Liliana Porro Andriuoli

save00201Mercoledì 24 ottobre 2007, nella Sala Cambiaso della Biblioteca Lercari di Genova, è stato festeggiato il quindicesimo anno di attività della rivista di poesia e arte «Nuovo Contrappunto». Lo ha celebrato il prof. Francesco De Nicola, docente presso il locale Ateneo, il quale, con precisione e competenza, ne ha illustrato il percorso durante questi tre lustri, inserendo questa rivista nella scia delle altre fiorite in Liguria a partire dalla fine Ottocento (da «Endymion» e «Vita Nova» a «La Riviera Ligure» dei fratelli Novaro, nel Ponente, e a «L’Eroica» di Cozzani, nel Levante; da «Circoli» di Adriano Grande a «Prove» di Nino Palombo e, venendo ai giorni a noi più prossimi, a «Diogene» e a «Resine», entrambe fondate da Adriano Guerrini).save0022
«Nuovo Contrappunto» è, come ha osservato De Nicola, una rivista antologica e non di tendenza, in quanto aperta ad una pluralità di voci (accanto a quelle di notorietà nazionale vi figurano quelle di parecchi poeti liguri già affermati e di poeti più giovani, liguri e no), ma che ha una sua ben chiara linea programmatica: essere un “punto d’incontro e di riferimento nel campo della poesia”; e ciò “nella convinzione che la poesia, regno della parola, svolga nel mondo una funzione insostituibile”. Il modello a cui «Nuovo Contrappunto» si ispira è quello di una poesia “onesta”, “non influenzata da correnti o mode letterarie e senza preclusioni preconcette se non nei confronti di un’oziosa sperimentazione linguistica fine a se stessa … o, nel versante opposto, di mere effusioni di sentimenti” (Editoriale, giugno 1992).
Cosa significa l’aggettivo “nuovo” che figura nel titolo? Si riferisce semplicemente al fatto che, come è enunciato sempre nell’Editoriale del primo numero, «Nuovo Contrappunto» si proponeva di porsi come continuazione di una precedente rivista, «Contrappunto», nata ad Abano Terme ad opera del compianto poeta Mario Gorini, sedici anni prima della sua fondazione: invariate infatti sono rimaste le dimensioni (il formato è ancora quello tascabile) e invariati sono a tutt’oggi gli obiettivi; un po’ più ampio solo lo staff redazionale, che ai due vecchi direttori, Elio Andriuoli e Silvano Demarchi, ha visto aggiungersi Guido Zavanone.
save0078Veniamo ai contenuti. Le prime pagine di ogni numero sono spesso dedicate ai Profili d’Autore, con i quali vengono presentati alcuni poeti di maggior peso (circa quaranta in questi tre quinquenni), attraverso una piccola selezione dei loro testi poetici. Oltre alle Poesie, che occupano la parte preponderante della rivista, ciascun numero contiene alcune Recensioni di libri da poco usciti di maggiore rilievo, dei quali viene individuato il contenuto e il valore. In quindici anni di attività, ha precisato De Nicola, si contano circa 250 poeti (per un totale di quasi 1000 poesie) ed altrettanti sono gli autori che sono stati recensiti.
Ogni numero ha in copertina l’illustrazione di un pittore, per lo più ligure che, unitamente ad un’altra all’interno, ne costituisce la parte grafica, tesa ad impreziosire la rivista. I pittori presenti sono 58 (e non 60), essendo il primo numero iniziato a giugno del 1992.
Impossibile, è in questa sede fornire un elenco completo dei nomi degli autori presenti; più interessante mi sembra invece offrire alcuni testi delle poesie che per l’occasione sono state lette e interpretate dalla brava lettrice Paola Comolli.
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POESIE LETTE
MARIA LUISA SPAZIANI: La sedia vuota
LUCIANO ERBA: Gli ireos gialli
ROBERTO MUSSAPI: In taxi
SILVIO RAMAT: Quel 26 di giugno
ROBERTO SANESI: Argomento
LUCIANO LUISI: Alla moglie
RODOLFO DI BIASO: Un’eguale matrice
ELENA BONO: Santa Giovanna
MARIA ROSA ACRI BORELLO: Un inverno troppo lungo
PIERA BRUNO: Ciglio di luna a Ramadan
DOMENICO CAMERA: La vetta
LILIA CUSIN: Sul terrazzo della casa paterna
VICO FAGGI: L’ocarina di Gino Covili
MARGHERITA FAUSTINI: Nel buio che non passa
LUIGI FENGA: Ma quanti anni fa
SILVIANO FIORATO: Genova, Porta Soprana
ROSA ELISA GIANGOIA: In Grecia
GIOVANNA GIORDANO: ORA
BRUNO ROMBI: Solo quando avremo…

MARIA LUISA SPAZIANI: LA SEDIA VUOTA

E’ ancora calda del suo corpo, sì,
della sua giacca a quadri.
Dei pantaloni troppo lunghi,
delle tasche sfondate.
Della pelle brunita,
alabastro dal fondo insondabile
– trapelava di là l’anima buia –
Certo il mio sole è in lei,
ma capovolgo e mi ravvolgo e migro
tra assurdi segni, mordo in un lampasso
di frutti secchi e stelle senza luce.
Teca priva di ostia resterà
la sedia vuota.

LUCIANO ERBA: GLI IREOS GIALLI

I ragazzi partiti al mattino
di giugno quando l’aria sotto i platani
sembra dentro rinchiudere un’altra aria
i ragazzi partiti alla pesca
con un’unica lenza ma muniti
di un paniere ciascuno a bandoliera
in silenzio ora siedono sul filobus
avviato veloce al capolinea
e il sogno rifanno che Milano
abbia azzurre vallate oltre il Castello
dove saltino i pesci nei torrenti.
Sui prati rimane un po’ di nebbia
la tinca nella sua buca di fango
ricomincia a dormire. Mattiniera
la carpa perlustra attorno ai bordi
di un tranquillo canale. La carpa
è astuta e non abbocca mai.
I pescatori non avranno fortuna. Ma
risalendo i canali e le roggie,
di prato in prato, di filare in filare,
arriveranno i ragazzi dove è fitta
la verzura dei fossi, dove gialli
sono i fiori degli ireos e come spade
le foglie tagliano fresche correnti
sotto l’ombra dei salici.
Arriveranno fino ai fiori lontani
i pescatori senza ventura
i ragazzi in gita nella pianura!

(da Il nastro di Moebius)

ROBERTO MUSSAPI: IN TAXI

A sinistra l’ininterrotta scia dell’acqua,
il lento moto liquido, le case, capanni,
barche ondeggianti vuote accanto ai pontili
e una canoa lontana che tagliava la corrente.
La breve corsa ebbe termine, fummo fermi,
mi accorsi del suo collo di schiena,
largo sul giaccone, sul corpo robusto da sessantenne.
E nella linea che partiva dal mezzo dei miei occhi
idealmente trapassandogli il capo nel centro dei suoi,
esattamente dove batte lo sguardo io vidi sul cruscotto
un portafoto a calamita di finta lucertola verde.
Davanti all’occhio sinistro un uomo anziano
con la barba, la giacca austera e seria da posa,
a destra una donna con una borsa tenuta con imbarazzo,
anziana ma non vecchia, su un campo
stinto come il paesaggio e gli alberi e il cosmo
in qualche povera campagna dell’Italia.
Così, nel bianco e nero sfumato dal tempo
nella luce ingiallita dalla luce irradiante
nell’abitacolo offeso dallo splendore dell’aria
io conobbi suo padre e sua madre,
apposti alla prua del suo viaggio di ogni giorno,
quasi tenuti in vita con la forza degli occhi.
Quelli non li conobbi, né il nome,
se non per il sacrario dove battono
nel tempo quotidiano e dove i miei li seguirono.
Ascoltami, fratello, fu quello il viaggio che oscurò il
mio sguardo.
Lì ho conosciuto la desolazione dell’oceano,
ho passato Finisterre e mi sono perduto nell’abisso,
fu il più disperato naufragio, in una strada di Firenze,
accanto alla ramata onda tartarica
fluente nel letto ostile e ermetico,
mentre pagavo la corsa e lo perdevo per sempre.

(da La polvere e il fuoco, Mondadori, 1997)

SILVIO RAMAT: QUEL 26 DI GIUGNO

che di buon mattino gli dissi: “auguri!¬”
(compiva sessant’anni), la risposta
non fu l’atteso “grazie” ma un pensiero
non uscitogli intero dalle labbra,
oscuro malumore che si tenne
sospeso in aria tra noi –

e a me che andavo per i ventisei
fu chiaro sì e no quel presentire
chissà quel non più illudersi di avere
davanti a sé molta strada o leggera

era mio padre era dunque un anziano
invecchiato dai miei tanti ricordi
malgrado la ginnastica, finestre
anche in gennaio spalancate all’alba,
e in agosto ogni croda un’ascensione

però a quell’ora nella nostra cucina
che cruccio vederlo sorbire tacendo
stando in piedi il suo solito yogurt magro
in bianco vetro per tutta colazione.

ROBERTO SANESI: ARGOMENTO

“infatti se (fosse) fortuitamente
non (sarebbe) di necessità”
Aristotele

ognuno con le forme che al presente:
ma come aver progettato, come si può immaginare
questa bellezza di acque,
questa dissimmetria di due
che si osservano identici, quando si parlano
la luce attorno più intensa,
e il profilo notturno,
e le onde montagne, e in che modo
essere presi, necessariamente

ma poi: entri, esci, non ti decidi, le erbe
da calpestare, i ruscelli, le anatre selvatiche,
l’adattamento alla tenebra, il giro
della pietra da macina, vorresti
in ogni punto ugualmente, se infatti, se come
la porta (fosse), per caso,
da attraversare il vuoto che si sposta,
e non puoi credere, credi,
hai creduto

LUCIANO LUISI: ALLA MOGLIE

Che cosa ancora posso dirti di me
che tu non sappia, o abbia
intuito con gioia o con dolore: tutto
io porto sopra il palmo della mano.
Ma tu forse non sai
di questa mia inquietudine, sospinta
da un fiato che sommuove antichi spettri,
agita ombre sgualcite, e porta l’eco
di tante voci che chiamano, e non sai
il mio sentirmi perso
dentro quel labirinto.

Aiutami tu che più d’ogni creatura
che m’abbia amato, mi tieni
in fondo al cuore, tu
che qualche volta all’improvviso un’ombra
hai negli occhi stupiti che s’oscurano
e nel tuo muto chiedermi
chi davvero io sia
ti fermi con sgomento
a guardare quest’uomo Sconosciuto.

RODOLFO DI BIASIO: UN’EGUALE MATRICE

Le cose minute
quelle che per abitudine
facciamo nel giorno e nella notte
e poi la pioggia e la luce
che egualmente ci intridono
dicono da sempre
di una stessa sorte dell’uomo
a nord e a sud della terra
Questo è già molto
nell’infisso tragitto
Che egli allora
si smemori di sé
e in specchio
si riconosca negli altri
Non innalzi recinti
Ascolti. È possente
il respiro della terra
Da esso apprenda
che un’eguale matrice
ci fa approdare al sole

ELENA BONO: SANTA GIOVANNA

Preghiera prima della battaglia

Bel principe
signor San Michele,
prendete, ve ne prego, buona spada
e venite con me.
Questo è il campo,
principe San Michele;
ora a voi il comandare
a noi il seguire.
Dovunque s’alzerà la vostra voce
noi saremo.
Breve è il tempo,
signor San Michele
e breve la preghiera,
ma una cosa vi voglio domandare.
Non ritornate questa sera
su nei vostri stellati accampamenti
senza per questo campo ripassare.
Quelli di noi che troverete
col viso nella terra
vi prego non voltate
se amico o se nemico
per vedere.
Nelle tende di Dio
conduceteci tutti a riposare.

Pianto nella cattedrale

I ben vestiti signori viso di volpe
le sibilanti dame coda di seta
il re con in testa la donata corona
tutti sono andati.
Tanto lontani i Santi delle vetrate
quanto i lontani pascoli della Lorena.
Puoi piangere, Giovanna,
fra i gigli d’oro e muti delle bandiere.
Io so, Giovanna:
un petto non può contenere
il cuore che in sé tutto ha contenuto.
Cadano le tue lacrime
fra i gigli tristi e muti delle bandiere.
Eppure tu, ragazza della Lorena,
tu che prendevi in braccio l’agnello stanco
tu di me non dovresti dubitarlo
che io lasci in terra a lungo il mio agnello stanco.

Lamento di Giovanna

Se uno solo fosse rimasto con me!
Non rimase che il mio cavallo.
Voi brucerete le mie carni,
ma il mio cuore fu già bruciato.

MARIA ROSA ACRI BORELLO: UN INVERNO TROPPO LUNGO

Ghiaccio, gelo nel cuore,
galaverna:
un inverno troppo lungo
per un cuore troppo freddo.
Soffio di Zèffiro,
mite carezza di un vento gentile.
Oh, nel silenzio greve,
lieve tepore
della prima parola!
Fuori, nel plumbeo cielo,
un turbinio di neve:
primavera nel cuore.

PIERA BRUNO: CIGLIO DI LUNA A RAMADAN

Il raggio di luna che filtra traverso
due stecche allentate di liguri persiane
sfiora le mie palpebre chiuse nel
dormiveglia invernale, poi corre
la stanza ammicca sui muri li inclina
a tiepido grembo a serica nicchia
– a coltre di nebbia avvolgente un freddo
giaciglio -. Nell’ombra di fiabe
materne nei refrain dei nonsensi infantili
vago ritorna il trepestio dei cavalli;
a lato il lento carico di sabbia
scintilla e cigola l’alto giro
dei cerchi ferrati, sull’ambio
degli zoccoli muove il capo
la fioca lucerna e il suo lume disvela
e annera – annera e disvela a precisi
intervalli – l’umida scia che a goccia
a goccia scivola dall’asse.
Nei campi invisibili onde arrotate dal vento,
la sosta del fiume: architettura d’ali,
selciato di parole bugiarde.
La mano si stacca dal sonno se mai
colga quel filo randagio di luce
lunare – e intanto ammaini la nube
si incarni il sorriso dei morti -…
Fuga senz’orma – invidia antica del tempo –
il candido ciglio si affossa nelle spire
della henna e del nardo, balsami illusi
inganno di dolci orti ma indenne
l’anima ebbra dell’Oriente che
il salterio del sempre mi ha negato.
Chi chiederà conforto all’offertorio
del sole imminente alla scalata del cielo
corona di stelle
aculei di rimpianto? Perché l’uomo
vive nel sogno, sua officina la notte…

DOMENICO CAMERA: LA VETTA

Si chiamava la Vetta ed era in cima
alla salita; in cima ai miei pensieri
la donna che portavo in trattoria.
Piatti e tovaglie bianche; il vino
rosso e la treccia del pane. Su questo tavolo
avvenivano le mosse, si giocava la partita.
Prima di assaporare le portate, per essere
più libero, sfilavo l’orologio da polso; lei
posava una coppia di orecchini tra i bicchieri.
Tutto era un rito, una piccola favola;
una cerimonia, consumata in poche ore.
Durante il pranzo il desiderio d’amore
veniva quasi servito a tavola.

LILIANA MARTINO CUSIN: SUL TERRAZZO DELLA CASA PATERNA

Sono qui stamattina,
intorno a me i fiori della luce,
il verde variegato dell’estate
il pergolato perenne d’uva nera.
Sono qui, nella chiarità di questo giorno nuovo.
Qui tutto mi è familiare,
ora dopo ora
gesto dopo gesto
fino alla radice del tempo.
È questo il mio avamposto.
Qui l’universo si ferma
si sospende,
riemerge intatta l’ora che è passata.
Qui mi incantano questi muri
e questi spazi aperti,
la liturgia dei tetti,
le voci nella corte dei vicini,
il profilo delle colline
e questo cielo e i merli della torre.
In questa casa rosa il silenzio mi assorda
si fonde con l’eterno.

VICO FAGGI: L’OCARINA DI GINO COVILI

Et nunc dimitte me, Domine
Buio fondo, silente. È l’ora giusta
per i pensieri più pensieri. Un vecchio
nella notte avvolgente, col suo gatto.
Solitudine, angustia.
E suona l’ocarina, lo strumento
più povero che sia.
Suona, ragiona, sente che la vita
è giunta al suo momento. Certo è stata
lunga e operosa, degna
d’essere ripensata.
È sereno, il vecchio, confidente
e l’arte gli è vicina, l’accompagna.
Nella notte ristagna
una nota pungente di ocarina:
“Non ho rimpianti.
Rendo grazie.
Addio”.
Quietamente si avvia.

MARGHERITA FAUSTINI: NEL BUIO CHE NON PASSA

Bambino senza giochi,
i compagni vorrebbero trascinarti
nella loro corsa,
ma tu ti fermi,
ad esplorare la strada
per il passo che farai.
Ascolti il mare quieto e tempestoso.
Del cielo conosci la pioggia
minuta e scrosciante.
Ti soffermi ad accoglierla
per sentirti nel Creato.
All’ora di cena ti rannicchi
nel tuo mondo immaginario.
Prendi svogliato poco cibo dal piatto
e la mamma poi ti imbocca.
Neanche lei
potrà mai capire
il tuo sgomento
quando ti trovi solo
nel buio che non passa.

LUIGI FENGA: MA QUANTI ANNI FA

Giù per la scalinata,
di sera, era settembre,
il sole spogliava di luce le aiole dell’esedra,
tu ricordavi i versi del triste Mimmermo
“noi siamo come le foglie che la fiorita
stagione di primavera genera”,
ma che gioia
la tua gonna al vento, che fiori rossi
mentre le nubi correvano verso la notte,
frusciavano nei tuoi occhi petali freschi,
io ero pieno di colori, avrei voluto cielo
più cielo per gridare,
che importa se i versi
di Mimmermo sono veri, se qui, se ora
sono felice come se la vita degli uomini
durasse per sempre, in eterno,
ma quanti
anni fa, o l’anno scorso, o mai, noi giù
per la scalinata, di sera, nel sole che muore.

SILVIANO FIORATO: GENOVA, PORTA SOPRANA

Alle porte della città
(quasi a un soffio da Dio)
la fenice che è in me
brucia le piume;
non riesce al salto del cielo
sopra le torri di pietra.
Posata appena sul filo
di un telegrafo muto
guarda la folla che passa
l’effimera vita.
La strada in salita
sfocia nell’arco di sasso
vicino ad un orto di ulivi.
E oltre non vedo.
Ma so
– o solamente credo –
che esiste la Città
(l’eterno Giardino dei vivi).
La gente si affolla
e passa al di là.

ROSA ELISA GIANGOIA: IN GRECIA

In Grecia ho bevuto la fresca acqua
che scorre in lago di memoria,
ho abitato l’azzurro immenso
del cielo e del mare
squarciati dal sole
nell’abisso dell’incanto
degli ulivi di Delfi,
dove la luce diffusa e tagliente
rivela il passato
e ridisegna la storia,
mentre il pensiero fugge
in miraggi d’infinito.
Ho incrociato sguardi
di divinità e di uomini
di pietra e di metallo
vivi nel tempo
della loro assenza;
ho visto l’enigma del sorriso
dei kouroi e delle kore
distendersi nella perfezione
fino a estenuarsi
nella malinconia composta
del congedo dagli affetti
nel concludersi di un arco di storia.
Ma alle Meteore ho incontrato
chi ha cercato
la purezza dello spirito
incarnandosi nell’aridità
della pietra dell’aria della luce:
fuori dal mondo
per convincere e salvare.

GIOVANNA GIORDANO: ORA

a Luciano
Ora
che non possiamo dirci
arrivederci
che nascondiamo il volto
in un fazzoletto di pianto
a capo chino ascolto
questo silenzio senza fine
ma vorrei ancora udire
la tua trepida voce
e non so rassegnarmi
che tu sommessamente
te ne sia andato via.
Ritorna anche soltanto
nelle sembianze
di una rondine in volo
che al tramonto si posa
sulla piangente grondaia
o di un albero chino
con i suoi lunghi rami
sul torrente impetuoso,
ritorna alla tua casa
protesa fra le nuvole e il mare
resta con noi presenza misteriosa
a consolarci
con il tuo verso mite.
Ci sembrerà
di vederti discendere
e sorriderci ancora
lungo la crosa
stretta e tortuosa
dei nostri giorni passati.

BRUNO ROMBI: SOLO QUANDO AVREMO…

Partiremo per lo zenith
sull’arca aurorale
solo quando avremo ali
diafane, trasparenti,
sicché saremo luce
che attraversa lo spazio
a nostra volta percorsi
da un raggio lucente.
Sarà il nostro andare
su linea orizzontale
forse senza limiti
e anche senza tempo.
Così arriveremo
laddove già sostammo
un tempo, ormai passato,
in un arcobaleno.
Ci coglierà l’attesa
sul filo della notte
ancor da definire.
Forse saremo specchio
di quanto ancora accede
al senso d’avventura
nel segno d’una attesa
ancora più segreta.
E la luce, col tempo,
ci aprirà al mistero
dell’estrema scoperta.

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