di Rosa Elisa Giangoia

Fin dai tempi più antichi, superata la fase della loro reciproca funzionalità nei Presocratici, poesia e filosofia sono stati considerati due modi polemicamente in antitesi per dire la verità, in un contrapporsi di verità del cuore e verità della mente, verità intuite e verità dedotte, verità disvelate e verità dimostrate. Oggi le due strade del sapere e del conoscere hanno una ben precisa autonomia, con un avvicinarsi della filosofia alla scienza ed un forte impegno della poesia ad esprimere le tensioni esistenziali dell’essere nel mondo, più con interrogativi che con risposte.
In questa situazione sembra particolarmente interessante esaminare la teorizzazione poetica e l’esperienza creativa di Francesco Calvo, filosofo e poeta, che della riflessione sulla poesia ha fatto uno dei temi determinanti della sua speculazione in Il solco della parola (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1994), L’esperienza della poesia (Il Mulino, Bologna 2004) e anche nelle lezioni tenute nell’ultimo suo corso all’Università di Perugina nell’anno accademico 1999-2000, ora raccolte in Suvvia, entri chi a cuore (2007). A queste riflessioni teoriche, nutrite della consapevole lettura di filosofi (Platone, Aristotele, Tomaso d’Aquino, Leibniz, Kant, Nietzsche, Heidegger) e dal grande amore per molti poeti, in particolare R.M. Rilke e T. S. Eliot, si può accostare la personale produzione poetica, raccolta in La discesa (1989) e Piccola terra (1990), per cui è utile esaminare la ricaduta che può avere l’elaborazione teorica, messa sapientemente alla prova dallo studioso nell’analisi dell’esperienza del tragico, del tema del Principio nella Bibbia e nel Vangelo di Giovanni e delle Elegie Duinesi di Rilke, nella personale esperienza della creazione poetica.


Possiamo innanzitutto notare che Francesco Calvo segna con una punta di ironia la distanza tra la filosofia e la poesia in una delle prime liriche de La discesa, in Fundamentum inconcussum (p. 10):

Da un filosofo si attendono certezze…
Ma spento è il mio camino
e vuote sono
le tasche,
mi restano pochi spiccioli,
questi.

Questa breve lirica potrebbe essere interpretata come una risposta, non polemica, ma ferma e decisa, alla ben nota poesia di Montale Non chiederci la parola che squadri da ogni lato che si conclude con l’affermazione: Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Alla mancanza di certezze di Montale, Calvo oppone un’affermazione di sicurezza fin dal titolo Fundamentum inconcussum, in cui la solidità del fondamento del suo pensiero viene sottolineata dall’uso della lingua latina, che accende anche un legame con la tradizione. Il primo verso poi prende le distanze dalla filosofia per orientare il discorso verso un altro cammino, quello della poesia, che dà poche certezze, ma sentite come sicure, come sottolinea il pronome finale questi, posto isolato in posizione di totale rilievo.

Francesco Calvo considera la poesia come un fatto dell’uomo, il quale non è solo pensiero, ma è animale dotato di logos, elemento che si fonde con l’animalità, proprio nella determinazione dell’uomo. L’uomo infatti è spirito e carne insieme, mai puro pensiero: tale co-esistere non è qualcosa di colpevole, conseguenza della caduta, come tradizionalmente è stato considerato, ma è piuttosto una festa, una situazione in cui i due elementi, assieme, trovano la loro compiutezza e affermazione. Questo incontro della carne e dello spirito è il punto attorno a cui la poesia si muove, per quel suo essere incontro della parola e della cosa, anche se il momento dell’incontro è sempre qualche cosa di sfuggente. Tra le parole e le cose esiste un rapporto di scambievole reciprocità, in quanto, se non ci fossero le cose, il linguaggio non avrebbe nulla da dire, di conseguenza tra loro scoppia una qualche scintilla che ne potenzia la significatività. Il luogo della poesia, però, può essere raffigurato solo con la figura retorica del chiasmo, in quanto lo spirito attrae la carne e la carne lo spirito, anche se, in realtà, l’unione non si realizza mai, ma quello che avviene è solo uno sfiorarsi a cui segue un piegare altrove, perché tra la poesia e la cosa si insinuano i nostri limiti, fatti di abitudine, cecità e occhi viziati, che ci impediscono di vedere la poesia come una cosa. Francesco Calvo nel saggio L’esperienza della poesia (p. 33) puntualizza di aver affrontato questo tema liricamente in Foglie, sempre. Leggiamo questa lirica:

Perché mai e dove andare e come e quando
quasi tra foglie sfatte e marcescenti
sfinite dalla fuga di un momento
e ormai imbracciate all’eterno riposo?
Rivivranno, forse,
ma intanto altro non s’ode che un tardo
autunno sotto i passi. Ancora un poco e
tu ed io e tutti saremo lo stesso suono
per altri, che sentiranno.
Forse ad alzare un poco appena gli occhi
una ne scorgi che lenta si attarda su tra i rami.
No; non fermarti a ammirare solo quella!
Se davvero vuoi intendere l’incanto
fissati alla materia bruna che si disfa:
ridere vedi un fondo di letizia in ciò che cade…
noi stessi.

In questa poesia la cosa-foglia diventa il punto d’incontro chiasmico tra la vita e la morte (i due termini spunto di riflessione per il poeta) in quanto partecipa dell’una e dell’altra in un processo diacronico senza soluzione di continuità, che l’uomo spettatore percepisce e può esprimere con la parola, arricchita nella sua dimensione poetica di parola connotata, in quanto la cosa si arricchisce di valenze spirituali, ma non le esaurisce, proprio per la pur sempre limitata possibilità espressiva dell’uomo, anche nella sua forma più ampia e ricca, che è appunto quella della poesia.
E’ chiaro quindi che nell’unione chiasmica si manifesta la spiritualità della carne e la carnalità dello spirito. La poesia sfiora, ma non realizza compiutamente, per questo Calvo la definisce “una cosa piccola”, pur sottolineando il fatto che è un tesoro nostro, che non dovremmo mai pensare di scambiare con la condizione angelica; è infatti, un qualcosa che parte dall’umano e sa coinvolgere implicazioni che vanno oltre, pur essendo nell’umano ben radicata.

Essere poeti richiede delle doti particolari, in primo luogo saper leggere dentro (intus legere) le cose ciò che in esse merita di essere portato al linguaggio. Attraverso questa capacità si realizza l’opera di poesia che è come una cosa, per cui della poesia noi possiamo rilevare infiniti aspetti, possiamo darne infinite descrizioni, ma la cosa, cioè la poesia in se stessa, non possiamo dirla. Nessuna scienza della letteratura potrà mai delimitare il campo della poesia, poiché questa è un’esperienza e dell’esperienza non esiste scienza. Della poesia si fa esperienza, partendo dalla realtà individuale di ciascuno; nell’esperienza della poesia facciamo esperienza di noi stessi, cioè dell’uomo. Una delle esperienze più significative è quella di essere posseduti da un’attesa imprecisa, incerta, eppure forte. E’ quella di cui Calvo ha cercato di dare conto, come egli stesso dice in L’esperienza della poesia (p.76) nella lirica Il nome cercato (in La discesa, p. 12):

Sottile turbamento piumato appena
incontro mi giungi inavvertito
e soffice di incerti fumi
traverso i quali sforzo una lama
di più distinta luce.
Riesco infine a importi netto il varco
in cui subito ti ostini
sbalzo, frammento insistente e importuno
spigoloso quasi di intrusione eretta,
mentre al giogo inconsueto del mistero
di Arianna dipano tardamente il filo.

Dorata appare aurora ancora estranea
(non so quale carezza già vi palpita)
di un qualche cascame
ignaro di attese,
ma subito che si approssima la mente
in ansito inquieto si scolora.
E resta un velo
che di stelle superstiti profonda la distanza,
quando scalpita lo zoccolo e il fantasma
diventa più reale.
Io di sabbia che l’orma sbiadisce
altro non sono.
Forse un sorriso
o la piega incantata delle labbra
forse
il limite del possibile
che non ama ripetere l’attesa
se non sul breve lampo che si fa
un imeneo di sguardi.
Mi ascolti?
hai nome
grazia.

In questa poesia, attraverso una tramatura di immagini che fanno balenare aperture possibili verso un oltre sperato, atteso, ma anche temuto, consolante, ma anche inquietante, il poeta arriva a condensare la sua riflessione nell’ultimo vocabolo grazia, a cui si rivolge e che realizza proprio nominandola. L’uomo interroga nella sua inquietudine, nella sua attesa, con timore e speranza, ma sa che la risposta può avvenire solo in questa condizione particolare, quella della grazia, che può essere solo dono e mai conquista, disvelamento e non possesso.

L’esperienza della poesia per Francesco Calvo è associata a quella dell’amore e dell’amicizia, in quanto il rapporto che si realizza nella poesia tra la parola e la cosa è “come” un rapporto d’amicizia. E’ un rapporto che si realizza nell’incontro tra la parola e la cosa, grazie al quale la creazione poetica appare come un atto d’amore, in cui la parola rientra in se stessa avendo attraversato o approssimato la cosa, la quale si trova ad essere soffusa della gloria di essere stata l’occasione di tanto. Tra le liriche di Francesco Calvo mi pare ben esemplificativa di questo atteggiamento la poesia Vézelay:

Vézelay addossata sul colle
sul crinale del colle incurvata
è donna
morbida di sommesse salite
dischiusa e molle
a consumare in alto il fertile
abbraccio della sua cattedrale.
S’apre la chiesa non più alle folle
o ai misteri del pellegrinaggio
ma al sapore di nuove visioni
terrestri
come sono terrestri le pietre
di bianco e di ocra intrecciate.
Si adagia ed è ancora più sua
la corona dell’ampia veduta
tra guanciali di piani e colline
mentre tutto d’intorno è Borgogna
assopita in velami d’autunno.

Vezelay è una realtà artistica sublime nella purezza delle sue forme di pietra che imprigionano la luce che dà vita al vuoto, è un monumento che si percepisce da lontano e di cui ci si appropria passo dopo passo, ma tale non sarebbe, ovvero non sarebbe nulla, se l’individuo, con la sua mente e il suo cuore, la sua intelligenza e la sua ragione, non la percepisse come tale e soprattutto non la godesse. Tutto questo avviene nella parola, per cui solo passando attraverso la parola poetica, Vezelay diventa veramente quello che è, in quanto solo la parola consapevole ed efficacemente espressiva in questo caso realizza la cosa nella sua compiutezza.

La poesia per esistere deve acquisire una forma, anzi la poesia è un modo in cui l’uomo si appropria dell’esperienza della forma ed entra più profondamente in questa dimensione. Per realizzare la forma la poesia cerca di rinnovare nell’ambito dell’artificiale l’equilibrio e la proporzione dei termini, che nel caso specifico sono la parola e la cosa: più precisamente la parola ricrea in sé il portento dell’essere-cosa. La parola poetica, però, nel nominare le cose, non si trova nella condizione felice nella quale il nome aderisce pienamente alla cosa, in quanto la poesia, l’uomo stesso, devono vivere nel peccato, cioè nella condizione umana, che rappresenta sempre un’inadeguatezza. Un esempio interessante di tensione intellettuale ed espressiva per realizzare la forma da parte di Francesco Calvo, lo troviamo nella lirica Sera (in La discesa, p. 31):

Questa sera
Tiepida, tenera, trepida, tersa
tagliente per ombre sospese
trionfalmente severa
tragica: sola
tramonto che s’annera
tensione intensa di attese
travalicata e subito già persa,
questa sera
una nuvola traluce pigramente nel cielo
ad occidente.

Tutto l’impegno del poeta è qui incentrato nel realizzare la forma di Questa sera, non una sera o la sera in quanto tale, ma Questa sera nella sua unicità specifica. Per questo l’interesse sulla forma è massimo ed gli sceglie la strada dell’allitterazione della t, suono consonantico che più di ogni altro caratterizza il sintagma Questa sera. Così si snoda una serie di aggettivi che iniziano con la t, con funzione di connotazione e specificazione, cui fanno seguito avverbi (trionfalmente), sostantivi (tramonto, tensione) e verbi (traluce), nonché stringhe allitteranti (tensione intensa di attese /travalicata) in una chiusura circolare segnata dalla rima tersa/persa e dall’anafora Questa sera (v. 1 e v. 9), che isola appunto, anche con l’espediente grafico-spaziale, l’unicità della sera presa in considerazione.

Da questi pochi cenni e dalle rapide analisi di alcuni testi poetici, possiamo già trarre significative conclusioni. Secondo Francesco Calvo, non dobbiamo pensare che, attraverso la poesia, possiamo trovare l’occasione di trascendere questa nostra povertà, ma dobbiamo piuttosto avere consapevolezza che la poesia è una di quelle forme dell’attività umana che opera nell’inutile: la poesia non serve a niente, non ha cioè un fine esterno ad essa, ma è un’esperienza marginale, di cui la società non ha bisogno per il suo funzionamento, anche se essa perdura nel tempo e accompagna costantemente il vivere dell’uomo. Questo perché, attraverso di essa possiamo avere un’esperienza del puro essere terrestri, del puro essere uomini, in quella condizione di marginalità concessaci dal linguaggio che permette di stare in confini corporeum et incorporeum, cioè sul margine di ciò che è finito, legato alla dimensione del corpo, e di ciò che è infinito, mai posseduto, ma sempre atteso e desiderato. Si parte dal nucleo di certezze indiscutibili, certezze percepite, ma non spiegate: dall’inizio dei tempi, cioè dal momento biblico della mela, in forma uguale e sempre nuova, l’uomo nasce, vive e muore. Proprio su questa base così semplice l’uomo ha costruito il proprio linguaggio e ha cercato di dire questi fatti, e la poesia riporta semplicemente tali fatti: l’essere qui. In questa condizione dalla meraviglia che le cose abbiano una forma, non siano insensate e che in qualche modo siano dicibili, nasce il pensiero: se non ci fosse un oggetto, non ci sarebbe neanche il pensiero, la presenza della realtà è non solo condizione del pensiero, ma va assunta anche come condizione della lingua e soprattutto del linguaggio che si fa poesia, in quanto la poesia è una possibile risposta alla forza con cui veniamo chiamati dal reale ad essere degli esseri che si pongono delle domande. In particolare di fronte alla domanda “che cos’è l’essere?”, la poesia propone un possibile senso, che altro non è che lo stupore che l’essere possa avere un senso. Ma l’uomo vive anche, in determinate circostante, nella percezione di essere posseduto da un’attesa imprecisa, incerta, eppure forte: è quella tensione che ciascuno ha verso una riunificazione, verso un’unità, che porta a cercare un’unità di ricomposizione, una conciliazione dell’essere. L’uomo vive quindi in una nostalgia della totalità, che trova compiutezza nella forma. L’uomo, però, ha il limite dell’immediatezza del contatto con l’essere, vive nell’impossibilità di nominare direttamente le cose per essentiam: di qui, da questa impossibilità nasce la poesia, che è un tentativo di trovare un analogo (anche nella forma) all’ideale nell’ordine del discorso. Per questo la poesia si apparenta all’amore, in quanto, entrambe sono esperienze che tendono a trovare un’unità attraverso la differenza. Le due esperienze hanno una stessa dinamica, indicano una proporzione tra cose diverse, una ricomposizione in unità che mantiene però la differenza. Usando una metafora si può dire che la poesia realizza uno sposalizio della parola con la cosa, nel quale avviene un ritorno della parola a se stessa, la quale parola però non realizza, dopo la caduta di Adamo, l’immediata identità tra il nome e la cosa, in quanto nella nostra umana realtà la possibilità di un rapporto tra le parole e le cose è sempre nella forma del discorso, discorso che è anche giudizio, cioè possibilità di trovare il punto in cui qualche cosa di distingue da un’altra, in cui qualche cosa ha una sua compiutezza. In questo senso la poesia è capacità di giudizio, in quanto è giustizia del linguaggio, dato che essa ha una misura di dire le cose che le preserva, che le lascia essere nel loro essere e, ritornando su se stessa, crea un analogo di ciò che le cose sono. La particolarità della poesia è quindi quella di presentarsi come difficilmente riformulabile, e come un analogo delle cose e degli individui. La poesia rappresenta dunque il luogo dove il linguaggio si fa cosa, e quindi si avvicina alle cose stesse. Ma la poesia è discorso, non intuizione diretta, nel senso del discorrere, cioè“circolare” intorno alla cosa senza mai realizzarla in totale compiutezza. La poesia è discorso, ma con un equilibrio particolare: essa è nella forma del giudizio, è il punto trovato di una molteplicità; è un discorso fatto in modo tale che esso si dispone intorno a ciò che vuole dire in maniera appropriata all’oggetto stesso. Inoltre la poesia è una forma di giudizio nella quale il linguaggio giudica della cosa e giudica che la cosa è sempre esterna al linguaggio, ma in modo tale che è questa l’occasione in cui il linguaggio viene nella massima prossimità di ciò che dice, e proprio per essere in questa condizione esso anche si ritrae in se stesso e diventa appunto “poesia”, alone di parole che dalla cosa scaturiscono e che potenziano la ricchezza della cosa, pur non realizzandone pienamente la compiutezza.
Nel panorama della creatività poetica attuale, una riflessione sulla teoria poetica, soprattutto condotta con la consapevolezza culturale e il rigore mentale di Francesco Calvo, è cosa senz’altro molto rara: da essa indubbiamente trae vantaggio anche la produzione poetica che si sostanzia di una matura consapevolezza intellettuale, che induce l’autore ad andare ben oltre l’immediatezza dell’emozione momentanea e a d elaborare un linguaggio di profondo ed efficace affinamento espressivo.

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