Luciana Amisano Morasso è una poetessa di pensiero e di emozioni. La sua formazione culturale è maturata nell’ambito delle Scienze Umane, dalla laurea in Filosofia alla professione di psicoterapeuta (e di omeopata), con pubblicazioni scientifiche e contati interpersonali che hanno arricchito la sua personalità, inducendola ad occuparsi anche di arte e letteratura, come testimonia la silloge di poesie, Le mani sulla fronte (Libroitaliano, Caltanisetta 2004), in cui molti testi evocano personaggi, sovente in rapporto dialogico evidenziato dal “tu”, appellativo ed interlocutorio, che si apre al lettore, coinvolgendolo in una trama di ricordi e di emozioni legate a luoghi e a fatti, in un amplificarsi marcato dalla sonorità evocativa e coinvolgente del verso.
Leggiamo a questo proposito la lirica Sostare:

Tu svegli il mattino
La rugiada
gli alberi del giardino ti danno
ciò che il giorno si porta via
in un batter di colombi stralunati
dal tempo di città
Tu svegli il mattino
E bello sarebbe sostare come
una notte tra canne fresche
nostra solitudine
nostra amorosa quiete


Il tono è quello degli accostamenti verbali analogici che portano al racconto surreale, che trova nel “tu” e nel “lui” la cellula germinante di fili di pensiero che si accostano e si intrecciano, per coagulare e comunicare sensazioni, pensieri, emozioni e riflessioni.
Leggiamo ancora Tradirsi, un testo tutto giocato sul ritmo degli enjembement che guidano alla sorpresa finale, potenziata dall’apax “traditora”:

Si girava ad Oklaoma: ahi che
splendido avvenire, urlavano tutti.
Lui non sapeva che dire, gli sarebbe
piaciuto qualcosa, ma non era
previsto dal copione.
Smidollati, allora, disse, e si mise a
russare.
Non fu mai perdonato per quella
dormita traditora.

Il “tu” assume poi anche una rilevanza tutta particolare, alonandosi di intensità amorose, nelle liriche Amore qualcosa e Tu, legate dal filo del sentimento, evidenziato dalla ripetizione anaforica del sostantivo “amore”, anche al vocativo, e che si riverbera in liriche successive (Il salto).

Le poesie di Luciana sono anche poesie di viaggi, nel senso che, come ci informa con precisione l’autrice alla fine di ognuna, sono state composte in molti luoghi diversi. Tra tutte, una ci svela l’emozione del viaggio per la poetessa ed è la lirica Osare:

Si prese a prestito una nuvola.
Poi, non la rese più.
Ma nessuno osò dirgli nulla.
Ancora, viaggia leggero.

Riverberandolo su un anonimo personaggio, viene qui espresso il desiderio di tutti, di evasione e di libertà, l’aspirazione a guardare dall’alto, senza essere visti, l’ebbrezza di osservare la vita, senza esserne coinvolti.
E proprio questa è l’impressione forte che ci lascia la lettura delle poesie di Luciana, quella di un guardare la realtà con leggerezza, in una sospesa contemplazione che si fa ammirazione, da un punto di vista “oltre”, che potrebbe anche essere quello della morte (non temuta, ma naturaliter considerata), come nella lirica Luce:

Quando smise, smise
Non c’era più niente da dire,
così disse.
E da fare, non aveva nulla,
da fare.
Non che avesse ordine nei cassetti
nella casa, nella testa anche,
ordine non era.
Ma qualcosa si era frastagliato
dentro,
e non era dolore malinconia
o che altro.
Niente di niente.
Gli piaceva l’scolto del mare
il vento e la foresta gli piaceva,
gli piaceva oensare e no
obblighi impegni neanche belli.
Smise. Smise di volere.
Smise l’ardire e la paura anche
smise il desiderio, no, il desiderio
rimase
unico significato alla sua vita.
Così leggera ora, così leggera era
la sua vita,
che uccello clandestino si sentiva
luce e anima e alcova.
Questo era. E non clamore o pena,
ma gentili pensieri, tanti
tanti gentili pensieri per tutti,
per sé.
Mai, li smise.

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