Francesco Mari

Mercoledì 14 Ottobre 2009. Boulevard Raspail, VI arrondissement, Parigi.
Oggi fa freddo, per la prima volta da quando sono arrivato qui. La Francia mi ha concesso un primo mese di permanenza tiepido, e proprio oggi -l’ultimo giorno di questo primo mese- è arrivato Ottobre. Ottobre quello vero, quello che mi piace più di ogni altro mese: aria frizzante, tempo estremamente variabile ma ancora splendido quando c’è il sole, colori magnifici. A Genova Ottobre è fatto di luci straordinarie -di inclinazioni di luce- e di sfondi. A meno che non si decida di andare a farsi una passeggiata nel bosco, gli alberi rimangono sullo sfondo, uno sfondo sempre presente ma unico. Sempre da casa vedo le montagne, sempre vedo gli alberi, ma per me sono una macchia verde che scolora gradualmente, tutta insieme, verso altre cromature. Ottobre a Genova sfuma. Qui no. Qui gli alberi, gli alberi sono ovunque. Ogni viale è fatto di case, macchine, asfalto, negozi, gente e decine di alberi, ognuno diverso dall’altro. Qui i colori di ogni singola foglia li vedi sempre, e ognuna può essere speciale. È diverso. È un Ottobre fatto di tante singole foglie d’Ottobre, è un Ottobre guardato come attraverso un prisma. Forte.

Fa freddo e c’è vento, ed io cammino dall’Università verso casa, allungando di tre quarti d’ora almeno la strada, esplorando. A un tratto mentre mi volto a guardare una strada laterale vedo, in fondo, un muro di cinta marrone un poco più alto di me, macchiato di muschio verde. Lo conosco, quel muro. È il muro del cimitero di Montparnasse, il più grande della Rive Gauche, di cui non so assolutamente niente, ma che sono tentato di visitare. Perché non ora?
Devio ancora dalla mia strada, guadagno il muro e mi metto a costeggiarlo, fino ad incontrare un ingresso. Un cimitero grande come un piccolo quartiere, un grande parco con alberi grandi e antichi e viali bianchi che si incrociano dividendolo in grandi prati sui quali sono posate le tombe. Non esistono sepolture a scaffale, ciascuno ha la sua parte di prato, e la sua pietra tombale. Già dopo qualche metro, c’è tanto silenzio. Volano le foglie nel vento, scricchiolano sotto le mie scarpe mentre cammino per il viale, e poi nel prato tra le lapidi. Non riesco a sentire la morte qui, a meno che la morte non sia la calma. Di solito l’idea che abbiamo del camposanto è quella di un posto “sbagliato”. Sbagliato perché non è la vita, perché noi che siamo vivi e sotto sotto non siamo capaci di concepirci morti. Non abbiamo un posto al suo interno. La vita è fuori, noi chiudiamo i morti in un recinto, e ogni tanto andiamo a trovarli. Ma noi in quel recinto ci sentiamo stranieri, perché noi siamo vivi. Però io oggi sento solo vento che fa volare le foglie ingiallite degli aceri, e calma. E non c’è niente di sbagliato. Io non mi sento fuori luogo, per la prima volta in vita mia in un cimitero. Cammino fra la gente che è stata, ed io non ho conosciuto.

È passato un mese.

Florence Caroff, 1961-2006, non so niente di lei a parte che era bella e avrebbe l’età della mia mamma. Non le hanno fatto una lapide, c’è solo la pietra per terra. Ma sulla pietra qualcuno ha montato un plexiglass grande tanto da coprirla quasi tutta. È un primo piano in bianco e nero, lei ride guardando leggermente in su. Dietro di lei una via di Parigi. Le vie di Parigi fanno ridere anche me. Mi fanno proprio ridere, cammino e mi viene da sorridere. Era tanto che non mi capitava di essere semplicemente felice dei miei passi, ma è proprio così. Cammino, cammino tantissimo, cammino da un mese e -a parte poche rilevanti eccezioni- non ho visto che la Rive Gauche (che delle due è quella più piccola, peraltro). Cammino perché mi piace tutto quello che vedo e non sono mai sazio di strade da percorrere, di asfalto da calpestare e di palazzi da osservare. Non c’è niente di rilevante da vedere, in realtà, solo case più o meno belle a seconda delle zone, negozi più o meno eleganti a seconda delle strade (dalla boutique alla bancarella del venditore di fichi, passando per un supermercato tanto bello da sembrare un museo), strade più o meno larghe a seconda dei deliri di Haussman, che forse sarebbe stato meglio se si fosse dedicato allo studio dei varani di Komodo, o forse era un genio: io ancora non lo so. Comunque io cammino e sorrido come sorridono i bambini che non sanno ancora parlare. È difficile vedere un adulto sorridere in quel modo. Io non mi sono mai visto mentre cammino e sorrido, ma ci scommetterei che sorrido così. Ho deciso il giorno dopo il mio arrivo che esplorando la città non avrei preso la metropolitana e che non mi sarei limitato ai luoghi d’interesse turistico, ma che sarei andato a vedere i quartieri e le vie, tutti, sempre a piedi. Prendere la metro, almeno all’inizio, mi faceva perdere il senso dell’orientamento. Che senso ha conoscere Place de la Concorde ma non sapere dov’è rispetto alla Tour Eiffel? No, io vado da casa alla Tour a piedi e poi mi metto a vagare senza meta e senza cartina, dove mi portano le gambe. Consumo le suole dei sandali, che in fondo sono nate per essere consumate così. E improvvisamente eccola là, Place della Concorde, ci sono arrivato senza saperlo. E ora conosco tutta la strada che sta in mezzo tra lei e la Tour. Se non avessi incontrato quella piazza? Poco male, ne avrei incontrata un’altra. Così per giorni e giorni e anche qualche notte, percorrendo la Rive Gauche. Lo so che la Concorde è sulla Droite, ma solo per cento metri, via, uno strappo alla regola ogni tanto…
Quando ritorno nei miei dodici metri quadrati, a sera, segno le strade che ho percorso su una cartina che ho rubato il terzo giorno, in un albergo vicino al Pantheon. Cerco di muovermi per cerchi concentrici, nulla sapendo di cosa o chi incontrerò quel giorno. Un paio di volte mi sono accorto di essere finito in posti non raccomandabili e allora sì, ho avuto paura e sì, sono corso alla metropolitana. È incredibile come in neanche trecento metri si possa passare da un quartiere elegante ad uno a dir poco malfamato, qui. E dire che non ho ancora mai visto certa banlieue!
Cammino solo.
Amo l’idea di prendere possesso della città in questo modo, del tutto a caso. È la stessa cosa che vorrei fare girando il mondo, ma è molto più facile realizzarla in una città, per adesso. So benissimo che in realtà quello che faccio è il contrario, ovvero lasciare che sia Parigi a portarmi dove vuole, perdermi dentro il suo ventre. È Parigi che prende possesso di me, non io di lei. Non so dove mi porterà a camminare, né chi mi porterà ad essere. Se non ho il coraggio per lasciarmi trasformare dalle persone, sono contento almeno di aver trovato quello di lasciarlo fare ai luoghi.

Contento, proprio come Florence che mi guarda dal plexiglass. Perché l’unica cosa che posso dire di lei, è che è felice. Più felice di me, ma si capisce: lei ha visto anche la Rive Droite.

Freddy Vander, musicista, una lapide di marmo nero e lucido con inciso uno spartito dorato e delle note musicali. Nessuna data. Chissà chi era. L’unica cosa che dice è la musica. Forse suonava nell’orchestra dell’Opera, forse insegnava il violino al conservatorio o dava lezioni di pianoforte alle ragazze di buona famiglia. Forse era il sassofonista di un gruppo jazz. Forse suonava la fisarmonica, appoggiato alle mattonelle bianche di una qualche stazione della Metro di Parigi, affidandosi alla generosità della gente. E qualche volta saliva su un treno, suonava sul vagone per un po’, poi faceva la questua e scendeva, per essere inghiottito dal buio non appena la metro fosse ripartita. La Metropolitana è una cosa con cui devi fare confidenza, e io non credo di esserci ancora riuscito del tutto, a onor del vero. A parte la claustrofobia che può suscitare, dalla quale sono fortunatamente immune per ora, è davvero uno strano modo di muoversi: non è un treno normale. Io sono semplicemente innamorato del treno, dei viaggi in treno. Ancora una volta, perché dal treno vedo, vedo tutto quello che si trova in mezzo fra la stazione di partenza e quella di arrivo. L’aereo è veloce e magnifico -mi piace per altri motivi, che hanno a che fare con la panna montata- ma fornisce una conoscenza del mondo a macchia di leopardo. Spot. Parti da Milano. Spot. Fai scalo a Roma di cui non vedi altro che il terminal. Spot. Sorvoli i continenti e atterri a Malé, l’isola-città perfettamente quadrata capitale delle Maldive. Neanche a Malé ma al suo aeroporto, che è una lingua di sabbia a un paio di chilometri di distanza. Sei salito a Milano, scendi ai tropici. Cosa c’era in mezzo, chi lo sa. Prendere il treno per andare fin laggiù sarebbe impossibile per ovvie ragioni, ma ammettendo che si potesse fare, quanto mondo si conoscerebbe? Correre sulle rotaie da Milano a Trieste e poi lungo il tracciato del vecchio Orient Express, attraverso le montagne della penisola Balcanica -o invece più a Nord, lungo il Danubio- fino al Bosforo. Attraversare Istanbul e l’intero altipiano anatolico, vedere i monti del Tauro e poi piegare verso sud, entrando nella valle dell’Eufrate, fino a Baghdad. Percorrere -in autobus o peggio, temo- gli altopiani iraniani e guardare le montagne che si fanno sempre più alte, scintillanti di nevi perenni sulle vette inaccessibili. Ritrovare i binari in Pakistan e scendere grazie alle ferrovie inglesi tutta la costa dell’India, vedere le foci dell’Indo, Bombay, Bombay, Goa. E poi imbarcarsi e raggiungere Malé con la nave, attraverso l’Oceano. Quanto mondo si vedrebbe?
Perciò amo il treno. Perché dal vagone che corre in mezzo alla pianura la puoi guardare, e forse capire. E stazione dopo stazione ti accorgi del mondo, del paesaggio, degli uomini che gradualmente si trasformano, per diventare da quelli di casa tua, quelli della tua meta. Il treno passa nel mondo, non sopra. Dentro.
La metro no. Quel particolare treno è sempre in galleria, immerso nel buio, e quasi non ti rendi conto di muoverti. Quando parte da una stazione per infilarsi nel suo tunnel scuro, non sembra che sia lei a muoversi. Sembra che sia la stazione bianca ed illuminata ad andarsene, a venire risucchiata chissà dove. Io la guardo passare, e ritorno nel buio. Le stazioni sono come fotogrammi di un film. Passano velocissimamente davanti agli occhi. Solo che qualcuno ha sbagliato il montaggio, perché tra una e l’altra ci sono almeno cinque metri di pellicola vuota. E quando compare un nuovo fotogramma, compare dal vuoto. Spot. Mi viene incontro veloce e violenta una nuova stazione, ed io scendo, mi volto, e ricordo che era solo un treno, e io mi muovevo nel buio con lui. Un treno triste però, condannato a correre per sempre sottoterra, ad attraversare tenebre invece che campi di grano.
Spot. Cluny-La Sorbonne, 28 Settembre 2009.
Esco nel cuore del quartiere latino (ma cosa c’è nel mezzo tra qui e Montparnasse?) e vado ad occuparmi della montagna di scartoffie universitarie, bancarie, metropolitane che al mio arrivo mi hanno investito. Come un treno. Sono dieci giorni che faccio buchi nell’acqua. All’università ho dovuto scegliere un relatore ancora prima di conoscere i professori, e un titolo di tesi. Obbligatorio per potersi iscrivere. Panico; in banca non vogliono aprirmi un conto perché non ho ancora un domicilio fisso, e perché non sono iscritto all’università, che non posso pagare se non so il titolo della mia tesi (tutto questo è davvero ridicolo); la RATP, nobile e generosa compagnia di trasporti pubblici parigini mi costringe a svenarmi ogniqualvolta prendo la metropolitana alla modica cifra di 1,60 € per corsa, a meno che io non mi abboni annualmente. Allora diventano gentili e carini e mi fanno moltissimo sconto perché sono universitario e ho -udite udite- un conto in banca francese. Niente casa e università, niente banca. Niente banca e università, niente metropolitana. Niente metropolitana, giri a piedi per Parigi (perfetto!) e tanti tanti problemi burocratici.

8 Ottobre 2009.

Mi arriva a casa l’Imagine R, il fantomatico abbonamento del trasporto pubblico. Era l’ultima pratica urgente. Alla fine ce l’ho fatta. Ora ho una tesi con un professore simpatico che però praticamente non so chi sia, un conto in banca sulla fiducia con l’intesa che porterò un contratto d’affitto vero e non solo la tassa d’abitazione del mio padrone di casa, e finalmente un pass per la metro. Lo guardo bene. Esteticamente discutibile, sembra una carta di credito viola e azzurra sporcata di bianco (sono nuvole quelle?). Una foto sbiadita del sottoscritto mi guarda con rassegnazione: forse teme di morire di cancro a causa delle radiazioni magnetiche del chip che ha a fianco. Così è la vita, mia cara, dovevi pensarci prima di scegliere questo lavoro. Finalmente, il mio abbonamento. È brutto, è vero, ma gli voglio bene così, perché l’ho tanto desiderato. Scorro velocemente l’informativa allegata nella busta. Comincia dal primo Novembre. Maledizione, mi hanno fregato.

Generale polacco dal nome impronunciabile. Onestamente non me lo ricordo. Morto nel 1878, in esilio dal suo paese. Una colonnina, in cima il suo busto di bronzo, che cola verderame fin sopra la pietra tombale. Aveva la barba lunga, divisa in due come usava allora. O forse, come usava ancora all’Est. Ma lui in Polonia non ci poteva tornare. Quale Polonia? Non so immaginare cosa possa avere fatto per essere cacciato da casa sua. Forse in gioventù era un rivoluzionario, un portabandiera del movimento nazionalistico. Forse era stato uno di coloro che speravano nell’aiuto della Francia nella lotta contro i tedeschi, ai tempi della rivoluzione di Luglio. Invano. E allora quanto gli deve essere pesato l’esilio in quella Parigi che l’aveva abbandonato a se stesso? Quanto si dev’essere sentito solo? Forse meno di quanto immagino. La dedica dice: “I tuoi compagni”. Di certo non era il solo polacco che affrontava le luci e i fasti, la fame e il degrado, le arti e il sangue di quella Parigi mitica del secondo Ottocento che tutti, ancora, cerchiamo nei vicoli di Montmartre, o alla Gare d’Orsay. Qualcuno con cui condividere il passato e il presente, e pensare un futuro, magari.

Una sera di settembre. Duroc. I 12 Metri Quadri.

Elisa viene a cena. Non ci siamo visti spesso da quando sono qui, dato che andiamo all’Università ai due capi della città. Il tempo residuo non è molto, ed è occupato dalle scartoffie burocratiche. Ci stringiamo sul mio tavolino ovale pieghevole in simil pelle nera (perde sempre una vite e poi precipita, ma questo non glielo dico, magari oggi non succede), uno seduto sul divano -che è anche il mio letto- l’altra sulla sedia, di fronte, con la testa che sfiora il soffitto inclinato e una pericolosissima sbarra di ferro che serve ad aprire la finestra (ma chi mai ha inventato questo sistema omicida?), e ci concediamo una gran pastasciutta. Bevanda del giorno: Coca-Cola. Come del giorno prima, e di quello prima ancora. Non del giorno dopo perché questa lattina è l’ultima. Chiacchieriamo, lei mi parla della sua casa nuova dove sta per traslocare, io immagino per lei come dev’essere la mia; ci scambiamo impressioni sull’Università, sulla città, sulla gente. Parliamo un po’ del Carlètto, grande assente della serata (poltrone!) e degli amici che abbiamo lasciato a casa. Mi viene in mente quant’era agitata l’ultima volta che l’ho vista a Genova, prima che partisse. Mi viene in mente quanto mi agitava vederla agitata. E quanto nello stesso tempo mi tranquillizzasse il vedere che non ero l’unico ad esserlo. Guardiamo un film allucinante davvero sul mio computer piccolo davvero nella mia stanza piccola davvero, e poi la riaccompagno a casa. Ha i suoi problemi tecnici, come me, li affronta e uno per volta riesce a sbrogliarli (come me?), mi sembra contenta. Continuo a dirle: “Ma ti rendi conto? Siamo a Parigi!”. Forse però lei se ne rende conto più di me, che continuo a fare come se niente fosse. Elisa, sei a Parigi. E anche tu, Francesco.
Qualcuno con cui condividere il passato, vivere il presente, e immaginare un futuro possibile, talvolta. Grazie, perché le tue mani erano un po’ fredde il giorno del tuo aperitivo di partenza e perché fumavi in modo a dir poco nervoso quella mattina d’Agosto, davanti al caffé. Grazie perché questo mi ha aiutato a capire che non sono solo, non quanto pensavo. Se non siamo tutti nella stessa barca, non siamo neanche ognuno in una diversa.
“Oggi è un giorno che vale la pena stare in coperta, a guardare le onde arrivare”. E se ne vale la pena, è merito anche dei compagni di viaggio.

Mercoledì 14 Ottobre 2009. Un po’ più tardi.

Il tempo è passato senza che me ne accorgessi. Viene sera, fa sempre più freddo. A casa, ora, mi sa che ci devo tornare per forza, per non correre il rischio di lasciare qualcuno fuori della porta. Riprendo a camminare su uno dei vialetti periferici, pensando tra me e me. Accidenti, la polvere mi sporca le scarpe nuove. Dove diamine sia l’uscita, proprio non lo so. Continuo a camminare lungo il muro, ma non trovo un cancello neanche a pagarlo oro. Dopo circa dieci minuti (l’ho già detto che è grande, il cimitero di Montparnasse?) arrivo all’angolo. Sto perdendo l’orientamento. Però eccolo là un cancello, qualche centinaio di metri più avanti. Accelero il passo, senza più guardare niente. Vedo con la coda dell’occhio una signora con un gran mazzo di fiori che indugia di fronte a una lapide chiara, banale. Corre il mio sguardo distratto sull’iscrizione rossa. Passo oltre. Mi fermo. Torno indietro.
Jean Paul Sartre et Simone de Beauvoir.Semplicissima e quasi invisibile tra le altre. Avvicinandomi noto però che la pietra è coperta di biglietti, decine di biglietti in tutte le lingue del mondo. Addirittura ce n’è uno in caratteri coreani, e tutti sono recentissimi, anche se bagnati di pioggia. Il più vicino a me è scritto a pennarello rosso, un po’ sbiadito, e datato all’altroieri. In inglese, per Simone. “Thank you, you have changed my life. I love you. Haley”. Hai cambiato la mia vita. La mia Vita. Su una tomba. Su quello che i più considerano un luogo di Morte, io leggo di Vite che cambiano, che si muovono. Leggo esistenze, vedo relazioni e affetti, decisioni e strade. Strade che non sono i selciati del camposanto. Strade che si piegano verso nuove mete, a causa di pensieri e d’emozioni. Si piegano qui, davanti a una lapide, perché sono i pensieri e i sentimenti di Simone de Beauvoir (ma anche del generale polacco, o del musicista, di tutti quelli che sono qui, è solo che i segni non sono evidenti come in questo caso) che li hanno fatti e li fanno piegare. Vita su queste tombe. E non la vita di chi si trova al di sotto delle pietre, ma quella che si incrocia al di sopra di esse. Con calma, disegna nuove strade intorno ad esse, e perché no a causa di esse. Con tanta calma, e tanto silenzio. E foglie che volano e alberi grandi e ramati nella sera d’Ottobre. Un giorno, quando non ci saranno più lapidi o tumuli perché il vento e il tempo li avranno cancellati dal prato e dalla nostra memoria, resterà la traccia delle strade (o delle vite, fate voi) che piegavano dolci intorno ad esse. Allora qualcuno si chiederà intorno a cosa piegavano.
Mi infilo oltre il cancello e corro -forse mi scalderà- a casa. È davvero tardi. Come farò a pulire queste scarpe?

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