Mai placato tormento
di non sapere

di Rosa Elisa Giangoia

La nuova silloge poetica di Elio Andriuoli (Per più vedere, Genesi Editrice, Torino 2007), già dal titolo dantesco (Par. III, 66) ci fa entrare nel nòcciolo della problematica più importante per l’autore, cioè nell’ intimo desiderio che è non solo suo, ma dell’uomo, nella sua più alta consapevolezza, di vedere di più rispetto all’apparenza sensibile per poter intendere e saper interpretare quanto nell’ambito del sensibile, l’unico di dominio umano, avviene.
Sempre al di là va il cuore;
sempre si affisa
oltre le apparenze la mente
per più vedere.

L’aver scelto, per esprimere questa aspirazione e questa tensione, il sintagma che Dante usa per chiedere a Piccarda Donati se lei e quanti sono con lei nel cielo della Luna desiderino ascendere più in alto per meglio godere della visione di Dio e per avere maggiore parte al Suo amore, vuol dire, da parte dell’autore, porsi in una precisa visione e in un sicuro miraggio di felicità secondo gli aspetti teologici dell’intelletto e della volontà, ma anche rifarsi a sentimenti familiari, quali sembrano essere quelli del colloquio tra Dante e Piccarda, che dialogano come amici sulla terra. Come in quest’episodio della Commedia, lo stato paradisiaco e lo stato terreno sono quanto mai strettamente connessi l’uno con l’altro in un rapporto di reciproco rafforzamento, così anche nelle poesie di Andriuoli il mondo terreno è il punto di partenza, attraverso il quale il poeta è sicuro di poter vedere oltre, per comprendere il tutto. Tutto questo ce lo dice già la prima poesia, Momento, in cui il guizzare di una fiamma nel camino mentre
la neve
fitta, senza tempo, discende
sull’immemore campagna parmense,
dissolvendone i vaghi confini,
frontiere di un paesaggio irreale

porta il poeta a concludere:
Noi saremo sempre incatenati a un portento,
nel giro inarrestabile delle ore.
In attesa che qualcosa si avveri.

A dominare l’animo del poeta è la speranza del rinnovarsi del mistero della vita, il che diventa per lui certezza dell’esistenza di un “senso”, nei cui confronti ha uno stato d’animo di fiduciosa attesa. Anche nel Piccolo pescatore in cui tratteggia con i suoi versi una statua di Vincenzo Gemito, conclude:
Teso nell’evento che lo racchiude,
è parvenza dell’antico miracolo
che ognora si rinnova: la vita.

Per Andriuoli la realtà si schiude per far intravedere il suo mistero, egli vive in un desiderio di cieli / che non ci abbandona, anche se soffre per il mai placato tormento / di non sapere. A prevalere è comunque nel poeta un atteggiamento di confortante letizia, che lo porta a porsi nella condizione di affrontare con coraggio la conclusione della vita, per la fiducia che dopo di essa le sue attese saranno soddisfatte, che la rivelazione di ogni senso e il disvelamento di ogni mistero saranno pieni e completi.
Per esprimere tutto questo la poesia diventa la voce più sicura ed efficace, una poesia armoniosa, ricca di sonorità, articolata in versi di pacata e distesa misura.

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