cimg1439La Festa del GATTO CERTOSINO è stata davvero grande! Eravamo più di 80. Dopo l’introduzione di Rosa Elisa Giangoia sulla vita presente, passata e futura dell’associazione, Bruno Rombi ha tenuto una brillante relazione dal titolo Apoteosi del gatto, un vero caleidoscopio di storie, fatti, raffigurazioni, culti, curiosità, testi letterari, rapporti con personaggi famosi: ne ha davvero raccontate di cotte e di crude, ovvero di tutti i colori, sul nostro amico a quattro zampe!
Dopo il saluto dell’Ispettrice del Ministero della Pubblica Istruzione, Maria Cristina Castellani, è stata la volta della lettura di testi sui gatti.
Maria Cristina Castellani,Carlo Paludi, Lucetta Frisa, Carla Caselgrandi, Andrea Sanna , Ivana Trevisani Bach e Guido Zavanone hanno letto testi propri. Nuccia Stancanelli ha letto un brano di Piera Bruno ed una lirica di Baudelaire, Rosanna Marcenaro un passo di Italo Calvino, Maristella Garofalo una poesia di Stefano Benni.
Poi c’è stato il rinfresco, piuttosto abbondante, così qualcuno ha potuto portare anche qualcosa a casa per i suoi gatti!

TESTI

Bruno Rombi
Apoteosi del gatto

Maria Cristina Castellani
Chicca è sola nel giardino d’autunno

Carlo Paludi
Il gatto

Lucetta Frisa
Giù la coda

Ivana Trevisani Bach
Gatto amletico

Guido Zavanone
L’ospite

Carla Caselgrandi
I gatti

Adriano Sanna
Nerino


Bruno Rombi
Apoteosi del gatto

Ho una visione dei gatti del tutto particolare, risalente agli anni ’70 quando frequentavo lo studio di piazza della Maddalena a Genova dell’amico pittore Germano Bocchi, il quale amava i gatti, come tutti gli animali, tanto che spesso ricordava la poesia di Walt Whitman, Canto di me stesso (Io credo che potrei voltarmi e / andare a vivere con gli animali, / così placidi e controllati. / Resto a guardarli ore e ore. / Non si affaticano, non frignano per la loro condizione. / Non stanno svegli al buio piangendo i loro peccati. / Non mi scocciano con i loro doveri verso Dio. / Nessuno è insoddisfatto, nessuno impazzisce per la mania di possedere. / Nessuno si inginocchia ad un altro, a uno della sua specie vissuto migliaia di anni fa. / Sopra l’intera terra, nessuno ha onori e compassione.).
Per tornare ai gatti, a parte quelli che circolavano per le stanze dello studio del mio amico pittore, ricordo, con un vago senso di memoria cinematografica, le schiere di gatti di ogni razza e colore che circolavano per i vicoli dei dintorni e che l’amico Germano non mancava quotidianamente di alimentare. A lui devo la lettura di un libro singolare, Sul gatto, cenni fisiologici e morali di Giovanni Riberti, un medico milanese nato nel 1805, dal quale libro ho tratto, nel tempo, spunti diversi di meditazione. Il medico individuava, nel nostro compagno, il simbolo della libertà per la sua indifferenza ad ogni avvenimento pubblico e privato (esso non farebbe un passo fuori della porta per vedere passare Berlusconi o Veltroni, né darebbe la coda di un sorcio per realizzare la Nuova Repubblica di Platone, da tutti auspicata e da nessuno realmente voluta), ama oziare come non sanno fare nemmeno i poeti (così famosi per gli ozi letterari), né i pittori, così noti per la perdita di tempo nell’imbrattare tele e fogli di carta!
Vero padrone della casa dove abita, il gatto se la gode tutta quanta, dallo studio alla dispensa, dalla cantina al tetto, dalla rimessa al fienile, dall’oscuro sottoscala all’aperto giardino, dove s’arrampica sugli alberi, gira tra le viti, passeggia per i muriccioli. Esso va in tutti i luoghi inaccessibili all’uomo: nella piccionaia, sulla grondaia come in cima alla torretta del fumaiolo, sul mezzo mattone d’un muro addentellato, se pure c’è tanto spazio da starci quattro zampe raccolte: e quando lo vedete spingersi, adattarsi, rannicchiarsi in qualche sito incomodo, difficile, pericoloso, e vi nasce il desiderio di sapere perché vada a ficcarsi proprio colà, fate conto che esso ci va per la sola ragione che è padrone d’andarvi, e che dal più al meno vuole godere la sua casa tutta quanta.
Riberti si diverte anche a spiegare come Machiavelli e Taillerand fossero diventati casi celebri soltanto perché avevano acquisito attributi felini, imitando il gatto.

Ma il gatto preistorico com’era?
Gli antenati dei gatti odierni sono comparsi circa 45 milioni di anni fa, durante l’Eocene, e già 35 milioni di anni fa gli antichi gatti presentavano un aspetto e un comportamento non dissimile da quello dei felini odierni.
Sebbene imparentati con la tigre dai denti a sciabola, dalle zanne spaventosamente lunghe, i gatti moderni discendono più direttamente da un altro antenato, un antico gatto selvatico dalle dimensioni maggiori dei nostri felini domestici, ma di taglia inferiore rispetto ai grandi predatori: leoni, tigri, pantere. Questo gatto, dalla lenta ed ampia diffusione in ogni parte del globo, solo l’Australia, il Madagascar, le Indie Occidentali e alcune altre isole, centomila anni fa, quando la tigre dai denti a sciabola era estinta, era organizzato nel genere Felix catus catus, cioè il comune gatto domestico. La sua evoluzione, stando agli studiosi, può essere ricostruita basandosi sul colore del mantello. Per esempio, il manto a chiazze del soriano rosso è apparso per la prima volta in Inghilterra. Per questo lo si ritrova negli Stati Uniti dove s’erano insediati i coloni inglesi, e sono più rari in California e nel sud-ovest e in altre zone dell’America colonizzate dagli Spagnoli, in quanto quel tipo di gatto non era diffuso in Spagna.
I primi gatti sono stati addomesticati in Egitto, nella valle del Nilo, in un periodo compreso tra 8000 e 5000 anni fa. E’ stato il passaggio dalla vita nomade alla formazione di una società agricola di tipo stanziale a convincere gli Egiziani ad addomesticare i gatti selvatici africani, scientificamente Felis sylvestris Libica. I generosi raccolti che il limo favoriva dovevano essere immagazzinati e le riserve di cibo attiravano ogni sorta di roditori, prede ambitissime dai gatti selvatici. Ma addomesticarli non è stato facile, perché i gatti africani sono per natura diffidenti nei confronti delle persone e disdegnano il contatto fisico e le manifestazioni d’affetto. D’altra parte gli antichi Egizi adoravano i gatti tramite il culto della dea Bastet, raffigurata spesso come una donna con la testa di gatta, oppure come un gatto seduto. Era la dea della danza, della musica e, soprattutto, della fertilità e della salute dispensate dal Sole. Tale culto, praticato dal I millennio a.C., fu dichiarato illegale nel 390 d.C. dall’imperatore Teodosio. Esso prevedeva solenni feste in onore della dea. Gli archeologi hanno rinvenuto mummie di gatti dal collo allungato, con le vertebre spezzate, perché essi venivano sacrificati nel corso delle cerimonie in onore della dea. Gli Egizi veneravano i gatti a tal punto da infliggere la massima pena a chiunque li uccidesse: si ricorda il caso di un soldato romano che aveva commesso l’imperdonabile errore di far del male ad un gatto e che fu letteralmente massacrato dagli Egiziani. Se un gatto moriva di morte naturale, tutti gli abitanti della casa dovevano portare il lutto e radersi le sopracciglia: il cadavere dell’animale veniva avvolto in bende di lino e imbalsamato con droghe e spezie. Le persone più facoltose, oltre alle bende con cui fasciavano il cadavere, adagiavano sul muso dell’animale una maschera di cartapesta che ne riproduceva le fattezze con gli orecchi fatti con steli di foglie di palma: Anche le persone più semplici davano sepoltura ai loro gatti. I gatti che prestavano servizio nel tempio erano venerati con tale devozione che, in occasione dei loro funerali, le cerimonie erano così elaborate e costose che, per garantirne lo svolgimento, era necessario imporre tasse speciali. Le prove reperite in una tomba egizia risalente al 1900 a.C. dimostrano che i gatti sono stati addomesticati dagli Egiziani a quell’epoca, ma solo un migliaio d’anni dopo i gatti domestici fecero la loro comparsa nel resto del mondo. Questo ritardo si spiega con la grande venerazione degli Egiziani e il conseguente divieto della loro esportazione.
Furono i Fenici, commercianti senza scrupoli, a contrabbandare gatti fuori dall’Egitto per ricavare lauti guadagni rivendendoli a chi, per vezzo o per esibizione, voleva circondarsi di questi animali esotici.
I gatti domestici fecero quindi la loro apparizione in Grecia intorno al 500 a.C., in India intorno al 300 a.C. e in Cina un secolo dopo, mentre in Europa sono giunti soltanto nei primi secoli successivi alla nascita di Cristo.Incrociandosi con il gatto selvatico europeo, il Felis sylvestris sylvestris, il gatto domestico ha assunto una corporatura più robusta e massiccia, perdendo la snellezza e l’eleganza degli esemplari egiziani. Tale differenza è ancora riscontrabile oggi se si paragonano gatti europei o gatti americani a pelo corto con gatti delle razze africane o asiatiche.
Nel V secolo Erodono, storico di Alicarnasso, nelle sue Storie menziona i gatti che aveva visto per la prima volta in Egitto e da cui era rimasto affascinato. E proprio intorno al 500 viene fatto risalire un bassorilievo greco in cui, per la prima volta, è raffigurato un gatto. Dal canto suo, Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis istoria, in epoca romana, è stato il primo a cimentarsi in una trattazione scientifica sul gatto attraverso una serie di osservazioni sul felino. Sembra che allora parti dell’animale fossero impiegate per preparare medicamenti per curare ferite infette. L’applicazione di un preparato a base di escrementi di gatto, stando a Sesto Placite di Medicina ex animalibus, era considerata miracolosa come rimedio contro la calvizie. Gli antichi, che non erano più stupidi di noi, ma sicuramente più prudenti, hanno cercato di attribuire un senso anche a ciò che spesso sfugge alla nostra logica, rifugiandosi nella simbologia di cui anche noi, oggi, continuiamo a far caso. E quella sul gatto è molto eterogenea e oscilla tra tendenze benefiche e malefiche, forse per il suo atteggiamento dolce ed insieme sornione.
Al di là delle caratteristiche di ogni razza, che vedremo più avanti, la considerazione che l’animale suscita cambia da paese a paese. Vediamo alcuni esempi. Nel Medio Oriente e in Asia i gatti erano oggetto di grande venerazione. Si narra che Maometto amasse talmente questi felini da tagliarsi una manica della veste piuttosto che destare il suo gatto acciambellato su essa. Nel XIII secolo si racconta che un sultano musulmano abbia incaricato i suoi eredi di provvedere al sostentamento dei gatti randagi con la rendita dei suoi frutteti. In Cina, erano ritenuti simbolo di buon augurio e ancor oggi i Cinesi sono convinti che le persone nate nell’Anno del Gatto possiedano doti come la raffinatezza dei modi, l’astuzia e la discrezione, considerate tipicamente feline. Solo nel X secolo i gatti comparvero in Giappone e per centinaia di anni solo i nobili potevano possederne. Chiamati tama (gioielli) godevano di un trattamento onorevole. Furono tenuti al guinzaglio fino al 1602, quando un ordine governativo decretò che fossero lasciati liberi, forse perché i roditori minacciavano l’industria del baco da seta. Secondo la tradizione folKloristica del Giappone portano fortuna. A Tokio è possibile visitare persino un cimitero per gatti di antica istituzione.
Alcuni gatti orientali sono geneticamente diversi, per esempio nella coda con nodo all’estremità. Nel 1868 Charles Darwin ha scritto: “Dovunque nell’arcipelago malese, nel Siam, a Pegu e in Birmania, tutti i gatti presentano una coda tronca lunga circa la metà della lunghezza normale e sovente termina con una sorta di nodo. Poiché anche i gatti dell’isola di Man, in Inghilterra, sono simili, si presuppone che vi siano stati introdotti dai marinai”. Mutazione genetica e leggenda secondo la quale lo scopo di tale nodo era quello di consentire alle principesse di fare il bagno affidando i loro anelli alla coda del gatto!
Nel mondo buddista si rimprovera al gatto di essere stato il solo animale che non s’è commosso alla morte di Budda, tanto che, visto da un’altra angolazione ciò potrebbe essere considerato anche un segno di superiore saggezza. In India troviamo statue di gatti asceti che rappresentano la “beatitudine del mondo animale”; in Cina, è considerato animale benevolo; in Cambogia ancora oggi il gatto in gabbia viene portato di casa in casa nel corso di una processione cantata con l’intento di ottenere la pioggia. Iin queast’occasione ogni abitante del villaggio bagna il gatto, le cui grida, si dice, commuovono Indra, dispensatore dell’acqua fecondatrice. Nella tradizione musulmana il gatto (qatt) è piuttosto favorevole, tranne se è nero. Secondo la leggenda, siccome i ratti disturbavano i passeggeri dell’Arca, Noè passò la mano sulla fronte del leone che starnutì, buttando fuori una coppia di gatti: per questo il gatto assomiglia al leone. Secondo la tradizione musulmana il gatto è dotato di baraka: un gatto perfettamente nero possiede qualità magiche e la sua carne viene mangiata per liberarsi dalla magia; un gatto nero, avvicinato da una donna con le mestruazioni, è capace di fermarle. Inoltre il suo sangue viene usato per scrivere incantesimi potenti perché quest’animale ha sette vite.
In Persia, quando si tormenta un gatto nero, si rischia di avere a che fare, sotto questa apparenza, con il proprio hemzãd (il genio nato insieme all’uomo per fargli compagnia) e di nuocere così a se stessi. Secondo altri, è un jinn malefico che bisogna salutare quando entra di notte in una camera. In molte altre tradizioni il gatto nero è simbolo dell’oscurità e della morte.
Per gli Indiani Pawnee dell’America del Nord, il gatto selvatico è un simbolo di destrezza, di riflessione e di ingegnosità, a loro giudizio “è un furbo ed equilibrato, e riesce sempre nei suoi scopi” e per questo è un animale sacro che non può essere ucciso se non per fini religiosi e secondo certi riti. Nell’Africa Centrale, poiché all’animale si attribuiscono poteri di chiaroveggenza, molti sacchetti per le medicine sono fatti con la pelle di un gatto selvatico.

Del gatto si può parlare all’infinito. Infatti entra nell’araldica (il gatto d’argento in campo nero è il simbolo degli Svevi), nelle insegne luminose (celebre il gatto nero del cabaret di Montmarte), nei sigilli (ad esempio, quello dei Sessa, stampatori in Venezia), nella moda, nella pubblicità, nella televisione (TELEGATTI, con la faccia di bronzo coperta d’oro), nella magia, nella stregoneria. A proposito di quest’ultima, nell’Europa del Medio Evo la venerazione nei confronti dei gatti si è involuta gradualmente in sospetto, paura, e infine odio viscerale. I motivi dell’avversione sono molteplici. Già nella Bibbia sembra trovarsi l’origine del connubio gatti e streghe: il felino viene associato ad Aradia, figlia di Lucifero, inviata sulla Terra per diffondere riti e segreti della magia nera.
Il culto pagano della dea norvegese Freya – che era circondata da gatti, trainava con gatti il suo carro e veniva adorata con rituali i cui protagonisti erano i gatti – venne contrastato con vigore dalla chiesa cristiana in una decisa campagna contro la stregoneria. Fu vietata l’adorazione degli dei e delle dee pagane, inclusa Freya, e i gatti, in quanto sacri alla dea, iniziarono ad essere detestati e temuti come famigli delle streghe.
Alcuni studiosi ricordano che quando i Crociati ritornarono dalla Terra Santa, nel XIV sec., sulle navi avevano i topi portatori di peste bubbonica. I gatti, loro naturali predatori, ereditarono dai topi le pulci e contribuirono a diffondere la peste. Per questo furono considerati autentici alleati di Satana. Quando poi decisero di sterminarne il 90%, permisero ai ratti di invadere gli insediamenti umani, così la peste bubbonica dilagò in tutta Europa e in parte dell’Asia, falcidiando metà della popolazione. Per ironia della sorte, furono forse proprio i gatti a porre fine all’epidemia. Essi infatti, non più perseguitati dalle popolazioni, aumentarono, arginando così, con la distruzione dei topi, il diffondersi della peste. Ma, peccando di ingratitudine, gli scampati ripresero a torturarli ed ucciderli.
Nel XV sec. papa Innocenzo III ordinò che tutti gli adoratori dei gatti in Europa fossero bruciati sul rogo come streghe, rendendo pratica comune la persecuzione della stregoneria legata ai gatti. Infatti in quest’animale il fanatismo religioso vedeva non l’utile sterminatore di topi, ma l’incarnazione del maligno. E la donna che gli stava accanto, con in mano la scopa per tenere pulita la casa, veniva indicata come strega, specialmente se con l’uso appropriato di qualche erba riusciva ad alleviare qualche male altrui. Moltissime donne comuni furono bruciate come streghe insieme ai loro gatti. I persecutori sostenevano che chi non bruciava sul rogo, non era posseduto dal demonio.Oppure venivano annegate chiuse in sacchi appesantiti da pietre. Identica sorte toccava ai gatti. La donna che fosse riuscita a riemergere in superficie era un’eretica e il gatto superstite un animale del demonio.
Per fortuna, i tempi sono cambiati ed ogni donna paragonata ad un agatto, animale emblema di eleganza e raffinatezza, se ne compiace.

Nel corso della storia il gatto ha subito molteplici cambiamenti, sia nella struttura fisica, sia nell’aspetto, soprattutto per caso e non per volontà umana. Solo in epoca vittoriana, quando i viaggiatori fecero conoscere anche in Occidente gatti domestici dall’aspetto esotico, l’uomo cominciò ad apprezzare le molteplici razze feline, soprattutto nelle loro peculiarità estetiche, ossia nella varietà di colore del mantello, per la lunghezza del pelo e la diversità del comportamento. La più antica razza europea, che discende dai gatti esportati oltre le Alpi dai Romani, è rappresentata dai gatti a pelo corto. I gatti dell’isola di Man provengono dall’Asia, il gatto d’angora dalla Turchia, il persiano dall’Asia Minore, il siamese dall’Estremo Oriente e l’abissino dall’Etiopia. Gradualmente le diverse razze si sono delineate nelle loro caratteristiche distintive e oggigiorno sono riconosciute cento razze che, al di là del pedigree, sono apprezzate per il colore del manto. Il grigio è quello preferito, seguito dal nero e quindi dal tigrato. L’arancio è il meno apprezzato e i gatti dal manto chiazzato sono i penultimi nella graduatoria. Se gli incroci selettivi mirano ad ottenere una precisa tonalità del mantello, una certa lunghezza del pelo, un determinato colore degli occhi, raramente mirano ad ottenere una personalità particolare perché il carattere ed il tipo di mantello sono geneticamente collegati. Per esempio: i siamesi sono estroversi, esigono attenzione e si esprimono anche vocalmente; i persiani sono indolenti, riservati e sedentari; gli abissini sono timidi, timorosi e nervosi nei confronti dei bambini. I gatti orientali o stranieri a pelo corto, come i siamesi e gli abissini, richiedono dai loro padroni maggiore attenzione, rispetto ai gatti domestici a pelo corto e a pelo lungo. Questi ultimi gradiscono di più le carezze e sono i meno espansivi. Circa la capacità distruttiva, si può dire che i siamesi sono quelli che combinano i guai maggiori. I gatti domestici a pelo corto generalmente accolgono i loro compagni con maggior amichevolezza; al contrario i siamesi, i burma e, in misura minore, gli abissini sono spesso ostili nei confronti degli altri gatti. Se il siamese è il primo per espressione comunicativa vocale e per eccitabilità, i gatti domestici di pelo lungo o corto sono i più silenziosi e i più calmi.
Anche i gatti, come molti altri animali, sono disposti naturalmente all’apprendimento di norme comportamentali che, una volta acquisite, li rendono particolarmente simpatici agli uomini, specialmente quando la loro utilità diventa così palese che l’uomo non può più assolutamente privarsene. E’ il caso dei gatti che ci difendono dai topi di biblioteca, i cosiddetti gatti certosini ai quali dobbiamo un debito di grande riconoscenza per aver difeso, nelle antiche certose, i capolavori miniati della letteratura, dell’arte e della scienza patrimonio dell’umanità. Senza la loro vigile difesa dei grandi tomi in pergamena e in carte miniate a mano e, più tardi, a stampa, non conosceremmo una gran parte del nostro passato. Elogio quindi ai gatti certosini!

Gatti e personaggi celebri

Se viene riconosciuto, per affinità elettive, un rapporto d’amicizia tra la donna e il gatto – e le sorelle Brontë ne sono un celebre esempio – eccentrico veniva considerato Ernest Hemingway che nella sua casa cubana ne ospitava una trentina. Winston Churchill adorava talmente il suo soriano rosso da commissionarne un ritratto; De Grulle era affezionato al suo certosino, dal folto mantello dalle sfumature blu. Sir Isaac Newton aveva tanti gatti che ha finito per inventare, per comodità sua e dei suoi animali, la porticina oscillante per gatti. Theodore Roosvelt possedeva due gatti. La figlia di Bill Clinton Chelsea aveva accolto Socks (“calzini”), il randagio dalle zampe bianche. In Vaticano, Micetto, un gatto grigio e rosso a strisce nere compariva spesso dalle pieghe della veste di papa Leone XII e il cardinale Richelieu, a fianco del re di francia Luigi XIII tra il 1624 e il 1642, era noto per il suo affetto verso i felini. Il gatto Myssuff di Alessandro Dumas lo accompagnava in ufficio e andava a riprendere il suo padrone alla fine della giornata; quello di Charles Dickens aveva la consuetudine di spegnere le candele nello studio dello scrittore per attrarre la sua attenzione. Catarina, la micia che ispirò ad Edgar Allan Poe il racconto Il gatto nero pare che scaldasse la moglie dello scrittore Virginia, afflitta dalla povertà e dalla tubercolosi. Rosa Luxemburg era sempre accompagnata nei suoi spostamenti, dalla sua gatta Minù, Margaret Thatcher adorava il suo gatto Humphrey. Sidonie-Gabrielle Colette (1873-1954), scrittrice, attrice e danzatrice, era amica inseparabile dei felini che scelse come protagonisti di molte sue opere. Doris Lessig, scrittrice cresciuta in Africa, compilò con Isolde Ohlbaum un Libro dei gatti, in cui narrò le sue esperienze con i felini, di cui apprezzava lo spirito d’indipendenza. L’estrosa Sarah Bernhard non solo amava i gatti, ma in particolare adorava la sua pantera con la quale passeggiava lungo il Bois de Boulogne suscitando scalpore e apprensione. Infine, Anna Magnani. L’attrice romana che offriva cibo e cure mediche ai numerosi randagi che vagabondavano per i siti archeologici della capitale.

gatta-lettriceMaria Cristina Castellani
Chicca è sola nel giardino d’autunno

Nel vuoto giardino d’autunno,
vicina a dove Tu ora riposi,
c’è una gatta un po’ strana.
Che Tu amavi ed io amo.
Scontrosa e quasi selvaggia,
che carezzi e si ritrae,
e graffia e miagola
e muove la coda.
Lei, non più giovane,
aveva con Te, vecchia bambina,
un rapporto speciale.
Dormiva su di Te
nella Tua improvvisa fatica,
in quel molle tepore
delle passate estati.
Quando, forse avvertendo
che Ti aspettavano,
poco distanti,
le scure ombre che seguono
a una vita piena e vissuta,
volevi offrire a quel sole
le Tue povere, dolci
estreme stagioni.
E carezzarne i fiori,
e lasciare che un’ape,
ronzandoTi intorno,
ti dicesse: sei viva.

Ora guardo la gatta distesa
al pallido sole d’ottobre.
Mi guarda a sua volta
e mi chiede, senza
farmi più male:

“Ma Lei dove è andata?
Perché non l’hai più
portata con te?”

E le dico che è bella.
Come dicevo a Te
Per farTi ridere piano.
E le arruffo un poco il pelo.
come Tu le facevi,
senza farTi graffiare.
Poi, avvicino il viso per sentirne l’odore.
Calda pelliccia che sa di vita.
Pelo di tre colori che sa di autunno.
Occhi allungati che sanno vedere lontano.

“Non torna più, lo sai.
Non torna più.”

Per fare le coccole
a te allungata verso
il bianchissimo muro
là dove si stanno seccando
le rose che Lei tanto amava.
E lasciare per terra
lavoro e uncinetto
e darti, l’ultimo, ingenuo regalo
del filo rosso e prezioso,
perché tu potessi ballare
negli ultimi raggi,
filtrati da piante ormai stanche.
Per strofinarti sempre più lieve
E lieve andare con te verso il sonno.

Carlo Paludi
Il gatto

Al sole
Come un gatto-
Dopo la pioggia
Leccherò le ferite-
Mi lustrerò
Per sembrare
Più adatto.
Facendo finta
Di niente
Addenterò
Una ruga,
Controllerò.
Poi -non c’è
Fretta-
Per stupirti
Studierò una mossa,
Deglutendo
Sistemerò i baffi,
Arriverò sul tardi
E giuro –
Sarà tutto
A posto.

(da Rido domani)

Lucetta Frisa
Giù la coda
Gatti bianchi, gatti neri, un topo Baciccia e un cane grigio

I gatti di via Canneto il Lungo* sono bianchi e anche se qualcuno ha sul pelo delle macchioline, il colore di fondo è il bianco.
I gatti di via Canneto il corto sono neri forse con qualche striatura più chiara qua e là, ma il loro colore di fondo è comunque il nero.
Ci fu un tempo che tra gatti bianchi e neri non correva buon sangue, per dirla meglio, non si sopportavano proprio, forse perché i genovesi- sia uomini che gatti- hanno sempre avuto un carattere selvatico, cioè sarvego.
Ma di chi era la colpa? La colpa era della Luna. Sempre capricciosa, rende nervosissimo tutto quanto sulla terra respira, specialmente quando è Piena.
Quando è Piena, i gatti bianchi sembrano ancora più bianchi, quasi luminosi, mentre i neri, diventano ancora più neri, quasi invisibili.
Una volta al mese, fiutando nell’aria i raggi della luna, le vibrisse dei gatti vibrano più del solito. E una volta al mese, ai gatti bianchi prende la strana manìa di sentirsi superiori ai neri, più forti e belli di loro. I neri, naturalmente, non sono d’accordo, i loro occhi sfavillano nel buio, enormi e aggressivi, e si mettono in guardia, pronti a difendersi. Perché sanno di dovere subire dai gatti bianchi, l’umiliazione GIU’ LA CODA.
In che cosa consiste?
Ogni volta che passa un gatto bianco, il gatto nero deve abbassare la coda in segno di sottomissione e lasciargli libero il passo. E se non lo fa…guai a lui!
Ma c’è sempre una notte nella vita degli uomini e dei gatti che qualcosa non va più al solito modo.
Infatti, i gatti neri cominciarono a ribellarsi. E come? Riunendosi tutti nello stesso angolo di via Canneto il corto, e poi facendo finta di dormire. In modo che i loro occhi non tradissero la loro presenza, non appena un Bianco fosse passato di lì. E subito dopo le ombre nere dei Neri saltavano addosso ai Bianchi come diavoli.
Andò a finire che, con la Luna Piena o la Luna Nera, con la luna calante o crescente- i gatti bianchi e i gatti neri, si pestassero di giorno e di notte. I due carrugi Canneto il Lungo e Canneto il corto divennero il teatro di quelle battaglie tremende da dove i litiganti ne uscivano con orecchie morsicate, occhi guerci, zampe penzolanti, pelo spelacchiato e, colmo dei colmi, perfino senza più coda: un’offesa questa, intollerabile per i gatti.
-Noi siamo i Gatti Bianchi- di razza superiore,- e perciò è nel nostro diritto pretendere l’operazione GIU’ LA CODA!
Così ragionavano i Bianchi.
-Perché dobbiamo abbassare la coda? Loro sono bianchi e noi siamo neri. E con questo? I due colori si equivalgono.
Così ragionavano i Neri.
– Bisogna rivolgersi a un giudice, un giudice imparziale -disse un giorno il gatto Martino, il più intelligente e saggio dei Neri- Perché la giustizia è uguale per tutti.
– E’ giusto -miagolarono i Neri- Ma a chi?
-A chi non è né nero né bianco. A chi non è neppure un gatto, ma un animale diverso.
-E’ giusto. Però questa idea bisogna comunicarla ai Bianchi. Dal giudice dobbiamo andarci tutti insieme.
-E’ giusto. -E chi di noi va a dirlo a loro?
-Io- miagolò Martino, spavaldo.
L’accoglienza dei Bianchi non fu delle migliori: il buon gatto Martino ci rimise la bella coda.
Era troppo. Una lezione ci voleva, di quelle da ricordare per sempre, di quelle che restano nei racconti delle nonne, che si fanno nelle notti di luna piena e nuova, calante o crescente, per generazioni e generazioni di gatti.
Immaginate ottantatré gatti neri inferociti che marciano implacabilmente incontro ai nemici .Non sono mici amici, ma nemici terribilissimi.
I superstiziosi che credono che i gatti neri, quando traversano la strada, portino sfortuna( anche a Genova, non solo a Napoli, c’è gente così) si nascosero dentro ai portoni, si arrampicarono sui tetti dalla paura, fecero le corna con le dita delle mani e dei piedi, si misero a invocare i santi protettori. I gatti, accorgendosi di seminare il terrore, si gonfiarono d’orgoglio dentro il loro pelo nero. Appostati all’angolo di via Canneto il Lungo- il territorio dei Bianchi- immobili come tante statuine, si prepararono al grande balzo, nel buio profondo della notte.
La Luna era Nera, il cielo nerissimo : tutto giocava in loro favore.
Appena videro apparire Biancomagno- il capo- e la sua banda- presero di mira la sua parte anatomica più nobile: la Coda! E giù…tutti addosso a quella coda, molto rispettabile, essendo bianca…
Nel bel mezzo del combattimento, si trovò a passare il topo Baciccia, vecchio topo piagnucoloso, tutta la vita trascorsa a tremare di paura quando incrociava un gatto: bianco o nero, a lui non importava. Gatti erano, quindi, per lui, feroci cannibali e nient’altro.
Figuratevi il poverino come si sentì, quando si vide lì in mezzo. Avrebbe voluto avere le ali come i suoi cugini pipistrelli e volarsene via a 8000 metri d’altezza!
Appena lo vide, il gatto Martino, miagolò:
-Ecco il giudice che fa per noi. E lo acchiappò, ma con grande delicatezza.
Tutti i litiganti, per la prima volta nella storia, si trovarono d’accordo.
Uno per uno annusarono dalla testa ai piedi il topo Baciccia e trovandolo adatto al compito, lo deposero sul cassonetto dei rifiuti.
Il topo Baciccia se la faceva addosso dallo spavento.Non capiva niente. Batteva i denti, in preda alle convulsioni. Il cervello-già piccolino per natura- si restrinse tanto da paralizzarsi del tutto.
-Rispondi!- tuonava il gatto Biancomagno – secondo te, chi di noi ha ragione? I Bianchi o i Neri ?
-Rispondi- strillava il gatto Martino- secondo te, chi di noi ha ragione? I Neri o i Bianchi?
-Io non…io non…balbettava il topo Baciccia, tutto sudato. Delirava.
Che ne sapeva lui, dell’OPERAZIONE GIU’ LA CODA? Cosa c’entrava lui, povero topo, in quel losco affare tra gattacci? Cosa volevano da lui, dolce topolino, quegli orribili mostri che gli avevano divorato la nonna, la zia e il cognato?
Il topo Baciccia piombò svenuto dentro il bidone dei rifiuti.
-Che vigliacco!- commentarono i Bianchi e i Neri. E’ svenuto per sfuggire alle proprie responsabilità!
E per la seconda volta si trovarono d’accordo.
-Cerchiamo un altro giudice-miagolò Martino- Più serio di lui!
-E chi potrebbe essere?
-Il Cane Grigio!- tuonò Biancomagno illuminandosi come una lampadina – Il cane non è un gatto… e … neppure un topo!
A questa grande verità, tutti, Bianchi e Neri, annuirono.
– Canegrigio, essendo cane, non ha grande simpatia per noi gatti -continuò Biancomagno- né Neri né Bianchi e perciò…è il giudice imparziale che fa al caso nostro!
La proposta venne accolta all’unanimità.
Andarono a cercare Canegrigio, conoscevano il territorio dove bazzicava, le sue abitudini. Nelle notti di Luna Nera, lui dormiva accucciato dietro un vecchio portone di un carruggio.
Un concerto di miagolii svegliò il cane, un bastardino dal muso simpatico. Prima si spaventò un poco, fece un fievole ringhio (non aveva mai visto tanti gatti insieme in vita sua) poi, lentamente, cominciò a muovere la coda. Avrebbe fatto amicizia anche con loro, già pensava.
-Noi siamo i Gatti Bianchi- si presentò Biancomagno, gonfiandosi tutto- e perciò pretendiamo dai Neri…l’Operazione GiU’ LA CODA, bla bla bla…
Il bastardino, tranquillizzato, scodinzolava.
-Noi siamo i Gatti Neri – miagolava Martino- e non vogliamo subire l’Operazione GIU’LA CODA, da parte dei Bianchi, bla bla bla…
Il bastardino continuava, tranquillo, a scodinzolare. Sembrava divertirsi un mondo.
I gatti pensarono che quel cane doveva essere un po’ strano, li guardava con molta curiosità, sembrava non afferrare bene il senso di quanto gli dicevano e quella sua coda, tanto allegra, era davvero diversa dalla loro che invece, era oggetto di discordia.
-Come avete detto? – li interruppe, a un certo punto, Canegrigio meravigliato- Bianchi? Neri? Che cosa significa? Spiegatevi meglio.
Chi di loro poteva immaginare che Canegrigio fosse daltonico ? Aveva cioè un piccolo difetto della vista che gli impediva di distinguere i colori. Questa particolarità ce l’hanno solo i giudici imparziali e Canegrigio era uno di quelli.
E così, per merito suo, i gatti bianchi e i gatti neri si resero conto, finalmente, che tra loro non c’era nessuna differenza e da quella memorabile notte di Luna Nera, quando accadeva che si incontrassero in via Canneto il Lungo e in via Canneto il corto, si salutavano gioiosamente seguendo le regole dell’OPERAZIONE SU’ LA CODA che consiste nell’alzare dritta la coda- la nera come la bianca- nello stesso momento.

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Via Canneto il lungo e via Canneto il corto sono due antichi carrugi del centro storico di Genova.

14-gatto-amletoIvana Trevisani Bach
Gatto amletico

Essere, o non essere? La vita è reale o un sogno?
Non so se i gatti si pongono questi interrogativi. Forse lo fanno quando, con gli occhi appena socchiusi, sembrano assorti in qualche misteriosa riflessione.
Certamente però, esiste un dubbio che li tormenta in maniera drammatica: di fronte ad una porta aperta, uscire o restare dentro? Questa incertezza può straziare la loro mente felina per tempi incredibili. Se poi il compagno umano fa loro fretta, si può arrivare al blocco totale della decisione.
La frase: “Entri o esci?” può mettere il Gatto di fronte ad un dilemma esistenziale senza soluzione; la coda si fa nervosa e, se una zampina accenna d’istinto ad avanzare, essa viene subito bloccata da quei centri corticali che impediscono ad un gatto dignitoso di obbedire ad un perentorio comando umano. E così, anche se, forse, l’intenzione iniziale era di uscire, lui inizia una serie di oscillazioni periodiche che fanno indietreggiare e avanzare il suo corpo in una danza ritmica, leggera e controllata. Di solito, a questo punto, il Gatto guarda negli occhi il suo compagno umano: se il “padrone” non è impaziente può anche fare un prudente passo in avanti, ma se lo sta fissando negli occhi nel tentativo di capire la sua definitiva decisione, si blocca di nuovo e fa un passo indietro. E no! Non si può far decidere ad un uomo ciò che un Gatto deve fare!
Qualche volta si arriva addirittura alla sfida. Allora il dubbioso Gatto si mette seduto per far capire che una decisione così importante va ponderata attentamente. A questo punto l’umano può spazientirsi tanto da chiudergli la porta in faccia. E questa è un’offesa molto, molto grave.
Un Gatto dignitoso potrà fare pagare quest’affronto con ore e ore di atteggiamenti risentiti. Il “padrone” diventerà trasparente: non uno sguardo, non una strisciatina ai lati delle gambe. Il Gatto lo ignorerà allontanandosi girato di schiena, con la coda diritta, a sdegnoso vessillo. Niente fusa, niente ron…ron.
Se convivete con un gatto conoscerete senz’altro questi suoi alteri atteggiamenti risentiti. Per ignorarvi si mostrerà impegnatissimo in attività che vi escludono: si laverà con una lena mai vista soffermandosi con pignoleria su ogni minima imperfezione del suo liscio pelo, si mostrerà attento a microscopici insetti volanti che voi non vedete per niente, ma che lui giudica estremamente interessanti. Oppure si abbandonerà sdraiato sul divano, come preso da una mortale stanchezza, dandovi sdegnosamente la schiena.
Insomma, il vostro gatto ” farà i musi “.
Solo dopo un certo tempo potrà fingere di dimenticarsene, ma solamente in cambio di un vostro regalo di pace, ad esempio una di quelle particolari leccornie che lo fanno impazzire.
Così salva la faccia. Ma non dimentica. La prova? La volta seguente, di fronte ad una porta aperta, i tempi d’indecisione saranno raddoppiati.
L’umano che conosce bene il suo Gatto acquisisce col tempo una serie di strategie che gli permettono di risolvere in minor tempo questo rito obbligato. Occorre aprire la porta e fingere di non essere interessati alla sua decisione, ad esempio allontanandosi un poco e dando l’impressione di porre l’attenzione a qualcosa d’altro, in altre parole comportandosi da gatto. Non è che lui, lasciato solo, sia in grado di decidere in fretta, ma i tempi saranno certamente più brevi. Con la coda dell’occhio lo vedrete riflettere, porre attenzione agli odori e ai suoni che gli arrivano da fuori, immaginare gli scenari possibili fuori e dentro, scaricare la tensione con qualche tic o con una rapida contrazione della pelliccia.
A quel punto, la decisione è presa. Il gatto fa un passo in avanti!
Allora l’Umano si lancia con ” scatto felino ” verso la porta per chiuderla approfittando dell’attimo favorevole. In una frazione di secondo si decide il successo o il fallimento dell’azione.
I casi possibili sono:
A) riuscite a chiudere la porta nell’attimo in cui tutto il corpo del gatto è fuori e, al massimo, sfiorate la sua coda col battente. Caso favorevole.
B) il battente della porta sta per stringere a tenaglia il corpo del Gatto.
Ma il vostro micio sa che non lo stritolerete mai e così si ferma in questa posizione intermedia. Naturalmente voi aprirete di nuovo la porta e qui si possono verificare altre due situazioni:
b1) il vostro Gatto è di buon umore e, allora, andrà avanti in fretta per far vedere che ha deciso, in realtà solo per evitare un pericolo.
b2) il Gatto decide di essere ” fetente” perché:
ce l’ha con voi perché qualche vostro comportamento precedente non era in linea con il rigorosissimo Patto di Convivenza Uomo-Gatto che lui vi ha imposto ma che voi spesso fingete di ignorare.
è ” fetente” perché è una giornata così, e basta. Non ha le mestruazioni, ma è come se le avesse.
In ogni modo, il caso b2 è sempre drammatico.
Infatti, non appena voi avrete rinunciato a stritolarlo e avrete riaperto la porta, il Gatto farà un passo indietro. Si metterà seduto, pietrificato come la Sfinge fra le piramidi.
A questo punto, se voi siete una persona di buon senso, vi conviene lasciare la porta aperta e, anche se fuori ci sono 20 gradi sotto zero, abbandonare il vostro Gatto ai tormenti del suo dubbio amletico: restare…uscire, uscire…restare…
E questa sarà la vostra vendetta.

Guido Zavanone
L’ospite

Nel mio giardino stamane all’alba
in silenzio rasentando le aiuole
un estraneo che s’aggirava
circospetto guardandosi attorno,
i nostri sguardi si sono incontrati.
Nel suo
curiosità e paura lottavano,
nel mio sguardo di sonno avrà letto
insofferenza o minaccia? D’un balzo
ha raggiunto un cespuglio, acquattato
mi fissava scrutandomi. Quando
sono riapparso, in mano una ciotola
colma di latte, si è avvicinato
cautamente a piccoli passi.

Potavo fischiando un piccolo albero
il sole inondava il giardino di tenera luce
la ciotola a terra era vuota.
L’ospite
si strofinava ai miei piedi
con sicurezza e con garbo, staccatosi
seguiva attento il lavoro mostrando
un interesse benevolo e grato,
ogni tanto con discrezione
miagolava persuaso.

Carla Caselgrandi
I gatti

I gatti,
eterni iddii
acciambellati
su sogni
impenetrabili
saziano
di sole e
di pazienza
le loro attese.

Adriano Sanna
Nerino

Iscuro come il cosmo notturno
la deambulazione indefinibile,
con il tuo fare attento
ad ogni percettibil movenza
la generosa mano attendevi
di colei che sapeva saziarti
saziandosi anch’essa
a sua volta
della tua visione.
Chi ti diede il tuo nome
tua natura seppe definire alquanto compiutamente…
ti osservavo
fuori
mentre di là dal vetro te ne stavi
quatto quatto,
amico mio,
Gatto.

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