SAVE0245Liliana Porro Andriuoli

Gli studiosi dell’800 letterario italiano nei loro saggi si soffermano in genere sui poeti maggiori, come Foscolo, Manzoni, Leopardi e lo stesso Carducci, mentre i poeti minori vengono troppo spesso trascurati. Quanto mai opportuno appare dunque il nuovo libro di Silvano Demarchi, dedicato appunto ai Poeti minori dell’800 italiano (Padova, Venilia Editrice, 2009), nella cui produzione si possono trovare anche oggi testi godibilissimi. (Di Silvano Demarchi poeta in proprio ci siamo già occupati, dedicandogli la Lettera in Versi n. 15, del settembre 2005).
Il primo degli otto poeti presi in esame da Demarchi è Giovanni Berchet, ricordato come autore di un poemetto I profughi di Parga e di alcune romanze, quali Il romito del Cenisio, Clarina, Giulia e specialmente, tra Le fantasie, Il Giuramento di Pontida, che ai loro tempi ebbero molta risonanza; ma soprattutto come autore di versi “pervasi da un tono lirico-elegiaco”, quali quelli della romanza Il trovatore. Berchet è anche noto per aver scritto La lettera semiseria, con la quale ha inizio in Italia il dibattito sul Romanticismo.

Niccolò Tommaseo viene menzionato oltre che come studioso di filologia e retorica (Dizionario della Lingua Italiana, Dizionario dei Sinonimi) anche come scrittore e patriota (Dell’Italia). Del Tommaseo scrittore vengono ricordati il romanzo Fede e Bellezza e i versi delle Confessioni, una sorta di rievocazione di esperienze personali, in particolare amorose. Al terzo posto troviamo Giuseppe Giusti, poeta satirico che con le sue poesie quali La chiocciola, Il re travicello (reputata dal Momigliano “la migliore delle sue satire”), Il brindisi di Girella e Sant’Ambrogio, contribuì non poco a creare una coscienza nazionale. Il Giusti fu inoltre autore di taluni componimenti d’ispirazione più schiettamente “lirica e sentimentale”, quali La fiducia in Dio e Affetti di una madre.
Nel capitolo dedicato a Giovanni Prati e a Aleardo Aleardi, (scrittori che vengono inseriti nel nostro “secondo Romanticismo”) Demarchi mette a confronto questi due poeti notando come il primo, Giovanni Prati, sia più esuberante e dalla vena più ricca, anche se meno sorvegliata. Si ricorda di lui il poemetto in endecasillabi sciolti Edmengarda, Il canto d’Igea (in cui viene esaltata “la vita a contatto con la natura”) e Incantesimo, considerato il suo capolavoro.
Aleardo Aleardi fu invece maggiormente sentimentale (sentimentalismo che oggi gli viene rimproverato, ma che fu molto apprezzato quand’egli era in vita) e si distinse in particolare per i suoi Canti di carattere patriottico. Si ricordano di lui inoltre Lettere a Maria, Raffaello e la Fornarina e specialmente Monte Circello, che viene considerato la sua opera più riuscita.
Giacomo Zanella, “uno dei poeti più sobri e composti dell’Ottocento minore”, è qui menzionato soprattutto per il suo componimento più famoso, Sopra una conchiglia fossile, che viene partitamene esaminata, e per i sonetti dell’Astichiello, nei quali “tocca il vertice della sua arte per la tersa eleganza del verso e la sua compostezza tutta classica”. Tra questi sonetti Demarchi ricorda Temporale estivo, Ruth, e Notte lunare.
Segue un capitolo dedicato alla Scapigliatura milanese, chiamata spesso anche “terzo Romanticismo”. Dei suoi esponenti sono qui presentati Emilio Praga, Arrigo Boito, Iginio Ugo Tarchetti, Giovanni Camerana, fautori di una concezione dell’arte anticonformista e ribelle, che tuttavia in taluni casi riesce a tradursi in opere degne di rilievo, come il Mefistofele di Arrigo Boito e la Tavolozza di Emilio Praga, un testo, quest’ultimo, in cui si nota “un’insorgente ispirazione maledetta” (Mario Petrucciani).
Il libro si chiude con due poeti dialettali Carlo Porta e Giuseppe Gioacchino Belli: il primo, milanese, è ricordato per la forza realistica della descrizione e per i sentimenti che vengono espressi in alcune sue poesie, a tutt’oggi molto valide, quali La Ninetta del Verzèe, Lament del Marchionn di gamb avert, Desgrazi de Giovannin Bongee; del secondo, romano, Demarchi cita i numerosi sonetti, nei quali con spirito caustico viene descritta la Roma del suo tempo in maniera quanto mai efficace.
Nel presentarci questi poeti Silvano Demarchi ne delinea la personalità con grande efficacia, collocandoli con acuta intuizione nel tempo in cui vissero; si giova inoltre di numerose notizie di carattere bibliografico e dei riferimenti critici di maggior rilievo. Un altro pregio del saggio consiste nel fatto che, prestandosi ad una piacevole lettura, limpida e piana, offre a coloro che, con il trascorrere degli anni avevano perduto la dimestichezza con questi autori, l’opportunità di rivisitarli, gustando testi che il passare del tempo non ha privato dell’originario valore.
Ne risulta un lavoro utilissimo e quanto mai opportuno nell’epoca in cui viviamo, sovente distratta nei confronti del nostro passato e propensa a dimenticarne i pregi.

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