RosaE4459MariangelaRosa Elisa GIANGOIA e Mariangela DE TOGNI hanno partecipato all’incontro L’altro fuoco. L’esperienza della poesia che si è svolto a Ravenna sabato 18 luglio.
La prima ha tenuto una breve relazione dal titolo Memorie dantesche in un poeta di oggi: Guido Zavanone , mentre la seconda ha letto le sue liriche La sento venire quella voce, C’era in quella statua, Se non sapessi, Parlami dell’aurora.

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Memorie dantesche in un poeta di oggi: Guido Zavanone

Ho scelto di parlare di un poeta di cui da tempo mi occupo, Guido Zavanone, da un lato per suoi particolari legami con Dante, dall’altro perché mi pare rispondere anche alla visione della letteratura illustrata precedentemente da padre Antonio Spadaro ed ampiamente espressa nei suoi due recenti volumi (Abitare nella possibilità e L’altro fuoco).
Premetto che in tutta la tradizione letteraria e in particolare in quella del Novecento (non solo italiano) molti sono i poeti che vivono un rapporto stretto di memoria poetica con l’opera di Dante, poeti che attraverso il gioco antico della memoria-omaggio recuperano stilemi dal testo dantesco che, come cellule attive, incastonano nel loro personale tessuto di creazione poetica.
Diverso è il caso del poeta genovese Guido Zavanone, il cui rapporto con il poema dantesco è molto più originalmente vissuto, in quanto la sua poesia, nell’ormai ampio ed articolato arco del suo sviluppo, presenta numerose ed interessanti omologie con l’Alighieri, che si concretizzano in analogie di procedimenti creativi.
Come ho dimostrato nel mio articolo pubblicato qualche anno fa sulla rivista “Poeti e poesia”, bisogna sottolineare innanzitutto che Guido Zavanone è un poeta che si riappropria di un moderno uso dell’allegoria: questo vuol dire oltrepassare il simbolismo tipico del decadentismo e riacquistare un elemento espressivo funzionale ad orientare la poesia verso una modernità che si radica nella più antica tradizione del dire per figure, quel dire che sa far assumere agli elementi della realtà non solo valori genericamente traslati, ma funzioni concettuali di valenza esistenziale e morale.

Esemplificativa, a questo proposito, può essere l’Ode alle banche, nella quale Zavanone vuole far emergere la negatività del presente vivere disumanizzante, in cui la “cosa”, o meglio il denaro, si accampa come valore supremo che offusca la dimensione più autentica dell’uomo. La rappresentazione della freddezza disumana della banca, di recente particolare attualità, ci riporta all’incontro di Dante con gli usurai, neppure identificati individualmente come persone nel c. XVII dell’Inferno: Dante ha posto in nuce il problema della disumanizzazione che il prestito ad interesse, nuovo motore economico della società del suo tempo, avrebbe introdotto nella vita dell’uomo, Zavanone ne fa emergere tutta la potenza disumanizzante con versi di fredda ironia:
Le banche sono tranquille e serene dimore
dove non abita la vita
ed è sconosciuta la morte.
[…]
Forse un giorno tra queste
ovattate pareti ci avverrà di sparire
cifre di un conto saldato per sempre,
da più non riaprire.

Ma è soprattutto tramite i due poemetti, Il viaggio (1991; 2009) e Il viaggio stellare (2009) che meglio si può misurare il rapporto con Dante. Innanzitutto per il coraggio di porsi nella stessa prospettiva di giudicare il nostro mondo contemporaneo dal basso del moralmente negativo e dall’alto della tensione morale e spirituale, sempre comunque dal di fuori, da un punto di osservazione estraneo al vivere terreno. Per Zavanone, poi, Dante è l’unico possibile autentico maestro di poesia; fa dire infatti alla sua guida che lo accompagna attraverso i cieli: Quanto ai tuoi versi, t’ha insegnato Dante, / se pur nessuno / può imparar quell’arte (Il v.s, p. 85). Il primo poemetto, che ha per tema un viaggio sotterraneo, non è tanto, o meglio non solo, un itinerario tra un luogo ed un altro, ma piuttosto l’allegoria di un percorso verso la decifrazione del senso dell’esistenza, che avviene attraverso un disvelamento progressivo di cui il poeta con la sua sapienza può farsi rivelatore. La dimensione di questo viaggio è prevalentemente mitica con la riappropriazione della vicenda di Teseo nel Labirinto, senza strumenti, senza segnali, senza riferimenti, con un senso di smarrimento più acuto anche per la situazione storica di fine delle ideologie, in particolare di quella marxista. E’ un viaggio rischioso in sotterranei e cunicoli di cui il poeta si fa guida per gli altri verso una meta che può essere solo quella della scoperta della verità. A rischiarare c’è solo la speranza di raggiungere la verità. La conclusione è però all’insegna della sospensione e dell’ambiguità. Non c’è il precipitare nel baratro dell’abisso, ma nemmeno la salvezza. I viaggiatori, guidati dal poeta, arrivano a vedere la rosa che inclina il delicato collo e il sole / che nasce e sconosciute stelle, sentono il trillo acuto / degli uccelli e il suono grave / dei calmi fiumi che scendono alla foce, nonché una musica d’arpe che accompagna i grandi versi mai scritti, ma si vengono a trovare davanti ad un grande cancello chiuso, oltre il quale non è possibile andare. Dal di là del cancello una voce grida siete arrivati, ma non si riesce a comprendere se beffarda od amica. Questa conclusione del poemetto si potrebbe interpretare come l’affermazione che oggi l’uomo può, al massimo, arrivare al cancello del Regno, che resta chiuso perché è ormai troppo coinvolto nel male della storia o perché non ha più l’umiltà di accettare il limite delle sue possibilità e abbandonarsi pienamente e con fiducia alla “voce”. In ultima analisi il premio e la consolazione consisterebbero nell’acquisizione che il Regno esiste. La poesia di Zavanone è dunque sostanziata dalla fantasia e proprio per questo sembra rispondere a quell’esigenza di scoprire senza selci l’altro fuoco che Spadaro assegna alla letteratura. Infatti la creazione poetica di Zavanone, anche se affidata alla fantasia, rimane sempre fortemente legata alla realtà, anzi la forza dell’invenzione diventa un’occasione di esperienza e di interpretazione della realtà, grazie alla capacità del poeta di far filtrare la verità attraverso l’immaginazione. Tutto questo può essere ben esemplificato dal successivo recente poemetto Il viaggio stellare in cui l’esperienza vissuta dal poeta tramite la fantasia come viaggio nell’universo siderale, con una guida amorosa e con possibilità di incontri significativi (san Francesco d’Assisi, madre Teresa di Calcutta, Giordano Bruno, Dante stesso ed i propri genitori) e di dialoghi inaspettati, con abbandoni ad un ironico ed ariostesco rovesciamento della realtà, diventa occasione di coinvolgere il lettore in una nuova lettura e visione del mondo, non tale da interpretarlo e spiegarlo in modo pienamente soddisfacente, ma piuttosto capace di tenere viva un’attesa di chiarezza, sostanziata di speranza. Possiamo prendere in considerazione il pianeta dei nani e dei giganti, in cui i primi, dalla testa possente, tengono al guinzaglio giganti schiavi, che latrano come cani addomesticati, oppure quello degli ibernati popolato di immagini avorio e ghiaccio, in attesa / che tra secoli o forse tra millenni / qualcuno d’improvviso li ridesti /da quell’ibernazione e da quel sonno / che rifuggendo da vita e da morte / vollero procurarsi da se stessi. Dopo di loro ci sono i robot, sopravvissuti agli uomini che li avevano creati e resi capaci di autoripararsi, tanto che ora loro possono esultare per la scomparsa improvvisa e insperata / di questa specie arrogante e assassina. Ma gli uomini sono superiori alle ombre viventi, coloro che mai ebbero un corpo e non conoscono / l’orrore senza fine delle tombe, in quanto, sostiene il poeta Se il nostro corpo si corrompe e muore / se ci accompagnano odio e sofferenza / ci confortano ognora arte ed amore / di cui voi non avete conoscenza. Ma per il poeta costante, e più forte nel confronto con Giordano Bruno, è l’interrogativo se Dio creatore esiste e il suo sforzo per immaginarlo, di fronte a cui la sua guida tenta di consolarlo dicendogli: ma per salvarsi basta forse crederci / nascondendo la testa nel mistero. Molto forte è la contrapposizione tra la classe dirigente, di questo come di ogni tempo, i cui esponenti (industriali, politici, magistrati, scrittori rinomati, critici e poeti) cautamente parlavano tra loro / di scambi, di prebende, di favori e l’uomo dalle vesti stracciate, dal costato ferito, in cui facilmente si riconosce il Cristo, sempre pronto a perdonare e a salvare, in questo caso anche il poeta narrante vittima di un momento di abbandono alla sensualità e alla violenza. Il pensiero del poeta durante tutto il viaggio è costantemente teso a quel mistero che vieppiù c’intrica, mentre l’agire della sua guida è mosso dal desiderio di vincere la noia, di fronte al quale non sa dare al poeta altro consiglio che: Godi la bellezza / che giorno a giorno ti vado mostrando, / sullo scosceso ciglio della vita / cogli il fragile fiore dell’istante. Gli uomini di fronte a tutto questo nulla avevano a dire se pure / ventriloqui vani cianciavano. L’incontro centrale di tutto il poemetto è con Dante, il quale non elude la domanda del poeta viaggiatore: esiste un Dio che l’universo regge? La sua risposta è semplice, ma nello stesso tempo sfuggente: Se intendi rettamente la visione / che muove la Commedia e la suggella / Dio è luce in cui l’uomo si riflette./ Ma se l’arida scienza l’apparenta / a protoni, neutroni ed elettroni / ogni fede ha perduto sua semenza. Altri incontri sono contrassegnati da elementi ed impronte di attualità: il missionario laico, che molte vite salvò nel Ruanda, ma che si rammarica dicendo: Non feci per loro abbastanza; poi Welby liberato / infine da una vana sofferenza / lungamente inflittagli nel nome / della sacralità dell’esistenza ed ancora L’orda dei malvagi macchiatasi dei peggiori crimini contro l’umanità e poi Gl’innocenti, cioè i bambini…/ che muoiono a milioni sulla Terra / per la fame la sete ed altre piaghe / bibliche oltre al flagello della guerra. Rilevante è anche la figura del re del Petrolio, che riassume in sé tutta la spietata ferocia dell’imperialismo americano. Infine l’incontro con Gli avi, le persone care, cioè il padre e la madre del poeta, che ricalca gl’incontri nell’aldilà all’insegna dell’affetto di tradizione epica e dantesca.
In ultimo la guida dà al poeta gli Ammonimenti, che si possono riassumere in questi versi: Cari ti siano invece i veri santi / che non fanno miracoli annunciati / ma danno amore e asciugano i pianti. / Rischiarano il cammino verso il Vero / portando sulle spalle il peso enorme / e leggero del cielo. Modello ne sono Francesco e Teresa che dei santi conducono la schiera / e portano tra le braccia la speranza / per cui sbocciano i fiori a primavera.
Il viaggio sta ormai per concludersi con una sosta sulla Luna, rivisitata con un episodio di ariostesca ironia di cui è protagonista il senno, di cui si fa lassù commercio intercettando cervelli mai usati; è molto apprezzato il senno di coloro / che raggiunsero cariche ed onori / nell’agone civile o militare in quanto non hanno mai usato quella parte / che fa distinguere il bene dal male. Il poeta ha un momento di terrore, quando cerca il suo senno tra i banchi dei poeti laureati. Per sua fortuna può concludere: Non era esposto / e ne fui grato a Dio.
Dopo una riflessione su Le parche e il tempo, anche questo viaggio si conclude dietro ad un cancello, dove ancora una volta “Siete arrivati”, gridava una voce, / non so se beffarda od amica.
Al poeta Zavanone manca la certezza del possesso della verità, ha solo il fuoco della ricerca, l’indagine, la tensione, sostanziata di speranza che si fa voce poetica per bruciarsi incessantemente, senza mai vanamente consumarsi, in questa ricerca. Nel suo itinerario poetico, a bruciare, attraverso la sua poesia è soprattutto la realtà del nostro mondo, della nostra organizzazione di vita, di cui vengono messi a fuoco i limiti, le manchevolezze in rapporto ad una dimensione veramente umana in un gioco tutto di fantasia.

Rosa Elisa Giangoia

LA SENTO VENIRE QUELLA VOCE

La sento venire quella voce
dal labirinto dei pensieri
nel vento dei giorni.

La sento venire quella voce,
inatteso segreto, dall’orizzonte
largo del mare,
dai grovigli deliranti di verde
negli scorci fioriti
inebriati di cielo.

La sento quella voce
venire con gli ulivi maturi
dal sapore di sale.

Ora, nella memoria,
germogliano acque di fontane
e il mormorio dei canneti
mi dilata il cuore nella sera
inzuppata di silenzio
e di sospiro.

C’ERA IN QUELLA STATUA

C’era in quella statua
antica di Madonna
qualcosa di medievale.
Gli occhi, nel viso
candido come alabastro,
simili a liquide pozze
profonde, come di madre
che guarda dal cuore
il figlio.

I ceri accesi,
a farle corona,
parevano lacrime, forse,
di un cherubino?

La sera entrava
con l’ampio mantello di velluto,
nella chiesa solitaria,
come un pittore di sogni,
oltrepassando
il verde delle alghe
dal percorso del mare.
Solo lo sguardo affogato
nell’azzurro.

Certi silenzi sono
come l’ombra che rientra
nella luna a consultare
le stelle.
E la mia solitudine.

SE NON SAPESSI
Se non sapessi
nulla dell’aurora
e della notte
piena di stelle.
Se non vedessi
il colore dei fiori
sulla riva del mare
e le sue tonalità
d’azzurro.
Se non sentissi
il profumo
dell’incenso
dentro la navata
deserta della chiesa
né il silenzio
appeso
alle pareti del cuore.
Immensi nel crepuscolo
passerebbero
i pensieri
come un rosario scolpito
nel tronco
della mia solitudine.

PARLAMI DELL’AURORA
Parlami dell’aurora,
Madre, quando mi vedi
avvolta nel mantello
della notte e le conchiglie
sulla sabbia fredda
del mare non sono
più colme di sole.

Il tempo avanza
e il cielo grigio di pioggia
e gelo, s’incunea
nelle pieghe dell’anima.

Donna del sì
grande come il creato,
parlami della luce
che sveglia gli arcobaleni
e ridipinge lo stelo
dei fiori nel deserto.

Se Tu, Madre,
sarai nel mio cuore
anche Tu ad attendere
il giorno, le lacrime
si asciugheranno
dagli occhi
e scoprirò petali
di gioia.

Mariangela de Togni

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