parigiFrancesco Mari

Mercoledì, 16 Settembre 2009. Ore 8:00, da qualche parte nella campagna dell’Ile de France.

“Scusi, no scusi sul serio…lo so qui sono d’impiccio…come? Yes, I mean, sorry, I know my luggage is just too big, I’ll leave it where it is, but please take your own and exit this cabin, so then I’ll be able to move mine…cavoli…What?! Yeah I know there are those japanese people outside, still we have to get out of this train, right? Non me ne frega niente se bloccano il corridoio, porca miseria, dobbiamo uscire tutti da questo buco! Veda di muoversi!”

Otto di mattina. Se non fossi stato mezzo addormentato, piuttosto confuso e a dir poco in difficoltà, forse le ultime frasi le avrei dette davvero. In realtà mi sembra di aver detto alla mia compagna di cabina -la signora parigina, quella molto parisienne- qualcosa tipo: “Ehm, OK, no problem. You exit and I’ll wait here”. E di essermene restato accartocciato nella mia felpa sulla mia branda, a guardare le prime case di Parigi sfrecciare fuori del finestrino, o meglio fuori della porzione di finestrino non coperta dalla tenda semiabbassata. Concentrarsi su qualcosa. Intorno a me nessuno sta accalcandosi per raggiungere il bagno o le porte del treno, nessuno inciampa in enormi valigie che non riesce a sollevare, nessuno biascica imprecazioni in chissà quale lingua. Nessuno. Io e le case, o meglio i pezzi delle case che corrono al di là dello spicchio di vetro. Ho qualcosa sotto la schiena. Rat-Man, n. 74. S’è piegato, devo averci dormito sopra. Ma porca-di-quella-benedetta…
Qualcuno, forse la ragazza carina, alza la tenda, e io strizzo gli occhi per il fastidio. La luce che piove nello scompartimento è grigia, trasversale, smorta. Decisamente, non è una bella giornata, ma del resto non lo era neanche a casa. Fuori del finestrino, ora lo vedo bene, si rincorrono un gran numero di case a schiera, tutte uguali; ma già il treno si avvicina ai grandi palazzi che si stagliano a nord-ovest, a poca distanza. Dentro continuano mio malgrado i goffi tentativi della tipa africana di tirare giù i suoi bagagli, frustrati dalla presenza a pochi centimetri della signora molto parisienne, la quale è evidentemente bloccata sulla porta dai trolley dei due ragazzi giapponesi, già (o ancora, non saprei dire) a leggere la guida turistica di Parigi, piantati nel bel mezzo dello stretto corridoio. Devono avere davvero poco tempo. Non c’è traccia invece della bella parigina della mia età, che da donna scafata qual è se la dev’essere filata per prima, per evitare il traffico dell’ultimo minuto.
Alla fine, tuttavia, qualcosa pare sbloccarsi in fondo alla carrozza, e mentre il treno si avvicina pericolosamente alla stazione d’arrivo, l’ultimo lembo della gonna-troppo-bianca-a-papaveri-troppo-rossi della signora molto parisienne scompare oltre la porte ed io vengo -finalmente!- lasciato solo nello scompartimento. Oddio, forse non è un bene. Come faccio ora a tirare giù dal soffitto quel catafalco della mia valigia senza ammazzarmi sotto il suo peso? E come, come faccio, una volta ricomposte le mie ossa sparse per la cabina dall’urto con la suddetta valigia, a caricarmi sulle spalle lo zaino 60 litri che ho fortunatamente in dotazione e pretendere -così armato- di poter ruotare di 180 gradi e passare dalla porta spingendo la valigia innanzi a me. Qualcuno mi aiuti, vi prego.
Peccato, son tutti già usciti, e nessuno sa l’italiano. Saltiamo questa parte dell’avventura, d’accordo?

Mercoledì, 16 Settembre 2009. Ore 8:44, Gare de Bercy.

Il treno ha una mezz’ora di ritardo. Il che, va detto, non è male trattandosi della Trenitalia.
La prima immagine ho di Parigi è una banchina in cemento grigio che conduce ad una stazione ugualmente grigia, in una grigia mattinata di settembre. Forza piedi, fa freddo ma c’è di peggio. Sono convinto -ma chi ha potuto guardarsi allo specchio?- di sembrare uno zombie: capelli spettinati su felpa storta e stropicciata, e nel mezzo qualcosa che fino a ieri era la mia faccia, ma dopo l’allucinante nottata appena passata, probabilmente assomiglia di più a un uovo strapazzato. Senza dimenticare il macigno che ho sulle spalle. Intorno persone di ogni sorta corrono in entrambe le direzioni, grigie su sfondo grigio. Io avanzo fino all’ingresso, l’ovatta tra i neuroni, mi fermo in mezzo all’atrio e guardo. Senza dubbio, c’è chi sta peggio. Accartocciato su una sedia quasi quanto lo sono stato io sulla branda fino a cinque minuti prima e col cappuccio marrone della felpa tirato su a coprire le orecchie (prima punta di nostalgia: al mattino mia sorella si nasconde sempre nel cappuccio, come per proteggersi dalla violenza del mondo. Però lei grugnisce, anche), Charles sta evidentemente lottando per non addormentarsi, abbracciato alla sua cartella gialla e blu. Togliere il filtro bianco e nero, per favore: quest’immagine è a colori.

Venerdì, 17 Luglio 2009. Rifugio Genova-Figari, m. 2009 s. d. m. Argentera.

“Ho voglia di fare un giro in montagna -aveva detto- però niente di eccessivo, non strafare. Un giro in montagna, normale”. D’accordo allora, non tiriamo troppo la corda, restiamo bassi: il Giro dell’Argentera non supera i 2800 metri di quota nel punto più alto, e si fa comodamente in tre giorni. Quindi perfetto, facciamolo. Chi ci ha pensato alle condizioni di particolare innevamento di quest’anno? E soprattutto chi ci voleva pensare? Sono settimane che ho un disperato bisogno di montagna, di una ascesa e di una fatica, del sudore e del freddo in alta quota, del fango lungo i torrenti e di Dio appena dietro la vetta, che ti aspetta sempre fino a un attimo prima che tu la raggiunga. E quando arrivi non puoi più vederlo, ma riesci quasi a sentirne l’odore. E forse ho bisogno proprio di questa montagna, così impervia che solo guardarla fa impressione. Magnifica e terribile signora, devo guardarti negli occhi. Devo provare a renderti razionale, a farti mia per quello che sei. A capire.
Charles ha coinvolto me (che, tanto per intenderci, quando gli avevo proposto di prenderci tre giorni per fare una vacanza, pensavo di andare a Ferrara) in una gita in montagna ed io ho coinvolto lui in un pellegrinaggio. Però le cose diventano multiformi quando si sale in quota, tutte. Tanto le emozioni, quanto gli eventi. Il margine di imprevedibilità delle circostanze aumenta insieme al dislivello, e ciò che avevi progettato si trasforma immancabilmente in qualcos’altro. Così in solo pomeriggio siamo passati dal sole cocente alla pioggia e infine alla tempesta di vento e adesso siamo qui a farci la punta al cervello per tenere in piedi una tenda che non ha alcuna possibilità contro le raffiche che sferzano la conca erbosa vicino al rifugio. Ma se questa è un’avventura, allora bisogna alzare i pugni contro il vento e invitarlo a battersi, affrontando con fierezza la sicura disfatta. È con grande orgoglio che cinque minuti dopo bussiamo alla porta del rifugio e domandiamo due letti per passare la notte. Gli alpinisti che stanno cenando nella stanza accanto hanno seguito la nostra sfortunata impresa dalla finestra e quasi si mettono ad applaudire alla nostra comparsa. Ci rinfranchiamo con un tè caldo e un paio di birre, infastiditi dal costo del pernottamento ma piuttosto divertiti dalla piega che sta prendendo la serata. A quel punto tiro fuori dalla patta del mio zaino una spiegazzatissima busta bianca con un timbro ovale sull’angolo in alto a sinistra, e la mostro a Charles. Dentro c’è la notifica d’ammissione alla Sorbona, che ho inseguito per un anno preciso. Il mio desiderio di ottenerla mi è servito da molla per scrivere la tesi, per decidermi a tentare l’esame di francese e soprattutto per mettere a punto il mio greco e dare l’esame di Letteratura Greca, che per mesi avevo procrastinato (come il ragazzo-dello-scientifico abbia fatto a uscirne sano di mente, ancora me lo domando). Il solo desiderio di stringerla in mano -e sì, lo ammetto, anche un’ambizione divorante. Solo il desiderio della lettera, però. Solo la possibilità di andare alla Sorbona, ho usato come bersaglio della mia freccia. Decidere di farlo davvero, quella era la vera parte difficile del gioco, se nel gioco che sto giocando esiste una “parte facile”. Dopo tre giorni che leggo e rileggo quella lettera, la mia incredulità riguardo quello che essa significa per la mia vita è aumentata tanto da non riuscire più nemmeno a dire ad alta voce cosa c’è scritto (Tommi, meno male che a te l’ho detto subito: se avessi aspettato un giorno non ci sarei più riuscito. E grazie, sei un custode meraviglioso). Così a Charles la passo così com’è, chiusa e stropicciata dallo zaino e un po’ umida di pioggia. Mi guarda.
“Cosa farai adesso, Fra?”
Inseguirò Dio sul passo di Brocan, sperando che domani mi aspetti in cima. E per fortuna, non sarò solo.
Io lo giuro, non l’ho fatto apposta. Mai avrei creduto che a metà di luglio i colli delle Alpi Marittime potessero essere chiusi dalla neve! Tanto sarebbe valso andarsene a 3500 metri. Per nostra fortuna il gestore del rifugio ci presta due picozze e un paio di ramponi per Charles, che con mio grande stupore accetta di rischiarsela con me sulla neve, nonostante sia la prima volta. Avventura. Il sentiero è coperto come tutto il resto da uno spesso mantello bianco ma la traccia è buona, e il colle è in alto sopra di noi. I miei ramponi rompono la neve che scricchiola e tutto è pieno di luce. Non ti preoccupare se non vedi il segno, ti prometto che non mi perdo. È solo un colle da superare, è solo una strada da imboccare; dall’altra parte ci aspettano la cima di Nasta, e forse, Parigi.
Ecco perché continuiamo ad andare in montagna, nonostante tutto. Ecco perché vale la pena correre il rischio. Le montagne rendono i contorni delle cose più nitidi, evidenziano i legami che tengono insieme il mondo. C’è tutta quella luce. Lassù diventa più facile intravedere la trama dell’esistenza, e magari il posto che siamo chiamati ad occupare tra le sue infinite e scintillanti maglie. Arrampicarsi su una parete, camminare lungo un sentiero o risalire un canalone con gli sci sono modi per domandare. Tutti i gesti che si fanno in montagna -chinarsi per annusare un fiore, sciare solo nei fuoripista, piantare la picozza nel ghiaccio, calarsi in corda doppia- sono una domanda: “Dove mi devo mettere per avere significato?”. Forse questo è vero per molti gesti della nostra vita che con i monti non hanno niente a che fare, ma le domande che poniamo in montagna hanno una peculiarità: la montagna risponde. È severa e addirittura violenta, ed è pericolosa, ma risponde alle domande.
Nessuna vita è davvero completa se non si spende alla ricerca di se stessa, del suo proprio senso in mezzo alle altre. Varrà sempre la pena di andare in montagna. Adesso l’ho capito anche io.

“Signore, ti ringrazio per il dono delle persone coraggiose, perché vedere il coraggio nel cuore degli altri aiuta a scoprire quello nascosto nel proprio”.

E Signore, cambia dopobarba. Ti sgamo sempre quando arrivo in cima, se usi questo.

Mercoledì, 16 Settembre 2009. Ore 9:45, avenue du Maine, Montparnasse.

Vedi i casi della vita: un’ora fa stavo mangiando una brioche (pardon: croissant) seduto al tavolino esterno di un bar davanti alla stazione, guardando un brutto edificio che Charles mi diceva essere il Ministero dell’Interno di Francia, ed ora sono seduto in una berlina che si muove nello strano traffico di Parigi (è caotico, indubbiamente caotico, ma alla francese: quasi annoiato, si potrebbe dire) in direzione della piccola mansarda di 12 mq che ho affittato per le prime settimane in questa città. Il quartiere è a dir poco lussuoso. Al volante c’è il mio padrone di casa, un giornalista italiano coi baffi e i capelli grigi. È visibilmente fiero del suo piccolo ritiro, e non vede l’ora di potermelo mostrare. Già dal nostro primo incontro, a Santa Margherita qualche settimana fa, mi è stato simpatico. Ha conservato il calore tipico dei toscani, nonostante viva in Francia da più di trent’anni. Stamattina ho conosciuto anche la sua compagna, che parla veramente tantissimo e ha un accento lievemente emiliano. Esplosiva e interessante. Sono una gran bella coppia, a vederli così.
La macchina accosta davanti ad un cancello ed io e Charles rimaniamo impressionati dal lusso dei palazzi che si affacciano sulla bella corte a T pavimentata di rosso al di là della grata. L’aiuola al centro di Square du Croisic è a dir poco lussureggiante. Nel sottotetto di uno di questi meravigliosi palazzi c’è la mia stanza. All’inizio sembra davvero piccola. In effetti lo è sul serio, ed è anche molto, troppo ammobiliata, ma appare davvero minuscola, con quattro persone stipate all’interno. “Qui starò come una sardina”, penso, mentre vengo investito da un fiume di parole e spiegazioni -condite con qualche ricordo di gioventù- riguardo all’alloggio. Non ascolto quasi nulla. In effetti più passano i minuti più mi sento avulso dal contesto, imbambolato, altrove. A un certo punto i miei entusiasti padroni di casa prendono commiato e lasciano me e Charles da soli a guardarci in giro, lui che si stupisce delle contorsioni necessarie per fare pipì sotto una mansarda, io che osservo distrattamente la mole di libri e vocabolari sugli scaffali. Meno male che c’è qualcuno a riportarmi sul Pianeta perché io sto per andarmene dal mondo. Bisogna andare all’università a ritirare il dossier d’iscrizione, sì, che se no poi chiude e io come faccio…quei barbogi della Sorbona già mi fanno arrabbiare: mandarmelo per posta no, il dossier, troppo post-modern per loro, che evidentemente sono rimasti nostalgicamente attaccati ai piccioni viaggiatori, ché bisogna proteggere la tradizione.
Andiamo. Ancora la metro, come già prima dalla stazione di Bercy al superappartamento dei miei padroni di casa. Scendo alla fermata di Cluny-La Sorbonne, mentre Charles prosegue per la sua via. Si allontana sferragliando il treno. Io vado all’attacco dei burocrati.

Mercoledì, 16 Settembre 2009. Dalle ore 12:30 in poi. Dove, tanto bene non so.

Qualcuno deve avermi fatto a tradimento una flebo di Valium mentre ero all’università: forse al bureau amministrativo, forse all’ufficio contabile, non saprei, ma qualcosa mi hanno dato. Più passa il tempo più la realtà si allontana da me, che mi muovo per inerzia. Le cose si susseguono una dopo l’altra, ma non hanno origine da me. Io starei fermo a guardarmi le mani, seduto sul divano (quello che di sera diventa il più scomodo letto su cui abbia mai dormito). Invece vado a pranzo dalla cugina di Charles (automatica ricerca di normalità in circostanze anomale: mi metto a fare il sugo di peperoni alla pasta), nel tardo pomeriggio a prendere un buffo aperitivo fatto in casa a base di torta di mele e vino rosso con Naomi e Anna e Marcello, sul canale. A cena invece mi spingo fino alla Cité Universitaire (che posto pazzesco) a trovare il buon Carlo, che vive con le portoghesi e gli argentini nella maison olandese. Prove generali di un pastiche linguistico al quale so che in qualche settimana farò l’abitudine, ma che non credo di voler imparare. Faccio tutto in maniera meccanica, mi sento spettatore di me stesso, come se mi guardassi da fuori. Dopo pranzo, ho detto a Charles che me ne andavo a “casa” a dormire, e in effetti ci ho provato, ma non ho chiuso occhio. Complice la grande stanchezza, alle undici di sera mi sembra passata un’eternità dal momento in cui sono sceso dal treno. Agognando un letto, scendo le scale della stazione della metropolitana alla Gare de L’Est e forte del mio nuovissimo pass elettronico Navigo Découverte supero il tornello d’ingresso, che emette un bip verde di benvenuto. Seguo le indicazioni per il mio treno: giro a sinistra, vado dritto, poi di nuovo a sinistra e dritto, poi una rampa di scale…e mi ritrovo di nuovo fuori delle barriere, all’ingresso. I tornelli ovviamente non hanno nessuna intenzione di farmi passare per la seconda volta in quaranta secondi (li prendo mica per fessi?) e io sono a piedi, esausto e dalla parte sbagliata della Senna! Cammino mestamente fino alla Gare du Nord -indovinandone la direzione per pura fortuna- e incrocio le dita. Passato. Svieni pure sul treno della metropolitana, ora, basta che sia quello giusto e che tu ti riprenda prima della tua fermata. Poi sarà solo questione di salire le scale mettersi sotto le coperte. Quelle sul divano che devi ancora aprire, a cui ancora devi mettere le lenzuola, titanica impresa che tu ancora non lo sai, ma ti procurerà un bel bernoccolo in testa (amo le mansarde per il rumore della pioggia a venti centimetri dal naso; odio le mansarde per tutte le botte che nella mia vita ho dato contro il soffitto) e un ginocchio livido. Davvero non c’è spazio per muoversi, in quella stanza. Ma tu comincia a pensare di rientrare dentro te stesso già ora, su questo treno. Finché ti guardi da fuori, non ti addormenterai mai.

Giovedì 17 Settembre 2009, tarda mattinata.

Mi alzo (la schiena a coriandoli, ma bisognerà abituarsi), mi vesto e scendo per dare un’occhiata in giro, magari trovo da fare colazione. Esco in strada. Tutto il mondo è paese: gli ippocastani sono malati anche qui. Mi sento un po’ a casa. Forse non sono mai partito.

Annunci