai piedi di una scala, in fondo a un corridoio.

È grigia scura nel corpo, ma le ali sono un po’ più chiare, e sembrano attaccate con la colla. Se avesse una testa starebbe guardando lontano. In effetti sta guardando lontano anche senza testa, in piedi sulla prua della sua nave di pietra. Il peplo le si tende sulle cosce, sospinto all’indietro da un vento di cui solo le pietre probabilmente si accorgono, ma che deve soffiare molto forte. Mi fermo a guardarla da sotto in su. Ancora una volta mi scopro a pensare quanta poca perfezione risieda nell’ideale classico di bellezza. E quanta se ne possa trovare in un vestito scomposto. Non guarda più un mare d’acqua, la Vittoria di Samotracia, ma un fiume di gente che le passa accanto mentre sale lo scalone che la condurrà a quel sopravvalutato e piccolo quadro sotto vetro che ci ostiniamo a considerare il più grande capolavoro della pittura occidentale di tutti i tempi. Molti sono così presi dalla loro cerca della Crosta Divina che nemmeno si accorgono di lei che li guarda. O forse semplicemente, non sanno di cosa si tratta. La cosa più bella che io abbia visto a Parigi da quando sono arrivato qui è Giulia accoccolata sullo zoccolo di marmo dello scalone, che contempla la Nike. Ho l’impressione che si guardino l’un l’altra. L’accostamento delle due figure dà vita a una composizione nuova, fuori del tempo, come dovrebbe essere l’opera d’arte. Dura qualche secondo ma è straordinario. Pieghe di che marmo danzano riflesse negli occhi. Poi qualcuno dice qualcosa, l’attimo si spezza e non resta che l’impressione di aver intravisto il cuore di qualcosa.

8 Novembre 2009. Pleonasmi.

Anche in Francia nessuno sa cosa sia un pleonasmo. Dannata la mia bocca, sono riuscito a dire “pleonastico” in pub, di sera, in mezzo a un numero di persone italiane e francese che si sono divise tra chi faceva buon viso a cattiva sorte e chi mi guardava in tralice, come se avessi tre teste e la coda prensile. Dannata la mia bocca. Io comunque ne faccio un sacco, di pleonasmi, e forse è per questo che so come si chiamano. O almeno ho l’impressione di farli. A scanso di equivoci, un pleonasmo è una paroletta in più che può risultare inutile in una frase. È una ridondanza del discorso. Ho l’impressione di dire tante cose inutili, e di pensarne almeno il triplo. Provo a ridurre all’osso, a potare i miei pensieri dei rami selvatici, e quello che trovo mi spaventa, mi addolora, mi preoccupa. Forse sarebbe meglio lasciare le parolette inutili lì dove sono e non fare male a nessuno coi discorsi affilati che si celano sotto le fronde lessicali con cui condisco la mia vita. Né a me, né agli altri. In effetti lo faccio. Ne lascio così tante, fronde lessicali, che ogni tanto le chiamo per nome, dico “pleonastico”, e divento E.T.
Ironia dell’esistenza. Cosa non si fa per non sentirsi un extraterrestre, e come è facile sentircisi comunque, proprio a causa delle precauzioni prese.
In ogni caso, al telefono non c’è fronda lessicale che tenga. Il più esperto giardiniere che conosca è certamente l’apparecchio telefonico. Forse è meglio così: ogni tanto la gente mi dice che mi esprimo in maniera artificiale. Mi telefonassero! Poi però vorrei che mi dicessero quale Francesco preferiscono. Ho seriamente bisogno di saperlo.

14 Novembre 2009, l’una del mattino.

Alla fine ci sono andato alla festa. Mai commesso errore più grosso. È venerdì, e allora? Quando si ha avuto una giornata nera, tuffarsi tra gente che chiacchiera e balla, e magari aggiungere una birra alla melassa, è seriamente la cosa sbagliata da fare, che sia domenica, martedì o la notte di Capodanno. Credo che claustrofobia sia il termine che più si avvicina al risultato finale. Prendo la via e corro, corro fino a casa. Meglio sputare la milza correndo che inghiottire veleno stando fermo in mezzo a quel turbinare.
Tiro la coperta sugli occhi. Sbrinarsi non fa per me oggi, magari domani. Stanotte la brina resta al suo posto.
Le giornate nere hanno solo un pregio.
Passano.

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