Dopo essersi brillantemente laureato in Lettere classiche con una tesi di Storia greca, il nostro amico Francesco Mari ha scelto di proseguire i suoi studi per la laurea specialistica alla Sorbone di Parigi. Ecco le sue prime esperienze!

IMG_2187Francesco Mari

Devo smetterla di ripetermi che sono a Parigi.
Il fatto è che continuo a dimenticarmelo, proprio come se non fosse vero, proprio come se le strade per cui da cinque giorni cammino fossero un quartiere finora sconosciuto della mia Genova. Come se piazza De Ferrari fosse ad un tiro di metropolitana da Boulevard de Montparnasse, e bastasse guardare fuori dalla finestra per vedere il Bigo. Come al solito.
Invece alzo gli occhi e vedo la Tour Eiffel, illuminata e luccicante, fuori del mio abbaino.
No. C’è qualcosa che non va, Francesco. Sei a Parigi. Sei a Parigi.
Ma ogni volta è solo un attimo di consapevolezza, che subito scivola nel turbine di cose da fare, di documenti da presentare per l’università, per il conto in banca, per l’abbonamento della metropolitana. Scivola via per essere confusa, offuscata ed infine abilmente rimossa e stoccata in chissà quale anfratto della mia mente. Un gran bello scherzo davvero.

30 Agosto 2009

C’è un grande via vai per le scale di casa A, che vanamente sto tentando, se Dio vuole per l’ultima volta quest’anno, di far pulire alla mia squadra di ragazzi. Tutti che portano su e giù le valigie, liberano i letti e le stanze di Monteleco e si preparano a tornare a casa. Cosa significhi poi casa per questi ragazzi di cui ci occupiamo per quattro settimane lungo tutto agosto, è da vedere. Casa. Si torna a casa, e anch’io ritorno alla mia, per niente felice e piuttosto spaventato. Sono giorni ormai che, complice la stanchezza, sono sempre sull’orlo delle lacrime.

Spazzo il pavimento, e piango. Piango perché mi aspettano due settimane a casa, le ultime due per me, che sto per partire per la Francia, e le ultime due con me delle persone a cui voglio bene, e che mi accingo a lasciare qui. Piango perché ho paura. Piango perché mi dispiace. Piango perché mi sento in colpa. Ma soprattutto piango perché ho scelto, e per me scegliere è la cosa più difficile al mondo. Che si parli di strade, idee, ragazze, amici, io detesto e temo sopra ogni cosa dovermi definire in una posizione, e mantenerla. Quanto più facile, e meno pericoloso per i sentimenti di tutti, è restare nel seno della possibilità. Finché il mondo è fatto di opzioni nessuno può farsi male, ma solo immaginare di essere felice. E se fantasticare sulla felicità non è felicità vera, almeno niente e nessuno potrà ferirci. È un buon compromesso. Ci si può abitare dentro, come in una personale sfera di diamante -trasparente, perfetta, infrangibile- e dal suo interno guardare l’universo, sicuri che niente ci possa colpire. Ma separati dalla realtà.
Io non ci credevo, che non si potesse vivere così. Per anni sono stato fermamente convinto -e una parte di me lo è ancora, e lo sarà sempre- che dentro quel comodo e cristallino guscio di possibilità io avessi trovato la condizione ideale. Poi, lentamente, ho dovuto rendermi conto che la mia convinzione altro non era che un’appetitosa menzogna che mi servivo da solo, tutti i giorni, per consolarmi e dimenticare le mie debolezze. E mi sono costretto a guardare la verità, cioè che nessuna realtà è fatta di opzioni, di possibilità. No, la realtà in cui viviamo è fatta di strade a scorrimento veloce e d’incroci; quando scatta il verde del semaforo, allora bisogna scegliere una direzione e partire. Altrimenti la gente dietro si mette a suonare. O peggio, si rischia d’essere investiti. Le possibilità sono che la vita ci mette davanti sono meravigliose a vedersi, ma effimere come la rugiada del mattino, che scompare col primo sole. Dilatarle all’infinito significa vivere fuori del mondo, in un presente che non è presente, ma un’offuscata fantasia di un futuro che non si realizzerà mai. E quel che è peggio: non si realizzerà mai perché noi non permettiamo che lo faccia!
Tanto più che prima o poi il presente arriva da solo, e quando ti investe con tutta la sua devastante realtà, allora delle scelte sei costretto a farle. Con tanti saluti alla tua tanto amata libertà, che pretendevi di proteggere procrastinando all’infinito il momento della scelta.
E allora, che fare? Rientrare -con enorme fatica- nel mondo dei vivi, e scegliere.
Chi vuoi essere?
Spazzo il pavimento e piango, perché crescere mi costa tante lacrime. Fuori cominciano ad arrivare i primi genitori, che vagano nel cortile pieno di foglie (è una sciagura, questa ruggine degli ippocastani. A metà agosto sembra già pieno autunno) davanti alla chiesa dove tra poco Fully dirà l’ultima messa della stagione. Volano le foglie. Ho addosso una maglietta verde prato con scritto sopra -in inglese maccheronico- “the people is the power”: certamente è così. Certamente, se Fullyno e questo posto mi hanno insegnato qualcosa, è che il carburante per vivere sono le altre persone. Vado in chiesa e prego, perché le persone che ho così paura di lasciare qua possano essere energia per intraprendere il cammino che mi sono scelto. Trampolino di lancio per chi parte, e materasso per l’atterraggio di chi torna. Ciò che mi sono sforzato d’essere per gli altri, ma che davvero non ho la forza di credere che gli altri possano essere per me.

8 Settembre 2009

Bergeggi: “l’ultima giornata al mare tutti insieme”. Che meraviglia ragazzi, che bello…
Non mi ricordavo che in Liguria esistessero spiagge di tale bellezza, ma negli ultimi giorni ho dovuto ricredermi. Il golfo del Tigullio nel weekend e poi questo piccolo paradiso a un tiro di schioppo da casa. Non ti accorgi mai di quanto sia bella casa tua finché non stai per andartene, temo. I fregi dei palazzi, nel centro storico, non hanno mai colpito la mia retina con tale violenza come in questi giorni, né mi hanno mai impressionato tanto i gabbiani che volano vorticando di notte, sul Bigo, come falene attratte irresistibilmente dalla luce d’un lampadario (solo che nel caso del Bigo è tutto sottosopra). Tutto quel che guardo è prezioso. E tutto ciò che faccio, è “per l’ultima volta”. Anche se non sono io a pensarlo, c’è sempre qualcuno che me lo ricorda, che me lo dice, che lo sottolinea con un tratto di matita rossa. Ma andate tutti a farvi una lunga passeggiata sul molo corto, come diceva Guybrush Threepwood. Cosa vuol dire ultima volta? E perché dovrebbe esserlo?
Mi sento preso tra l’incudine ed il martello: tutti vogliono vedermi un’ultima volta, tutti famiglia compresa fanno a brani il mio tempo cercando di accaparrarsene un pezzo ancora. Io in realtà, vorrei solo stare a guardare i gabbiani ed le chiavi di volta degli archi murati davanti a San Siro. Ma li adoro perché insistono, perché come di mio solito, io ho paura di voler bene troppo, e quindi tendo a svicolare. Che bastardo. Vi chiedo scusa, a tutti, se sono sfuggente. Ancora una volta, è per non piangere. Mi paro dietro il mio guscio, facendo finta che niente stia cambiando, cercando di non soffrire. Grazie per avermi costretto (ma Ste, ti prego, la prossima volta che vuoi farmi ubriacare, non sfidarmi a Trivial Pursuit!). Detto questo, NON è affatto l’ultima volta. E, se voi non mollate me, tranquilli, io non mollo voi neanche morto.

15 Settembre 2009, Martedì. Ore 17:45.

Il tempo passa, gli amici partono, io anche, infine. È impressionante il numero di persone che se ne va quest’anno, ed è consolante sapere che se io rimanessi a casa, mi sentirei solo tanto quanto so che mi sentirò a Parigi, la grande città. Con qualche rilevantissima eccezione, i miei migliori amici se ne vanno da Genova, preda anche loro di questa mania di andarsene che colpisce la nostra generazione, mania che ormai ho imparato a riconoscere, e che ha molto a che fare col panico (mi si può credere, io sono nel numero di chi se ne va, un contagiato d’annata da questo morbo epidemico. Denominazione d’origine controllata). In fondo, mi mancherebbero allo stesso modo, sia restando a casa, che andando via.
Si parte.
Il treno per Milano lo conosco, è lercio come al solito. E quel che è peggio, sono lerci i finestrini, tanto da rendere opaca e lontana l’immagine dei miei fratelli e della mia ragazza sulla banchina, a salutare. Mia mamma non è voluta venire sul binario, e mio padre è rimasto con lei. Salutano attraverso lo sporco del vetro. Sono solo a due metri di distanza, ma sono già irraggiungibili. Mi sforzo di sorridere, ma riesco a produrre solo una smorfia di quelle che se mi potessi guardare allo specchio, mi verrebbero le convulsioni da tanto ridere. Spegnete la luce, vi prego, e svegliatemi domani mattina.
Ma no.
Il cambio è a Milano, e il mio secondo treno, quello per la Ville Lumière, parte alle 23:35. Non ci sarà sonno per me, almeno per un po’. Fortuna che, alla stazione centrale, ad aspettarmi c’è Nicola. Meraviglioso Nicola. Non so se mi riesce di dirgli quanto importante sia per me avere la possibilità di poter passare quelle ore di limbo con un amico vero. Non so se si rende conto che se lui non fosse lì a tenermi compagnia, semplicemente a chiacchierare, io girerei sui tacchi e tornerei a casa. In fondo lui ha l’anima del routard, e del mio viaggio vede solo la faccia lucida. Io invece oggi vedo solo quella opaca, com’era logico aspettarsi da me.
A Milano fa un gran freddo, accidenti: io ho ai piedi i sandali, irrinunciabili Birkenstock, uniche vere calzature adatte ai miei piedi, laddove tutte le altre scarpe sono prigioni. Maledetto l’inventore delle scarpe. E maledetto questo freddo. Io senza sandali, proprio non potevo partire.
Finalmente arriva il mio treno, ed io lascio andare Nicola alla sua metro, alla sua Bocconi, alla sua vita intensa per lanciarmi nella mia. Aspetta però. C’è ancora tutta la notte, in uno scompartimento grande come il mio bagno, con altre cinque persone! Nell’ordine: una signora di mezza età, molto parigina, assai schifata dalla Trenitalia (come darle torto); due giovani giapponesi in tour per l’Europa, se non avessero parlato tutta la notte li avrei amati assai di più; una donna africana, bella ma molto puzzolente e dalla grandissima valigia (la mia è ingombrante, non dico di no, ma la sua! Altro che pentolini per il cappuccino deve averci messo!); una bella ragazza francese, sola, che tornava da una vacanza nel Nord Italia. Bella davvero.
Che inizio. Io, il treno, il nuovo numero di Rat-Man (sia lodato Leo Ortolani nunc et semper, in omnia saecula saeculorum).
Buonanotte, Italia.

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