carlo1Venerdì 27 marzo 2009
ore 17
Stanza della Poesia Palazzo Ducale
(Piazza Matteotti) Genova
Rosa Elisa GIANGOIA presenta
DESILANDIA
(Ed. Golden Press)
poesie di
Carlo PALUDI

PRESENTAZIONE
TESTI LETTI

PRESENTAZIONE
La nuova edizione della silloge di poesie di Carlo Paludi si intitola ancora DESILANDIA (Golden Press, Genova 2008), ma si arricchisce di nuovi componimenti, collocati con equilibrio nell’impianto sequenziale del testo. Inalterata rimane la partizione tra la prima parte (IN UNA STANZA IO VIVO) e la seconda (DESILANDIA), dedicate rispettivamente ad un qui, che è la città di Genova, e ad un altrove, rappresentato dal paesino di San Maurizio di Monti, sopra Rapallo, visti l’uno in una connotazione più negativa e problematica, l’altro caricato di maggiori valenze positive ed indubbiamente privilegiato, come rivela anche il fatto che il titolo della seconda parte assurga a titolo generale dell’intera raccolta.
Sono comunque tutte poesie che nascono non solo o non tanto da un luogo, da una situazione, da un oggetto o da una persona, ma soprattutto dall’emozione che di volta in volta il poeta vive di fronte a queste diverse realtà e grazie all’impegnativo itinerario che egli compie per rivestire queste sue sensazioni di parole efficacemente espressive. Si può quindi dire che sono poesie che nascono dal fuori e dal dentro del poeta, attraverso un gioco che è sì di i-spirazione, ma anche di e-spirazione, in quanto le emozioni vissute vengono manifestate attraverso l’abile tessitura del testo poetico. Ma sono anche testi che nascono dalla dialettica di altri due elementi, che potremmo sintetizzare con l’espressione doppia vista, in quanto a determinare l’occasione del farsi poesia sono l’osservazione e la memoria, il vedere e il ricordare, andando però sempre al di là della semplice descrizione, nello sforzo di trovare ed esprimere attraverso la parola poetica la verità delle cose, delle situazioni, dei personaggi. La parola poetica di Carlo Paludi è originale ed elaborata, funzionalmente efficace, (vedremo poi esempi di espressioni particolarmente felici), ma è una parola comunicativa, che transita dal poeta al lettore, veicolando immagini, sentimenti ed emozioni, soprattutto perché è una parola sempre carica di stupore di fronte alla realtà, sempre contraddistinta da senso della novità e carica di speranze per quanto riguarda la vita e il mondo.
Vediamo più da vicino le due diverse parti di questa silloge, ognuna delle quali è animata dallo spirito di due luoghi diversi, la città e la campagna, ma una campagna molto particolare, nella sua straordinaria amenità, aerea sul mare. Il poeta coglie fino in fondo lo spirito di questi due luoghi diversi, ma senza sentimentalismi, anche se sono luoghi che provocano in lui emozioni e stati d’animo intensi. Grande è l’attenzione ai particolari, addirittura ai dettagli, che vengono evocati con puntualità, soprattutto perché dietro la superficie del mondo quotidiano ogni elemento viene ad assumere un significato più rilevante, in una percezione di quell’oltre verso cui il mondo fenomenologico si apre, con sempre ulteriori arricchimenti di significati.
Nella prima parte Genova è colta nella sua realtà, ma anche con aperture fantastiche ed oniriche che rappresentano esperienze di fuga, in un atteggiamento di attrazione, quasi di fascinazione, ma anche di paura di fronte alla realtà, che viene osservata con precisione, però anche deformata con ironia e ricreata nel testo con compiacimento. E’ quanto avviene in poesie come Il faro, Piazza Girasole, Piazza Colombo, in cui il recupero memoriale si carica di una dialettica tra passato e presente, in un gioco di rivisitazione attraverso la fantasia che porta a cogliere ed enfatizzare particolari. Ma la memoria diventa soprattutto elemento di fascino, che porta a perdersi nei ricordi con rimpianto e rammarico, privilegiando il passato sul presente. Questo mondo visto e ricordato si anima di personaggi, personaggi reali, ma recuperati talvolta con ironia (Vecchio dandy), con malinconia e commozione (Suor Aureola), si puntualizza in luoghi, privilegiati in quanto rimasti immutati e per questo capaci di dare un senso di particolare solidità e quindi essere motivo di conforto (Il portale scolpito), o colti in una dimensione stravolta attraverso lo straniamento, ad esempio della risata (Il pulpito), o percepiti tramite processi di illusoria trasformazione (L’elefante). C’è anche un atteggiamento di attenzione verso gli altri, che si fa desiderio di entrare nelle loro case, di immaginare le loro vite oggi e soprattutto in futuro, c’è una percezione soggettiva della natura (Scogliera, Marzo, Notte al neon, Quartieri di ponente), ma c’è anche e soprattutto una grande fiducia nella forza della poesia (Saltimbanco).
La seconda parte DESILANDIA è dedicata appunto al paese dei sogni giovanili, delle speranze, delle promesse della vita, purtroppo non sempre mantenute (L’età bella). E’ un paese colto attraverso il gioco sempre gratificante del recupero memoriale (La stanza ritrovata, Stanze, Stagioni) , ma visto anche nel suo trasformarsi, modificarsi, nel suo perdersi in un’irreparabile lontananza (Perderò le ore). Ma è anche questo soprattutto un mondo che si popola di figure, personaggi a cui il poeta regala il suo sorriso ironico e benevolo (Mary Rose, Don Basso), talvolta un po’ misteriosi (Principessa), stravaganti (Il violinista vagabondo, Il centauro, L’onorevole Becco Rosso), criticati (Il Rettore di Montallegro), colti oltre le apparenze (Dio non risponde), la cui realtà sfuma nella fantasia (L’uomo con le ali, Sebastiano il profeta) e anche storici (Giovanni Pendola). A tutti, comunque, il poeta, con le sue parole, conferisce una nuova vita, una vita letterari, fittizia, ma più vera di quella reale, perché capace di coglierne le caratteristiche salienti più autentiche. Accanto alle persone ci sono gli angoli, gli scorci di questo luogo amato (Al Portale, Coreglia, Noè), i particolari che sfumano nella fantasia sempre un po’ onirica (Il pino, L’eliso delle mucche), ma anche quelli colti con puntualizzazioni realistiche da bozzetto, come avviene ne La scuola, in cui però lo sguardo del poeta si apre al piano metafisico (Qui viene – di lontano – un silenzio / Come l’oceano di Dio / senza tempo). E’ un luogo ingentilito da fiori (Ginestre, La rosa), percorso da oggetti, amati e rimpianti, come la moto (Correre sempre). Anche questa seconda parte si conclude con un’attestazione di fiducia nella poesia (Una ragione), a cui segue un omaggio a San Maurizio di Monti (Il cuore di tutto).
Resta ancora da dire qualcosa sul linguaggio poetico di Carlo Paludi, un linguaggio che frequentemente si illumina di scintille espressive, di espedienti retorici (metafore e sinestesie, soprattutto) dotati di forza comunicativa veramente efficace. Possiamo notare anzitutto la creazione lessicale Vespeggiare, titolo di una poesia, che ben esprime il mondo di sensazioni e di emozioni che si possono provare guidando una vespa. Abbiamo poi molte immagini originali ed ardite, che ci documentano il vigore creativo del poeta, attraverso l’incrocio di campi semantici diversi e la callida iunctura di oraziana memoria. Qualche esempio: freddi aghi blu / come fili di ragno, Storni; Le giornate eclissano / senza storia, Il piazzale; E le case calcano bene / Il cappello in testa, Marzo; Brillano come anelli / Sulla pista / Le parole, Saltimbanco; Questa ragazza metallica, Maria Teresa; E nella vita ci punge / L’ombra aguzza dei cipressi,La scuola ; Rampica –costretto- / Un gelsomino, Quartieri di ponente). A questo si può aggiungere il tessuto fonico, caratterizzato da un rincorrersi di allitterazioni e da giochi di rime, assonanze e consonanze. Un solo esempio: Ero ammirato di quel tuo viso / Da affresco medievale / inespressivo impersonale, Quel viso).
Tutto questo per poter dire che la poesia di Carlo Paludi ha un suo timbro originale, nella sua sintesi organica di contenuti interessanti e di forme ben elaborate.

TESTI LETTI
PIAZZA GIRASOLESi arrampica –l’ombra-
Sull’unica palma
Dove fa perno
L’orizzonte intero.
Sotto una sfera di mutevoli nuvole
Lentamente ruota
Questa piazza beata
Come un girasole.
Curva dentro il suo ovale
Medita sorniona
Quanto sia diversa da ieri.
Incantandosi –resta a testa in su-
Guardando il cielo
Che sembra voltarsi –oscillare.
Vorrebbe afferrarlo –mangiarlo-
Le sue guance –due rosette di pane-
Misteriosamente sorride-
Riflettendo le ore
Che passano via
Sempre.

IL CAVALIERE INCANTATOVagabondi blu
Passano alti
Nei profondi incisi
Dei tramonti.
Cavaliere incantato
Quattro zoccoli ferrati
Calpestano
Il silenzio elastico-
Orma allo sguardo
Risuona lo spazio
Del ritmo
Dei ferri.
Oltre il lungo orizzonte
Della sera
Si allontana il tuo cavallo nero-
Fredde lune senza scampo
Brillano nella sua criniera.
E cammino perdendomi
Nella notte accesa di luci
Come un sogno d’amore
Quando l’amore
E’ appena nato.

LA STANZA RITROVATAQualcosa è rimasto in questa stanza-
Apro l’armadio, i cassetti,
Con ansia-
Quel cigolio che scardina
Forse è il sole che filtra obliquo
O un pensiero che non sa spiegarsi.
Un andare a ritroso nei gesti-
Una solitudine quasi
Per i vecchi stracci
Ripiegati nei ripostigli.
Strati d’oro s’accendono
Sulle pareti stanche-
Una tenerezza abbandonata
Che ci avvolge nel suo silenzio
E giorni così netti alla distanza
Da farci presagire un blu
Oltre il tempo.

OPERAIPassano le auto –alte-
Sul viadotto dell’autostrada,
Sotto –il rivo- non è che un filo
Di liquido –infido- tra le erbe e il cemento.
Davanti all’osteria ora ci sono gli operai
In pensione,
Sulle case –fitte-
Sulle serrande –abbassate-
Incombe sempre la mole
Dei serbatoi di gas –abbandonati.
Secca –crepolata- la vernice,
Questo è il paesaggio –questo il destino.
Non passa l’ora, non muove la campana.
Appisola nel pomeriggio stanco
Quell’aria densa e amara
Tra passato tradito
E tempo senza fine.
L’avvolge una caligine –abbrunata-
Di petrolio bruciato
Che sfiora la torretta e il cimitero
E sopra i tetti spioventi –si perde-
In un orizzonte che dipana –opaco.

IL FAROIn una stanza io vivo
Protetto
Dai giorni che vanno e vengono-
Al centro –a mio agio-
Trionfale come un melograno.
Piena di grazie è quest’aula,
Curata nei particolari.
Ci sono fiori stampati alle tende-
Simile a primavera
La visitano le brezze e i panorami.
Fluttua nella sera
Emulando le nubi-
Una finestra che cammina
Nel suo meridiano
E un faro sullo sfondo
Che scandaglia di notte solitario.
Papaveri blu dai lunghi gambi
Celano favolose divinità
Nelle loro ombre –profonde.
Il mio spirito di viaggiatore
Qui trova l’avventura
La fuga il confine-
E’ pronto a tentare
Quel verde cupo
Nella testa e sul mare.

PAESEE mi mancano le persone
I cieli e le campane
Le moto rombanti e gli amici
Del mio vecchio quartiere
E l’angolo
Dove aspettavamo la sera.
Ripasso sotto la fabbrica
Chiusa-
La ciminiera annerita e spenta
Così definitivamente spenta!
Ci sono cortili sudici come latrine
E finestre dai vetri dimenticati
Che ammiccano al niente.
Sullo spiazzo sta il campanile
Come un monosillabo
Corroso e silente
Così pericolosamente in piedi
E diritto con la sua campana-
Singoli spinati rintocchi
Senza parole
Dio tace.

L’ONOREVOLE BECCO ROSSOCinematografico Pierino
Ha per naso l’elefante-
Il naso colore del vino-
Per tutti il Becco Rosso.
L’integrità del becco
La separatezza tra destra e sinistra.
La voce gonfiata aggressiva
Costruita per l’urto
La guerra.
Quel sorriso laconico –di profilo-
Pronto a ferire
Un universo intero.
L’idea non suggerita-
Neppure spiegata-
Ma proclamata
In faccia a tutti-
La verità è –la mia.

L’UOMO CON LE ALILa pelle ingiallita-
La faccia –scheggiata- da stagioni
E destino.
Di nessuna parola-
Sbarattola attrezzi
Nella cantina.
A passi incerti
A testa alta-
Le ore battezzate
In un bicchiere di vino.
Dopo allargava le braccia
A salutare il mondo-
I suoi pensieri
Liberi uccelli
Volavano al cielo-
I piedi si alzavano per conto loro
E lui li seguiva-
Il suo passo
Sovrastava il mondo.

DIO NON RISPONDEEd ecco Gui
Testa possente, cervello fino.
Quest’uomo di ottanta anni
Sta ancora al centro del suo reame
Con rustico castello-
Con tanto di orologio da torre.
Senza pretendere una lira
Scandisce il tempo
A tutto il villaggio.
C’è un mare di cose naufragate
Nel suo caotico cortile-
Il tempo distrugge
E Gui raccoglie.
Il nostro amico non crede alla Chiesa
Ma sorride con tutta la bocca
Alla grazia di dio.
Dice-
Se dio fosse un uomo
Potremmo discorrere
Scambiarci qualche opinione.
Lui aveva molte domande
Ma quell’altro non rispondeva
Così Gui finiva
Nella solita maledetta bestemmia.

CORRERE SEMPRELeggermente infangata-
Usata-
Amante di cortili
E di strade sterrate-
Le grosse molle
Per attutire i colpi
Sotto il sedile.
Ride con la sua scorza dura
Col suo pistone potente-
Corre per correre sempre.
Volando sulla rampa
Spiana la strada e il cielo
Reclama il suo diritto al mondo.
Una voglia
Di cavalli cromati
E’ questa moto
Che ha smarrito il castello
E il prato.
La sua corsa è un tuono-
Una bandiera alzata.
La sua pista si perde
Nelle pieghe della sera.
Per lei che cerca
Un amore errante-
Una pista ardente
Su cui si infrangono
Smaglianti
I raggi del sole
Al tramonto.

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