di Bruno ROMBI

Scriveva il grande Gérard de Nerval: La vita di un poeta è quella di tutti. Questo assunto si può attribuire tranquillamente alla vita di Margherita Faustini che, nonostante il suo esercizio nella poesia, vive come tutti i comuni mortali senza presumere un ruolo speciale nel mondo. E ciò le è congeniale perché tra il tempo virtuale dell’esistenza umana, comune ad ogni mortale, e il tempo assoluto da perseguire con fede, Margherita Faustini cerca di penetrare il secondo.
Per far ciò indaga: in se stessa, nell’anima dei propri simili, nel mondo circostante, cercando sempre di comprendere quale sia il suo ruolo nel grande gioco del tempo virtuale che è d’ogni nato sulla Terra. La cui conquista passa attraverso le opere e i giorni, attraverso lo sforzo costante di comprendere il proprio ruolo nel mondo, il proprio rapporto con l’Altro.
Se c’è una poesia dolente per una fede che non ha ancora immagine, che resta sospesa tra proiezione di una sacrificio terreno—la crocifissione—e l’accettazione del dogma con tutti i suoi paradigmi, questa la troviamo, ad esempio, nella lirica Ti cerco e ti respingo in cui il confronto con Dio è la ricerca di una concretezza impossibile, che si rivela tuttavia nella simbologia della discesa terrena di Dio in ogni sofferenza umana. Ciò che colpisce, in tale lirica, è il coraggio con cui il pensiero si manifesta.
Elena Bono sottolineava a tale proposito come “quel che di caparbio e scontroso con le creature e il Creatore sottende costantemente il senso teologale, ossia il profondo convincimento di una superiore paternità, e di una grazia che dall’alto si dona a chi ricerca e domanda, si ritrova nella creatura della Faustini che chiede illuminazione al Creatore perché la renda capace dell’incontro con Lui e degna della parola rivelata”.
Questa educazione alla fede, nel travaglio di una ricerca non accettata dogmaticamente, ma filtrata attraverso un sentimento, passa per la cruna di un’educazione che vede padre e madre della poetessa come due pilastri che reggono la sua formazione.
Il sentimento filiale di Margherita Faustini nei confronti dei genitori è così lampante che senza quelle due costanti referenze del suo sentimento, la sua vita, come la sua fede, non avrebbe senso.
C’è il Padre creatore perché c’è un padre terreno che educa ed edifica, un padre la cui immagine campeggia, nelle varie raccolte della Faustini, come un simbolo, oltre che come un sentimento esemplare. Che si manifesta nei confronti dell’umanità. Di tutta l’umanità, ma specialmente nei confronti di coloro che hanno una vita comune.

Nel Dizionario del diavolo Ambrose Bierce definisce l’aforisma saggezza predigerita. Ora tu nasci, come scrittrice, proprio con un libro di aforismi, Agenda personale, del 1973. Ad esso se ne aggiungerà un altro, Tirassegno, nell’88, in mezzo ai quali stanno, e il libro di racconti Cielo di ardesia,del 1975, ed un altro libro di aforismi e di poesie, Momenti, che è del 1978.
Ora, posto che per Karl Kraus L’aforisma non coincide mai con la verità: c’è una mezza verità o una verità e mezzo, ti domando: “Da che cosa nasce questa tua propensione per l’aforisma e quanta verità contengono i tuoi?”
L’aforisma, come sappiamo, è stato definito in mille modi, tra cui, i più noti: perle di saggezza, lampi di genialità, diario della mente, ecc…
I miei aforismi, (come penso quelli degli altri scrittori), sono nati da una costante riflessione sui maggiori temi dell’esistenza, nonché da uno scandaglio interiore per meglio comprendere me stessa, conoscere più a fondo il mio rapporto con il prossimo, la società in cui vivo e, il più importante di tutti, il rapporto con Dio.
Approfondire la conoscenza di noi stessi e degli altri significa, automaticamente, rilevare i nostri limiti, le nostre contraddizioni, la nostra pochezza, insomma, che diventa il bersaglio preferito di chi scrive aforismi. Queste considerazioni, in un primo momento, fanno sorridere ma, ad una lettura più attenta, ci inducono a soffermarci sui nostri difetti, le nostre pecche. Vi sono poi delle specifiche riflessioni, (sempre rispettando la massima sintesi che è la principale caratteristica dell’aforisma), sul nostro vivere e morire.

Il tuo passaggio alla poesia nel volume Momenti, con una sorta di mimetismo che lascia intendere una tutela della tua intimità, diventa più aperto, anche se ancora permeato da un filone sotterraneo di pessimismo espresso attraverso un discorso simbolico, in La collana dei giorni, sembra una declinazione quotidiana della tua ricerca del senso della vita. Sei d’accordo con questa mia lettura delle tue prime poesie?
Direi proprio di sì. La mia “chiusura” in Momenti dipendeva anche dal fatto che ero agli esordi e avevo una grande soggezione della parola poetica, quindi la sfioravo accarezzandola, senza mai penetrarla a fondo, per il timore di essere aggressiva o di cadere nella retorica. Nel libro successivo La collana dei giorni, avendo acquisito maggiore dimestichezza col mezzo espressivo, ero riuscita ad essere più aperta, più incisiva.
Il mio pessimismo derivava dal fatto che, pur essendo trascorso molto tempo dalla fine della guerra, mi portavo ancora addosso la paura dei devastanti bombardamenti, le crudeltà inenarrabili di molti, troppi uomini.
Sì, ero alla disperata ricerca di dare un significato alla mia giornata terrena, vivevo in un mondo in cui non mi riconoscevo e mi incuteva paura. Il senso della mia vita, non vorrei apparire presuntuosa, l’ho trovato, almeno sul piano spirituale, nella poesia e nell’impegno di donarmi il più possibile agli altri, indipendentemente dallo scenario storico del passato e del presente.

La tua ricerca di un pertugio verso il trascendente è un modo ancora per comprenderti, o un’àncora per non lasciarti sopraffare dal pessimismo che nasce in te dalla coscienza della realtà che ti circonda?
La mia costante ricerca del trascendente è un’irrinunciabile esigenza interiore. Anche se la ragione più volte mi impone degli angoscianti interrogativi, dentro di me avverto un’inspiegabile forza che mi sospinge oltre il contingente per salire verso spazi celesti di incomparabile quiete e bellezza. La fede è conforto, canto dell’anima.

Oppure l’àncora è nel sentimento che nutri per i tuoi genitori, e in modo particolare per la figura paterna a cui spesso ti aggrappi fiduciosa?
Mio padre è stato un genitore dolcissimo, sempre presente nella mia infanzia, età in cui comincia a formarsi la nostra personalità. Mio padre mi considerava perfetta anche quando sbagliavo. In lui ho trovato tutta la tenerezza di cui ha bisogno un bambino. Elio Gioanola ha scritto che nelle mie poesie identifico il padre terreno col Padre celeste, dal quale aspetto, appunto, incondizionata comprensione, infinito amore. Certo il ricordo della tenerezza paterna mi è di grande conforto e se oggi riesco ad offrire affetto agli altri è perché ne ho ricevuto tanto, non solo dai genitori, ma anche dalla zia e dai nonni materni.

E che mi dici di quella complicità che instauri con tua madre, complicità che mi pare diventi tutela dei tuoi sentimenti ogniqualvolta tu sia offesa dallo spettacolo del mondo circostante?
Con mia madre sono vissuta in simbiosi dalla mia nascita alla sua morte. E’ stata una guida sicura e severa. Mi consigliava, suggeriva, sempre offrendomi il suo totale appoggio. Rappresentava per me il nido in cui sostare quando qualcosa o qualcuno mi feriva. Nell’età matura i ruoli si sono ribaltati, sono stata io a sostenerla, a offrirle, senza interruzione, il mio braccio perché potesse percorrere, in compagnia, il suo ultimo tratto di strada.

Posto che, a partire da Porta antica (1983) e, passando per Strada del mattino (1986), Presenze (1991), Attimo primo (1998), per giungere sino a Il sogno e la memoria, la costante della tua poesia è la ricerca del tuo ruolo nel mondo con un pathos manifesto per i “personaggi” della tua “umanità”, per i “compagni” del tuo viaggio, ti domando. “Quanto gioia e quanta sofferenza ti comporta una simile dedizione?
R.“I personaggi della mia umanità”, come tu li hai ben definiti, cioè i diseredati, gli afflitti, mi procuravano sgomento, riproponendomi il drammatico interrogativo: perché esiste tanta sofferenza? Ma oggi, nell’età avanzata, essendo diventata, forse, più umile, ragionevole, accetto l’impenetrabile mistero della nostra esistenza, ed è a me stessa che rivolgo scomode domande. Mi chiedo, infatti, quale sia la mia vera maturità interiore. Il mio impegno, attualmente, consiste nel progredire spiritualmente, sconfiggere il connaturato egoismo per aiutare, con maggiore slancio, chi è meno fortunato di me. Questo penso sia oggi il mio compito, ma non so se riesco ad assolverlo degnamente, e ciò mi inquieta.

Oppure la visione del “trascendente”, che è un’altra costante della tua ricerca, ti sostiene, ti incita, ti appaga?
Credere nel trascendente placa i miei affanni in una incomparabile prospettiva; vorrei concludere questa nostra chiacchierata con una mia “visionaria” poesia, intitolata A sera: I defunti si incontrano a sera / nel folto dei boschi, / accendono il fuoco per bruciare / gli ultimi ricordi della terra. / Liberi potranno cavalcare / le nuvole, specchiarsi nel sole, / sostare sull’orizzonte / a disegnare arcobaleni.

Nella prefazione al tuo ultimo libro Opposte preghiere, appena uscito, Giovanni Casoli parla del tuo tempo interiore come dell’intimo rapporto tra vita e morte tipico dei bambini. Ti riconosci in questa spoglia innocenza, spoglia nel senso di volutamente priva degli abiti che la rendono fastosa, o il tuo ultimo libro è ancora un nuovo passo verso un voluto, raffinato candore?
Premesso che nessuno di noi può essere un giudice obiettivo di se stesso ( la presunzione è sempre in agguato, posso dire, comunque, di ritrovarmi appieno in ciò che scrive Giovanni Casoli, convinta che quando le manifestazioni più intime del nostro io vengono colte dagli altri vuol dire che esse sono autentiche.

Il senso di intrinseca religiosità che scorre nei tuoi versi (vedi la pietas” di Vergine Maria) è una conquista o ancora un percorso verso una fede più certa?
Credo di essere ormai approdata in una spiaggia sotto un cielo senza nubi in cui ogni giorno elevo le mie preghiere, preghiere che sgorgano dall’anima perché la mia fede ha ormai radici profonde.
Qualche volta può capitare che un’onda aggressiva scuoti le mie certezze, ma, dopo qualche momento di stordimento, si ricompongono più salde di prima.

Il postfatore Stefan Damian che ben ti conosce per averti tradotto e presentato in Romania col volume Sul filo della parola (Pe firul cuvantului) parla della tua poesia come atto di donazione, nella coscienza di un post-mortem in cui tutto si riassume. Condividi questa interpretazione?
É un’interpretazione che mi lusinga e mi affascina. Potrer credere che i nostri libri possano considerarsi una donazione per chi li leggerà, infondendo nei lettori un senso di primigenia purezza, è sempre stato il mio più intenso desiderio. Mi auguro che Damian non sia stato troppo generoso nel formulare tale hiudizio.

Anche per Damian il tuo è un percorso verso la speranza. Da lasciare come dono al prossimo o è soltanto una conquista personale con cui continuare a sperare?
Io penso che ogni evento incida non solo sulla nostra personalità, ma che si ripercuota, col nostro agire, sul nostro prossimo. Dal momento che nessuno vuole o può vivere nel guscio di se stesso, ma trascorre i suoi giorni in mezzo agli altri, in base alla sua forma mentis può dare o togliere agli stessi qualcosa. La speranza che ho „eletto” a guida della mia vita può coinvolgere, in una certa maniera, coloro che mi frequentano. Rendere volutamente partecipe il prossimo delle nostre conquiste spirituali non è un atto di generosità, ma un dovere umano e sociale.

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