ioRosa Elisa Giangoia e Mariangela De Togni hanno partecipato al convegno “Poeti profeti?” tenutosi il 27 giugno 2009 a San Miniato al Monte a Firenze, organizzato da padre Bernardo della Comunità dei Monaci Olivetani e da Alessandro Ramberti della Casa editrice Fara. La prima ha tenuto una relazione dal titolo Poesia e profezia nella Commedia, mentre la seconda ha letto due sue poesie (Non era solo il Mariangela2vento e Natale.

Rosa Elisa Giangoia
Poesia e profezia nella Commedia
La Commedia è il testo poetico in cui la profezia è l’elemento costitutivo essenziale.
Il termine “profezia” nella Commedia si sfaccetta in una pluralità di significati: possiamo infatti intenderlo come predizione del futuro, in senso interno e storicamente esterno, nonché soprattutto come proclamazione di verità. Innanzitutto ci sono le profezie che riguardano Dante uomo e in particolare il suo esilio, messe in bocca a Farinata degli Uberti (Inf. X, 77-81), Brunetto Latini (Inf. XV, 61-64), Vanni Fucci (Inf. XXIV, 140-142), Corrado Malaspina (Pg. VIII, 136-138) e a Cacciaguida (Pr. XVII, 55-60). La forte carica profetica che investe questo tema
va messa in relazione al fatto che in Dante il suo esilio non ha un carattere puramente individuale, ma è presentato, sin dall’inizio, come profonda offesa della giustizia: in questo modo viene travalicata la dimensione puramente autobiografica ed anzi l’esperienza individuale va a saldarsi con il tema della degenerazione della Chiesa, per il quale Dante usa toni di altisonante proclamazione della verità, che si legano alla seconda accezione del termine “profezia”. Naturalmente quelle sull’esilio sono tutte profezie post litteram, che riguardano cioè un avvenimento già avvenuto quando il poeta scrive, ma non ancora avveratosi al momento in cui è collocato il viaggio ultraterreno (primavera del 1300), come anche a proposito di altri personaggi e fatti storici (la sconfitta della Lastra, l’ospitalità degli Scaligeri, l’inganno ordito da papa Clemente V contro Arrigo VII, il giusto giudicio invocato sulla casa d’Asburgo, le prime manifestazioni della virtù di Cangrande). Questo espediente letterario, di fatto creato da Dante e da lui ampiamente utilizzato, ha una valenza che travalica la sfera letteraria in quanto inserisce nel disegno provvidenziale di qualche cosa voluto dall’alto singoli avvenimenti storici a cui il poeta conferisce un significato particolare. Ma la Commedia è stata in seguito interpretata come testo profetico in senso storico. E’ l’interpretazione che ha ampia risonanza nell’Ottocento e che trova la sua voce più alta e significativa in George Byron, autore di un poemetto, La profezia di Dante (1822), in cui, sulla base dell’idea che la poesia sia un sentire un mondo precedente e un mondo futuro, si teorizza la capacità profetica di Dante riguardo la libertà e l’unità d’Italia, posizione che viene recepita e condivisa da altri autori italiani (Monti, Foscolo, Mazzini). Nel Novecento invece viene assegnata una valenza profetica all’esilio del poeta, al di là del dato biografico dell’autore, per il fatto che l’esilio è stata la condizione che ha contrassegnato la vita degli intellettuali del secolo scorso, quello in cui Dante ha trovato piena comprensione (grazie a studiosi e poeti anglo-americani e tedeschi: Eliot, Pound, Singleton, Auerbach) e che, pur avendo accumulato il massimo del sapere umano di tutti i tempi, ha visto un gran numero di uomini di cultura di tutti i campi, artistici e scientifici, obbligati ad abbandonare per ragioni politiche la loro terra e sovente costretti anche a rinunciare alla propria lingua.
Esiste poi l’ altro e più stretto legame tra profezia e poesia di antica ascendenza letteraria e religiosa di cui Dante è erede e sa farsi partecipe. E’ una stretta relazione, in quanto entrambe,
cioè poesia e profezia, guardano in profondità, colgono il senso dei fatti, delle cose, della vita, delle emozioni, dell’anima…e lo gridano forte perché tutti possano ascoltare, ma sanno anche sussurrarlo piano perché quella voce possa muovere corde intime ed interiori che le parole, banali, usurate, scontate non sanno toccare. La poesia è veramente creativa ed autenticamente profetica se muove le coscienze, se denuncia i mali del presente in una prospettiva che riguarda il futuro: in questo modo diventa l’ultimo baluardo capace di arginare l’inondazione tragica del pensiero unico della competizione, del consumismo, del materialismo che nega l’anima degli individui e dei popoli e vede solo terre di conquista. La poesia diventa profezia quando sa guardare più in là della propria contemporaneità, sa capire il senso finalistico della storia, avere un progetto ed impegnarsi per realizzarlo. Inoltre diventa profezia quando sa leggere nell’intimo delle cose, coglierne il significato ed esprimerlo, ricercare risposte agli interrogativi di senso e offrirli alla cultura, soprattutto oggi in cui non vengono più privilegiate le parole della vita e la morte tende a prevalere, in cui la banalità e la falsità si stanno sempre più imponendo. E’ in definitiva una concezione che vede il discorso estetico subordinato all’impegno etico in un’ apertura dall’individuo al bene comune.
In una dimensione cristiana profezia è anche saper uscire dalla visione di un cristianesimo appiattito sulla banalità dell’accettazione. I giorni dei disastri e del dolore non si devono confondere con “il giorno del Signore”, perché il Suo giorno è più lungo dei nostri giorni e noi dobbiamo vivere dentro di esso con fede consapevole e atteggiamento penitenziale.
Di tutto questo Dante ha consapevolezza e soprattutto ha piena coscienza della dimensione comunitaria, del suo dover essere per gli altri. Infatti il suo fatale andare è in pro del mondo che mal vive (Pg. XXXII, 103). La sua posizione di forza è la verità, possesso che lo porta ad una condizione di isolato; infatti egli farà parte per se stesso, il che non vuole assolutamente dire che si apparti, che non faccia nulla, ma vuol sottolineare il suo desiderio di un’indipendenza di giudizio, la sua aspirazione a mantenere una propria autonomia di pensiero di fronte agli eventi del suo tempo, al di fuori da gruppi costituiti e persino dalla Chiesa.
In questa dimensione di verità, possiamo dire, sulla base dell’analisi di Auerbach (Studi su Dante), ogni fatto terreno è profezia o “figura” di una parte della realtà immediatamente e completamente divina che si attuerà in futuro. Ma questa non è soltanto futura, essa è eternamente presente nell’occhio di Dio e nell’al di là, dove dunque esiste in ogni tempo, o anche fuori del tempo, la realtà vera e svelata. L’opera di Dante è il tentativo di una sintesi insieme poetica e sistematica, vista in questa luce, di tutta la realtà universale. Per Dante il senso letterale o la realtà storica di un personaggio non contraddice il suo significato autentico, ma ne è la figura; la realtà storica non è abolita dal significato più profondo, ma ne è confermata e adempiuta.
Dante può farsi profeta, attraverso la sua poesia, perché in lui coesistono l’uomo che ha smarrito la via, e quindi anche il retto uso della ragione, e l’uomo che tornerà sulla retta via e alla ragione. Ma egli deve passare attraverso un processo di purificazione interiore per essere degno di parlare agli uomini in nome di Dio. Fondamentale è quindi l’esperienza della conversione, tanto che la Commedia è stata vista anche come il racconto della conversione di Dante, attraverso tre “vie” (purgativa, illuminativa, unitiva) che sono quelle contemplate dalla trattatistica cristiana in materia. Dante protagonista, in un momento decisivo, acquista coscienza della condizione di errore e disordine soggettivi e oggettivi in cui versa insieme agli uomini del suo tempo, cerca di uscirne e si avvia verso la meta della perfezione morale. Resta da definire la tipologia dell’errore che Dante individua come determinante per lo smarrimento suo e generale: ritengo si debba propendere per l’affidarsi, per superbia intellettuale, a verità che portano lontano dall’unica verità, quella rivelata. In questa visione dell’errore non dovrebbe essere estraneo l’interesse (o l’avvicinamento) di Dante all’averroismo (di cui possono essere testimonianza l’inizio della stesura del Convivio, la sua interruzione e la ritrattazione che ne fa nel c. III del Purgatorio). In questa prospettiva si può meglio comprendere il significato di Virgilio come retta ragione umana, capace sì di portare l’uomo verso la verità, ma non tale da rappresentare la totalità della verità, acquisibile solo con l’accettazione della Rivelazione.
Letterariamente la dimensione profetica della Commedia è indicata fin dal primo canto, in cui sono numerose le analogie con i testi profetici della Bibbia: precisazione del tempo e del luogo della chiamata, memoria di Isaia nel primo verso (in dimidio dierum meorum, passando forse anche attraverso Stazio in medio de limite vitae), ricordi di Ezechia, Geremia, David, Daniele, Natan e Ezechiele. A completare l’atmosfera profetica interviene Virgilio, figura letteraria che durante l’età patristica e l’Alto Medioevo si era caricato di valenze profetiche, negromantiche e apocalittiche, in ragione del libro VI dell’Eneide e di interpretazioni di altri suoi testi, in particolare della IV egloga.
Dante autore quindi rappresenta in sé personaggio non solo la vicenda di ogni uomo, ma anche quella di un individuo dal destino eccezionale, prescelto per un alto compito di illuminazione intellettuale e morale per tutti, che si fa profezia nel senso autentico del termine. Del resto ogni profeta rappresenta spiritualmente tutto il suo popolo, pur essendo di fatto e nel destino personale un isolato. Questa condizione specifica di Dante viene ben delineata nel canto XVII del Paradiso. La profezia dantesca consiste nel compito dottrinale che il poeta si è posto, per cui il suo viaggio ha come scopo quello di condurre non solo se stesso, ma tutti gli uomini dalla miseria della loro condizione, cioè dalla selva oscura, alla salvezza.
Stabilito il carattere profetico della Commedia, risulta interessante ritornare su una delle più oscure e importanti profezie, quella del Veltro (Inf. I, 97-105):

e [la lupa] ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.
Molti son gli animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapienza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Questo vaticinio è volto a preannunciare un evento prossimo che sarà la nascita di qualcuno o la realizzazione di qualcosa con la promessa di un rinnovamento decisivo connesso a questi fatti, anzi da essi determinato. Siamo pertanto dinanzi a una profezia messianica ma, per la prossimità dell’evento atteso, di tipo non apocalittico.

Come ha ipotizzato Giovanni Getto, il Veltro potrebbe essere Dante stesso: Dante, che si confessa vinto davanti alla lupa, sarà quindi il vincitore di essa, dopo la sua rinascita operata attraverso la contemplazione del mondo del peccato e del mondo della virtù.
Al di là della soluzione degli enigmi degli attributi del Veltro, riferibili a Dante stesso, senz’altro di varia e possibile soluzione, resta il fatto che il poeta è consapevole di avere una missione da compiere, missione che non è soltanto quella di varcare le soglie dell’al di là, ma è qualcosa di più, per questo il suo compito si allinea con quelli di Enea e di san Paolo. A questo proposito si inserisce, nel II canto, il tema del dubbio, anche questo presente nell’esperienza di quasi tutti i profeti (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Giona e Mosè). La missione del poeta è quella di portare, attraverso il modello di se stesso, tutti gli uomini, tramite la liberazione dai peccati, dallo smarrimento iniziale alla beatitudine finale, con l’aiuto della ragione, rappresentata da Virgilio, della Fede irrobustita dalla Teologia, raffigurata da Beatrice. In questo modo Dante delinea anche una grandiosa prospettiva storica, che va oltre sant’Agostino nel riconoscere la sinergia tra i due mondi. Tradizione biblica e classica agiscono in parallelismo dialettico: dai classici Dante accoglie il suggerimento di un organico succedersi di eventi, mentre dagli scrittori biblici assume la coloritura spirituale e l’interpretazione provvidenziale aperta alla dimensione profetica.
Più che Dante stesso come persona, risulta interessante ipotizzare che il Veltro sia l’opera stessa di Dante, la Commedia, con la quale il poeta affianca al percorso spirituale di liberazione dai propri peccati, quello della lotta politica contro le ingiustizie, e dà al Veltro, cioè alla propria opera, il compito di denunciare i misfatti dei potenti e la corruzione della Chiesa. La sua funzione dottrinale non si limita a svolgere un percorso spirituale, ma il poeta si fa uomo del suo tempo (simile ad un moderno opinionista) che sfrutta tutta l’efficacia espressiva della parola poetica per denunciare le violenze e le ingiustizie di cui ha consapevolezza. Esemplificative di questo atteggiamento sono le parole di Cacciaguida (Pr. XVII, 130-135):

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa poco argomento.

La profezia dell’antenato del poeta, dunque, completa quella iniziale fatta da Virgilio ed avalla l’ipotesi che il Veltro che ucciderà la lupa sia la forza stessa della poesia dantesca, che ha una funzione di ampio spettro, anzi possiamo dire completa, nella sua duplice dimensione spirituale e politica. Una poesia che costituirà vital nodrimento per chi vorrà realizzare una propria personale conversione, ma che avrà anche il coraggio di colpire come un vento impetuoso le più alte cime, i potenti della terra, quando non fanno del potere uno strumento di servizio, ma un’occasione di prepotenza. Per questo la Commedia si rifà ad episodi di cronaca, fa parlare personaggi della vita politica del tempo e altri della storia e li giudica in base al loro operato, denuncia crimini impuniti e situazioni ritenute negative alla luce di una morale chiara e solida. Il monito profetico che Dante vuol dare è soprattutto quello di indurre l’uomo a prendere posizione e a lottare contro chi si fa lupo del suo simile, come ci dimostra anche la durezza della condanna contro gli ignavi, coloro che mai non fur vivi. Siamo agli inizi del Trecento, quando il Papato mette le mani su Firenze e di conseguenza Dante è esiliato, è il momento in cui Carlo d’Angiò e Pietro III d’Aragona si spartiscono l’Italia meridionale: Dante non sta a guardare, ma parla con tutta l’efficacia della sua parola poetica.
Dante, uomo purificato, si è reso degno di parlare agli uomini in nome di Dio e lo fa con il linguaggio della poesia. Per questo non continua a poetare con il registro letterario aristocratico dello Stil Novo, ma forgia una lingua nuova all’insegna del plurilinguismo, usa uno stile nuovo, quello basso, definito comico, per dimostrare tutto il suo coraggio morale e coinvolgere i suoi lettori nel suo progetto di rinnovamento culturale, morale e politico. La poesia diventa così uno strumento per un disegno di portata completa.

Quella di Dante è una grande lezione sulla poesia, è la lezione di un ampliamento dell’uso e della funzione della poesia a servizio della verità, che dal giudizio sul presente storico sa attingere l’assoluto: un’opportunità che oggi meriterebbe di essere recuperata, perché necessaria nella società attuale in cui l’apparenza e la falsità tendono sempre più a dominare, dove si arriva a teorizzare una duplice morale, pubblica e privata. Sarebbe importante superare quella limitazione soggettiva e sentimentale della poesia che l’assolutizzazione di una linea del Romanticismo, fatta propria dal Decadentismo, ci ha consegnato e da cui nemmeno successive concezioni della letteratura, più impegnate, sono riuscite a farla uscire. Accogliamo la lezione dantesca di ridare alla poesia tutta la sua forza di verità per andare dal tempo all’eterno.

Mariangela De Togni
NON ERA SOLO IL VENTO
V’era un pensiero non detto
nel silenzio.
Non era solo il vento
ad avere memorie
anche la solitudine
era gonfia di sussurri.

Il rosso tramonto d’autunno
che irrompeva dalla finestra
antica d’alabastro
formando sul pavimento
chiaro un tappeto
di zaffiro e ametista
e le mura nude
della chiesa silenziosa
trasudanti
sembravano impregnate
di lacrime.

Poi una stella apparì
intagliata nell velluto
della notte
sotto la curva bianca
della luna.

sospesa in uno spazio senza tempo
un sentimento mi percorse
il cuore, così fragile
e leggero
quasi impalpabile
come un giglio di campo.

Una gioia fatta di gemme?

NATALE
Anche il cuore si arrende
al Tuo silenzio
nel profondo del chiostro
solitario.

Un freddo di cristallo
oggi scintilla sulle foglie
irrigidite dalla brina.
e v’è una luce inconsueta
in questa aurora bianca
di Natale.

Sull’orlo della fontana
il sole sprofonda
pallido, e sui rami
dei pioppi
merletti d’argento inquieti
nel vento
tintinnano suscitando
pensieri che sanno
di attesa.

O Mistero di un Dio
che si fa creatura
per amore dell’umanità.

Nella trasparenza dell’aria
un sottile cerchio di luna
diffonde una chiarità
quasi trasognata.

E il Suo Amore
a cercare le tracce
dei nostri passi: nebbia,
fiume, anonima palma,
vortice che si quieta
soltanto nella pace
della sua misericordia.

Annunci