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	<description>associazione di esperienza e riflessione creativa a Genova - Federazione BombaCarta</description>
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		<title>il gatto certosino</title>
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		<title>Presentazione</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 17:11:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilgattocertosino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/11/inquadproib1.jpg?w=500&#038;h=223" alt="inquadproib" title="inquadproib" width="500" height="223" class="aligncenter size-full wp-image-1284" /></p>
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		<title>Recensione</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 08:21:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilgattocertosino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Rosa Elisa Giangoia
Il nuovo romanzo di Bruno Rombi Un oscuro amore (Condaghes, Cagliari 2009) ci riporta ancora una volta alla Sardegna, la terra nativa dell’autore. E’ una narrazione ricca, complessa e sfaccettata, in cui ben si compongono elementi diversi, per darci una nuova occasione di comprensione e di approfondimento del senso della vita. Lo scenario [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilgattocertosino.wordpress.com&blog=613472&post=1270&subd=ilgattocertosino&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/10/rombi.jpg?w=196&#038;h=300" alt="Rombi" title="Rombi" width="196" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-1277" /><strong><em>Rosa Elisa Giangoia</em></strong></p>
<p>Il nuovo romanzo di <strong>Bruno Rombi</strong> <strong><em>Un oscuro amore</em></strong> (Condaghes, Cagliari 2009) ci riporta ancora una volta alla Sardegna, la terra nativa dell’autore. E’ una narrazione ricca, complessa e sfaccettata, in cui ben si compongono elementi diversi, per darci una nuova occasione di comprensione e di approfondimento del senso della vita. Lo scenario in cui si colloca la vicenda è fatto di natura e di lavoro. Siamo negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando si dà inizio ad una diga, nel sud della Sardegna, per raccogliere le acque in un bacino che possa poi con l’irrigazione favorire una nuova fertilità alla terra. E’ un’opera grandiosa, capace di modificare l’ambiente, grazie alla forza e all’intelligenza dell’uomo. La natura è percepita nella sua forza primigenia e originaria, quella caratteristica che l’uomo con i suoi mezzi, cioè la sua forza e la sua intelligenza, vuole controllare, ma che non sempre riesce a dominare. I mezzi che l’uomo mette in campo non sono individuali, ma piuttosto collettivi, la forza è quella di centinaia di braccia e l’intelligenza non è solo un fatto puntuale nel tempo, ma è anch’essa un’espressione collettiva, frutto dell’accumulo del sapere di generazione in generazione.<br />
<span id="more-1270"></span><br />
Ma la natura fa da sfondo alla vicenda anche nella sua dimensione di bellezza gratificante e suggestiva: è quella natura della sua isola che l’autore conosce molto bene e che sempre gli è cara, anche dopo molti anni di lontananza, è una natura che partecipa alla vita dell’uomo come sfondo cromatico, con i diversi colori dei terreni e delle rocce, ma anche del mare, degli alberi e dei fiori, oltre che come sottofondo sonoro (vento, rumore del mare e dei corsi d’acqua, canti degli uccelli) e come presenza olfattiva, con i profumi dei fiori e gli aromi delle erbe.<br />
Tutti particolari che lo scrittore dimostra di conoscere bene e che trasferisce sulla pagina scritta con un’esattezza tecnica degna del Pascoli. Ma è anche una natura primitiva, incontaminata, percorsa da una vita ancestrale, recuperata attraverso quel patrimonio antichissimo rappresentato dalla saggezza espressa dalle formule magiche, dagli scongiuri, dalle leggende e dai miti, da quell’emergere a livello fantastico e verbale di un sentire primitivo.<br />
Su questo scenario, fatto di natura, che rappresenta il persistere dell’antico, ma anche la presenza della verità, e di modernità, indicata dal lavoro che sfida la natura, si colloca la vicenda che inizia con l’incontro di due uomini, uno più giovane, espressione della cultura, della modernità e dell’intelligenza nel lavoro (non per niente è ingegnere) ed un altro, invece, di una generazione più anziana, espressione della tradizione, legata all’antico e alla natura, prima pastore, poi vagabondo, ora operaio. A questo punto entra in gioco la grande abilità dello scrittore nell’indagare le emozioni, gli stati d’animo, nonché le tensioni esistenziali che si vengono a creare tra i due personaggi che provano una straordinaria, incomprensibile attrazione reciproca. E qui davvero si vede la tempra del narratore, perché non sono i fatti, gli eventi che si raccontano che indicano la qualità del narratore. I fatti esistono, avvengono, li vediamo svolgersi ed accadere intorno a noi, per cui chiunque può registrali, mentre il difficile sta nel comunicare le emozioni, nel capire quali tensioni emotive fanno vibrare gli animi dei personaggi  coinvolti nei fatti. Ma l’abilità dello scrittore si vede soprattutto nella capacità di trovare le parole, le frasi e le immagini per descrivere questo mondo delle emozioni, quanto più queste sono sconvolgenti. Qui trasferire sulla pagina il piano delle emozioni è quanto mai impegnativo per l’autore, in quanto egli ha scelto una fabula in cui queste sono dubbie e problematiche, difficili da far emergere nei due personaggi a livello cosciente, nonché da accettare. Essi infatti si ritrovano casualmente uno di fronte all’altro e vivono sentimenti di profonda attrazione, che non sanno riconoscere né accettare e soprattutto incanalare nei giusti binari affettivi. Per questo, per ciascuno di loro si crea una situazione di sofferenza e di apprensione, che solo uno dei due, il più giovane, riesce a risolvere, risalendo alla sua prima infanzia attraverso un sofferto recupero memoriale che lo porta ad andare indietro nel tempo, con l’aiuto anche delle suggestioni che gli derivano dall’ambiente naturale in cui si trova, fino a riappropriarsi di una sua drammatica verità esistenziale, ragione di per sé di sofferenza, ma anche liberatoria nel suo essere verità. A questo punto si apre la dimensione dello svelare e comunicare all’altro questa verità, risolutiva per la tensione esistenziale che attanaglia entrambi con ombre ed offuscamenti emotivi ed affettivi, ma, a questo punto, sigillando la vicenda con il silenzio e la morte, interviene la natura, che ancora una volta accampa tutta la sua forza al di sopra dei disegni, dei progetti e delle aspettative degli uomini.<br />
Proprio per questo saper inserire da parte dell’autore una vicenda di forte tensione esistenziale ed umana in una dimensione in cui a dominare sono forze estranee all’uomo, quali il caso, la fatalità e la natura, fa sì che questo romanzo superi la dimensione semplicemente narrativa e assurga al livello drammatico della tragedia, tanto che possiamo dire che ben si adatterebbe ad una rappresentazione scenica, soprattutto per il fatto che le dinamiche sono tutte interne ai personaggi, sono totalmente nei loro stati d’animo, nella loro tensione emotiva, nel dramma del recupero memoriale che diventa travaglio e luce verso la verità. Inoltre, proprio come nella tragedia greca, il protagonista e il deuteragonista si stagliano sulla scena con spicco particolare, tanto che leggendo le pagine del romanzo ce li immaginiamo inconsciamente più alti e maestosi, come i personaggi della tragedia classica che calzavano i coturni, mentre tutto intorno a loro gli altri uomini non hanno vita autonoma, ma entrano in scena solo in relazione alle azioni e ai pensieri dei due protagonisti, in particolare la massa anonima dei lavoratori della diga, proprio come nella tragedia greca, assume un ruolo corale di attenzione attonita e stupita nei confronti delle vicende dei due protagonisti e di commento ai loro comportamenti, da tutti, alla luce di un comune sentire, giudicati quanto mai problematici.<br />
E’ quindi un romanzo forte, per quanto riguarda la vita, gli affetti e la morte, cioè quanto più conta nell’esistenza di ciascuno, quindi un romanzo incisivo,  che merita di essere letto, anche per il forte patto narrativo che stabilisce tra il narratore e il lettore, quest’ultimo, fin dalle prime pagine, attratto, poi fortemente avvinto ed infine obbligato a continuare a leggere fino all’ultima pagina, senza interruzioni.</p>
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		<title>Da Parigi (III)</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 07:11:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilgattocertosino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Francesco Mari
Mercoledì 14 Ottobre 2009. Boulevard Raspail, VI arrondissement, Parigi.
Oggi fa freddo, per la prima volta da quando sono arrivato qui. La Francia mi ha concesso un primo mese di permanenza tiepido, e proprio oggi -l&#8217;ultimo giorno di questo primo mese- è arrivato Ottobre. Ottobre quello vero, quello che mi piace più di ogni altro [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilgattocertosino.wordpress.com&blog=613472&post=1261&subd=ilgattocertosino&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img alt="" src="http://quotationsbook.com/assets/shared/img/6446/450px-Tombe_de_Sartre_et_Beauvoir.jpg" class="alignleft" width="450" height="600" /><em><strong>Francesco Mari</strong></em></p>
<p><em>Mercoledì 14 Ottobre 2009. Boulevard Raspail, VI arrondissement, Parigi.</em><br />
Oggi fa freddo, per la prima volta da quando sono arrivato qui. La Francia mi ha concesso un primo mese di permanenza tiepido, e proprio oggi -l&#8217;ultimo giorno di questo primo mese- è arrivato Ottobre. Ottobre quello vero, quello che mi piace più di ogni altro mese: aria frizzante, tempo estremamente variabile ma ancora splendido quando c&#8217;è il sole, colori magnifici.  A Genova Ottobre è fatto di luci straordinarie -di inclinazioni di luce- e di sfondi. A meno che non si decida di andare a farsi una passeggiata nel bosco, gli alberi rimangono sullo sfondo, uno sfondo sempre presente ma unico. Sempre da casa vedo le montagne, sempre vedo gli alberi, ma per me sono una macchia verde che scolora gradualmente, tutta insieme, verso altre cromature. Ottobre a Genova sfuma. Qui no. Qui gli alberi, gli alberi sono ovunque. Ogni viale è fatto di case, macchine, asfalto, negozi, gente e decine di alberi, ognuno diverso dall&#8217;altro. Qui i colori di ogni singola foglia li vedi sempre, e ognuna può essere speciale. È diverso. È un Ottobre fatto di tante singole foglie d&#8217;Ottobre, è un Ottobre guardato come attraverso un prisma. 		Forte.<br />
<span id="more-1261"></span><br />
Fa freddo e c&#8217;è vento, ed io cammino dall&#8217;Università verso casa, allungando di tre quarti d&#8217;ora almeno la strada, esplorando. A un tratto mentre mi volto a guardare una strada laterale vedo, in fondo, un muro di cinta marrone un poco più alto di me, macchiato di muschio verde. Lo conosco, quel muro. È il muro del cimitero di Montparnasse, il più grande della Rive Gauche, di cui non so assolutamente niente, ma che sono tentato di visitare. Perché non ora?<br />
Devio ancora dalla mia strada, guadagno il muro e mi metto a costeggiarlo, fino ad incontrare un ingresso. Un cimitero grande come un piccolo quartiere, un grande parco con alberi grandi e antichi e viali bianchi che si incrociano dividendolo in grandi prati sui quali sono posate le tombe. Non esistono sepolture a scaffale, ciascuno ha la sua parte di prato, e la sua pietra tombale. Già dopo qualche metro, c&#8217;è tanto silenzio. Volano le foglie nel vento, scricchiolano sotto le mie scarpe mentre cammino per il viale, e poi nel prato tra le lapidi. Non riesco a sentire la morte qui, a meno che la morte non sia la calma. Di solito l&#8217;idea che abbiamo del camposanto è quella di un posto “sbagliato”. Sbagliato perché non è la vita, perché noi che siamo vivi e sotto sotto non siamo capaci di concepirci morti. Non abbiamo un posto al suo interno. La vita è fuori, noi chiudiamo i morti in un recinto, e ogni tanto andiamo a trovarli. Ma noi in quel recinto ci sentiamo stranieri, perché noi siamo vivi. Però io oggi sento solo vento che fa volare le foglie ingiallite degli aceri, e calma. E non c&#8217;è niente di sbagliato. Io non mi sento fuori luogo, per la prima volta in vita mia in un cimitero. Cammino fra la gente che è stata, ed io non ho conosciuto. </p>
<p>È passato un mese. </p>
<p><em>Florence Caroff, 1961-2006, non so niente di lei a parte che era bella e avrebbe l&#8217;età della mia mamma. Non le hanno fatto una lapide, c&#8217;è solo la pietra per terra. Ma sulla pietra qualcuno ha montato un plexiglass grande tanto da coprirla quasi tutta. È un primo piano in bianco e nero, lei ride guardando leggermente in su. Dietro di lei una via di Parigi. </em>Le vie di Parigi fanno ridere anche me. Mi fanno proprio ridere, cammino e mi viene da sorridere. Era tanto che non mi capitava di essere semplicemente felice dei miei passi, ma è proprio così. Cammino, cammino tantissimo, cammino da un mese e -a parte poche rilevanti eccezioni- non ho visto che la Rive Gauche (che delle due è quella più piccola, peraltro). Cammino perché mi piace tutto quello che vedo e non sono mai sazio di strade da percorrere, di asfalto da calpestare e di palazzi da osservare. Non c&#8217;è niente di rilevante da vedere, in realtà, solo case più o meno belle a seconda delle zone, negozi più o meno eleganti a seconda delle strade (dalla boutique alla bancarella del venditore di fichi, passando per un supermercato tanto bello da sembrare un museo), strade più o meno larghe a seconda dei deliri di Haussman, che forse sarebbe stato meglio se si fosse dedicato allo studio dei varani di Komodo, o forse era un genio: io ancora non lo so. Comunque io cammino e sorrido come sorridono i bambini che non sanno ancora parlare. È difficile vedere un adulto sorridere in quel modo. Io non mi sono mai visto mentre cammino e sorrido, ma ci scommetterei che sorrido così. Ho deciso il giorno dopo il mio arrivo che esplorando la città non avrei preso la metropolitana e che non mi sarei limitato ai luoghi d&#8217;interesse turistico, ma che sarei andato a vedere i quartieri e le vie, tutti, sempre a piedi. Prendere la metro, almeno all&#8217;inizio, mi faceva perdere il senso dell&#8217;orientamento. Che senso ha conoscere Place de la Concorde ma non sapere dov&#8217;è rispetto alla Tour Eiffel? No, io vado da casa alla Tour a piedi e poi mi metto a vagare senza meta e senza cartina, dove mi portano le gambe. Consumo le suole dei sandali, che in fondo sono nate per essere consumate così. E improvvisamente eccola là, Place della Concorde, ci sono arrivato senza saperlo. E ora conosco tutta la strada che sta in mezzo tra lei e la Tour. Se non avessi incontrato quella piazza? Poco male, ne avrei incontrata un&#8217;altra. Così per giorni e giorni e anche qualche notte, percorrendo la Rive Gauche. Lo so che la Concorde è sulla Droite, ma solo per cento metri, via, uno strappo alla regola ogni tanto&#8230;<br />
Quando ritorno nei miei dodici metri quadrati, a sera, segno le strade che ho percorso su una cartina che ho rubato il terzo giorno, in un albergo vicino al Pantheon. Cerco di muovermi per cerchi concentrici, nulla sapendo di cosa o chi incontrerò quel giorno. Un paio di volte mi sono accorto di essere finito in posti non raccomandabili e allora sì, ho avuto paura e sì, sono corso alla metropolitana. È incredibile come in neanche trecento metri si possa passare da un quartiere elegante ad uno a dir poco malfamato, qui. E dire che non ho ancora mai visto certa banlieue!<br />
Cammino solo.<br />
Amo l&#8217;idea di prendere possesso della città in questo modo, del tutto a caso. È la stessa cosa che vorrei fare girando il mondo, ma è molto più facile realizzarla in una città, per adesso. So benissimo che in realtà quello che faccio è il contrario, ovvero lasciare che sia Parigi a portarmi dove vuole, perdermi dentro il suo ventre. È Parigi che prende possesso di me, non io di lei. Non so dove mi porterà a camminare, né chi mi porterà ad essere. Se non ho il coraggio per lasciarmi trasformare dalle persone, sono contento almeno di aver trovato quello di lasciarlo fare ai luoghi.  </p>
<p>Contento, proprio come Florence che mi guarda dal plexiglass. Perché l&#8217;unica cosa che posso dire di lei, è che è felice. Più felice di me, ma si capisce: lei ha visto anche la Rive Droite.</p>
<p><em>Freddy Vander, musicista, una lapide di marmo nero e lucido con inciso uno spartito dorato e delle note musicali. Nessuna data. Chissà chi era. L&#8217;unica cosa che dice è la musica. Forse suonava nell&#8217;orchestra dell&#8217;Opera, forse insegnava il violino al conservatorio o dava lezioni di pianoforte alle ragazze di buona famiglia. Forse era il sassofonista di un gruppo jazz. Forse suonava la fisarmonica, appoggiato alle mattonelle bianche di una qualche stazione della Metro di Parigi, affidandosi alla generosità della gente.</em> E qualche volta saliva su un treno, suonava sul vagone per un po&#8217;, poi faceva la questua e scendeva, per essere inghiottito dal buio non appena la metro fosse ripartita. La Metropolitana è una cosa con cui devi fare confidenza, e io non credo di esserci ancora riuscito del tutto, a onor del vero. A parte la claustrofobia che può suscitare, dalla quale sono fortunatamente immune per ora, è davvero uno strano modo di muoversi: non è un treno normale. Io sono semplicemente innamorato del treno, dei viaggi in treno. Ancora una volta, perché dal treno vedo, vedo tutto quello che si trova in mezzo fra la stazione di partenza e quella di arrivo. L&#8217;aereo è veloce e magnifico -mi piace per altri motivi, che hanno a che fare con la panna montata- ma fornisce una conoscenza del mondo a macchia di leopardo. <em>Spot</em>. Parti da Milano. <em>Spot</em>. Fai scalo a Roma di cui non vedi altro che il terminal. <em>Spot</em>. Sorvoli i continenti e atterri a Malé, l&#8217;isola-città perfettamente quadrata capitale delle Maldive. Neanche a Malé ma al suo aeroporto, che è una lingua di sabbia a un paio di chilometri di distanza. Sei salito a Milano, scendi ai tropici. Cosa c&#8217;era in mezzo, chi lo sa. Prendere il treno per andare fin laggiù sarebbe impossibile per ovvie ragioni, ma ammettendo che si potesse fare, quanto mondo si conoscerebbe? Correre sulle rotaie da Milano a Trieste e poi lungo il tracciato del vecchio Orient Express, attraverso le montagne della penisola Balcanica -o invece più a Nord, lungo il Danubio- fino al Bosforo. Attraversare Istanbul e l&#8217;intero altipiano anatolico, vedere i monti del Tauro e poi piegare verso sud, entrando nella valle dell&#8217;Eufrate, fino a Baghdad. Percorrere -in autobus o peggio, temo- gli altopiani iraniani e guardare le montagne che si fanno sempre più alte, scintillanti di nevi perenni sulle vette inaccessibili. Ritrovare i binari in Pakistan e scendere grazie alle ferrovie inglesi tutta la costa dell&#8217;India, vedere le foci dell&#8217;Indo, Bombay, Bombay, Goa. E poi imbarcarsi e raggiungere Malé con la nave, attraverso l&#8217;Oceano. Quanto mondo si vedrebbe?<br />
Perciò amo il treno. Perché dal vagone che corre in mezzo alla pianura la puoi guardare, e forse capire. E stazione dopo stazione ti accorgi del mondo, del paesaggio, degli uomini che gradualmente si trasformano, per diventare da quelli di casa tua, quelli della tua meta. Il treno passa nel mondo, non sopra. Dentro.<br />
La metro no. Quel particolare treno è sempre in galleria, immerso nel buio, e quasi non ti rendi conto di muoverti. Quando parte da una stazione per infilarsi nel suo tunnel scuro, non sembra che sia lei a muoversi. Sembra che sia la stazione bianca ed illuminata ad andarsene, a venire risucchiata chissà dove. Io la guardo passare, e ritorno nel buio. Le stazioni sono come fotogrammi di un film. Passano velocissimamente davanti agli occhi. Solo che qualcuno ha sbagliato il montaggio, perché tra una e l&#8217;altra ci sono almeno cinque metri di pellicola vuota. E quando compare un nuovo fotogramma, compare dal vuoto. Spot. Mi viene incontro veloce e violenta una nuova stazione, ed io scendo, mi volto, e ricordo che era solo un treno, e io mi muovevo nel buio con lui. Un treno triste però, condannato a correre per sempre sottoterra, ad attraversare tenebre invece che campi di grano.<br />
<em>Spot</em>. Cluny-La Sorbonne, <em>28 Settembre 2009</em>.<br />
Esco nel cuore del quartiere latino (ma cosa c&#8217;è nel mezzo tra qui e Montparnasse?) e vado ad occuparmi della montagna di scartoffie universitarie, bancarie, metropolitane che al mio arrivo mi hanno investito. Come un treno. Sono dieci giorni che faccio buchi nell&#8217;acqua. All&#8217;università ho dovuto scegliere un relatore ancora prima di conoscere i professori, e un titolo di tesi. Obbligatorio per potersi iscrivere. Panico; in banca non vogliono aprirmi un conto perché non ho ancora un domicilio fisso, e perché non sono iscritto all&#8217;università, che non posso pagare se non so il titolo della mia tesi (tutto questo è davvero ridicolo); la RATP, nobile e generosa compagnia di trasporti pubblici parigini mi costringe a svenarmi ogniqualvolta prendo la metropolitana alla modica cifra di 1,60 € per corsa, a meno che io non mi abboni annualmente. Allora diventano gentili e carini e mi fanno moltissimo sconto perché sono universitario e ho -udite udite- un conto in banca francese. Niente casa e università, niente banca. Niente banca e università, niente metropolitana. Niente metropolitana, giri a piedi per Parigi (perfetto!) e tanti tanti problemi burocratici. </p>
<p><em>8 Ottobre 2009</em>.</p>
<p>Mi arriva a casa l&#8217;Imagine R, il fantomatico abbonamento del trasporto pubblico. Era l&#8217;ultima pratica urgente. Alla fine ce l&#8217;ho fatta. Ora ho una tesi con un professore simpatico che però praticamente non so chi sia, un conto in banca sulla fiducia con l&#8217;intesa che porterò un contratto d&#8217;affitto vero e non solo la tassa d&#8217;abitazione del mio padrone di casa, e finalmente un pass per la metro. Lo guardo bene. Esteticamente discutibile, sembra una carta di credito viola e azzurra sporcata di bianco (sono nuvole quelle?). Una foto sbiadita del sottoscritto mi guarda con rassegnazione: forse teme di morire di cancro a causa delle radiazioni magnetiche del chip che ha a fianco. Così è la vita, mia cara, dovevi pensarci prima di scegliere questo lavoro. Finalmente, il mio abbonamento. È brutto, è vero, ma gli voglio bene così, perché l&#8217;ho tanto desiderato. Scorro velocemente l&#8217;informativa allegata nella busta. Comincia dal primo Novembre. Maledizione, mi hanno fregato.</p>
<p><em>Generale polacco dal nome impronunciabile. Onestamente non me lo ricordo. Morto nel 1878, in esilio dal suo paese. Una colonnina, in cima il suo busto di bronzo, che cola verderame fin sopra la pietra tombale. Aveva la barba lunga, divisa in due come usava allora. O forse, come usava ancora all’Est. Ma lui in Polonia non ci poteva tornare</em>. Quale Polonia? Non so immaginare cosa possa avere fatto per essere cacciato da casa sua. Forse in gioventù era un rivoluzionario, un portabandiera del movimento nazionalistico. Forse era stato uno di coloro che speravano nell’aiuto della Francia nella lotta contro i tedeschi, ai tempi della rivoluzione di Luglio. Invano. E allora quanto gli deve essere pesato l’esilio in quella Parigi che l’aveva abbandonato a se stesso? Quanto si dev’essere sentito solo? Forse meno di quanto immagino. La dedica dice: “I tuoi compagni”. Di certo non era il solo polacco che affrontava le luci e i fasti, la fame e il degrado, le arti e il sangue di quella Parigi mitica del secondo Ottocento che tutti, ancora, cerchiamo nei vicoli di Montmartre, o alla Gare d’Orsay. Qualcuno con cui condividere il passato e il presente, e pensare un futuro, magari. </p>
<p><em>Una sera di settembre. Duroc. I    12 Metri Quadri.</em></p>
<p>Elisa viene a cena. Non ci siamo visti spesso da quando sono qui,  dato che andiamo all’Università ai due capi della città. Il tempo residuo non è molto, ed è occupato dalle scartoffie burocratiche. Ci stringiamo sul mio tavolino ovale pieghevole in simil pelle nera (perde sempre una vite e poi precipita, ma questo non glielo dico, magari oggi non succede), uno seduto sul divano -che è anche il mio letto- l&#8217;altra sulla sedia, di fronte, con la testa che sfiora il soffitto inclinato e una pericolosissima sbarra di ferro che serve ad aprire la finestra (ma chi mai ha inventato questo sistema omicida?), e ci concediamo una gran pastasciutta. Bevanda del giorno: Coca-Cola. Come del giorno prima, e di quello prima ancora. Non del giorno dopo perché questa lattina è l&#8217;ultima. Chiacchieriamo, lei mi parla della sua casa nuova dove sta per traslocare, io immagino per lei come dev&#8217;essere la mia; ci scambiamo impressioni sull&#8217;Università, sulla città, sulla gente. Parliamo un po&#8217; del Carlètto, grande assente della serata (poltrone!) e degli amici che abbiamo lasciato a casa. Mi viene in mente quant&#8217;era agitata l&#8217;ultima volta che l&#8217;ho vista a Genova, prima che partisse. Mi viene in mente quanto mi agitava vederla agitata. E quanto nello stesso tempo mi tranquillizzasse il vedere che non ero l&#8217;unico ad esserlo. Guardiamo un film allucinante davvero sul mio computer piccolo davvero nella mia stanza piccola davvero, e poi la riaccompagno a casa. Ha i suoi problemi tecnici, come me, li affronta e uno per volta riesce a sbrogliarli (come me?), mi sembra contenta. Continuo a dirle: “Ma ti rendi conto? Siamo a Parigi!”. Forse però lei se ne rende conto più di me, che continuo a fare come se niente fosse. Elisa, sei a Parigi. E anche tu, Francesco.<br />
Qualcuno con cui condividere il passato, vivere il presente, e immaginare un futuro possibile, talvolta. Grazie, perché le tue mani erano un po&#8217; fredde il giorno del tuo aperitivo di partenza e perché fumavi in modo a dir poco nervoso quella mattina d&#8217;Agosto, davanti al caffé. Grazie perché questo mi ha aiutato a capire che non sono solo, non quanto pensavo. Se non siamo tutti nella stessa barca, non siamo neanche ognuno in una diversa.<br />
“Oggi è un giorno che vale la pena stare in coperta, a guardare le onde arrivare”. E se ne vale la pena, è merito anche dei compagni di viaggio.</p>
<p><em>Mercoledì 14 Ottobre 2009. Un po&#8217; più tardi.</em></p>
<p>Il tempo è passato senza che me ne accorgessi. Viene sera, fa sempre più freddo. A casa, ora, mi sa che ci devo tornare per forza, per non correre il rischio di lasciare qualcuno fuori della porta. Riprendo a camminare su uno dei vialetti periferici, pensando tra me e me. Accidenti, la polvere mi sporca le scarpe nuove. Dove diamine sia l&#8217;uscita, proprio non lo so. Continuo a camminare lungo il muro, ma non trovo un cancello neanche a pagarlo oro. Dopo circa dieci minuti (l&#8217;ho già detto che è grande, il cimitero di Montparnasse?) arrivo all&#8217;angolo. Sto perdendo l&#8217;orientamento. Però eccolo là un cancello, qualche centinaio di metri più avanti. Accelero il passo, senza più guardare niente. Vedo con la coda dell&#8217;occhio una signora con un gran mazzo di fiori che indugia di fronte a una lapide chiara, banale. Corre il mio sguardo distratto sull&#8217;iscrizione rossa. Passo oltre. Mi fermo. Torno indietro.<br />
<em>Jean Paul Sartre et Simone de Beauvoir.</em>Semplicissima e quasi invisibile tra le altre. Avvicinandomi noto però che la pietra è coperta di biglietti, decine di biglietti in tutte le lingue del mondo. Addirittura ce n&#8217;è uno in caratteri coreani, e tutti sono recentissimi, anche se bagnati di pioggia. Il più vicino a me è scritto a pennarello rosso, un po&#8217; sbiadito, e datato all&#8217;altroieri. In inglese, per Simone. “Thank you, you have changed my life. I love you. Haley”. Hai cambiato la mia vita. La mia Vita. Su una tomba. Su quello che i più considerano un luogo di Morte, io leggo di Vite che cambiano, che si muovono. Leggo esistenze, vedo relazioni e affetti, decisioni e strade. Strade che non sono i selciati del camposanto. Strade che si piegano verso nuove mete, a causa di pensieri e d&#8217;emozioni. Si piegano qui, davanti a una lapide, perché sono i pensieri e i sentimenti di Simone de Beauvoir (ma anche del generale polacco, o del musicista, di tutti quelli che sono qui, è solo che i segni non sono evidenti come in questo caso) che li hanno fatti e li fanno piegare. Vita su queste tombe. E non la vita di chi si trova al di sotto delle pietre, ma quella che si incrocia al di sopra di esse. Con calma, disegna nuove strade intorno ad esse, e perché no a causa di esse. Con tanta calma, e tanto silenzio. E foglie che volano e alberi grandi e ramati nella sera d&#8217;Ottobre. Un giorno, quando non ci saranno più lapidi o tumuli perché il vento e il tempo li avranno cancellati dal prato e dalla nostra memoria, resterà la traccia delle strade (o delle vite, fate voi) che piegavano dolci intorno ad esse. Allora qualcuno si chiederà intorno a cosa piegavano.<br />
Mi infilo oltre il cancello e corro -forse mi scalderà- a casa. È davvero tardi. Come farò a pulire queste scarpe?</p>
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		<title>Da Parigi (II)</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Oct 2009 06:26:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilgattocertosino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Francesco Mari
Mercoledì, 16 Settembre 2009. Ore 8:00, da qualche parte nella campagna dell&#8217;Ile de France.
“Scusi, no scusi sul serio&#8230;lo so qui sono d&#8217;impiccio&#8230;come? Yes, I mean, sorry, I know my luggage is just too big, I&#8217;ll leave it where it is, but please take your own and exit this cabin, so then I&#8217;ll be able [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilgattocertosino.wordpress.com&blog=613472&post=1242&subd=ilgattocertosino&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/10/parigi.jpg?w=300&#038;h=225" alt="parigi" title="parigi" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-1248" /><strong><em>Francesco Mari</em></strong></p>
<p><em>Mercoledì, 16 Settembre 2009. Ore 8:00, da qualche parte nella campagna dell&#8217;Ile de France.</em></p>
<p>“Scusi, no scusi sul serio&#8230;lo so qui sono d&#8217;impiccio&#8230;come? Yes, I mean, sorry, I know my luggage is just too big, I&#8217;ll leave it where it is, but please take your own and exit this cabin, so then I&#8217;ll be able to move mine&#8230;cavoli&#8230;What?! Yeah I know there are those japanese people outside, still we have to get out of this train, right? Non me ne frega niente se bloccano il corridoio, porca miseria, dobbiamo uscire tutti da questo buco! Veda di muoversi!”<br />
<span id="more-1242"></span><br />
Otto di mattina. Se non fossi stato mezzo addormentato, piuttosto confuso e a dir poco in difficoltà, forse le ultime frasi le avrei dette davvero. In realtà mi sembra di aver detto alla mia compagna di cabina -la signora parigina, quella molto parisienne- qualcosa tipo: “Ehm, OK, no problem. You exit and I&#8217;ll wait here”. E di essermene restato accartocciato nella mia felpa sulla mia branda, a guardare le prime case di Parigi sfrecciare fuori del finestrino, o meglio fuori della porzione di finestrino non coperta dalla tenda semiabbassata. Concentrarsi su qualcosa. Intorno a me nessuno sta accalcandosi per raggiungere il bagno o le porte del treno, nessuno inciampa in enormi valigie che non riesce a sollevare, nessuno biascica imprecazioni in chissà quale lingua. Nessuno. Io e le case, o meglio i pezzi delle case che corrono al di là dello spicchio di vetro. Ho qualcosa sotto la schiena. Rat-Man, n. 74. S&#8217;è piegato, devo averci dormito sopra. Ma porca-di-quella-benedetta&#8230;<br />
Qualcuno, forse la ragazza carina, alza la tenda, e io strizzo gli occhi per il fastidio. La luce che piove nello scompartimento è grigia, trasversale, smorta. Decisamente, non è una bella giornata, ma del resto non lo era neanche a casa. Fuori del finestrino, ora lo vedo bene, si rincorrono un gran numero di case a schiera, tutte uguali; ma già il treno si avvicina ai grandi palazzi che si stagliano a nord-ovest, a poca distanza. Dentro continuano mio malgrado i goffi tentativi della tipa africana di tirare giù i suoi bagagli, frustrati dalla presenza a pochi centimetri della signora molto parisienne, la quale è evidentemente bloccata sulla porta dai trolley dei due ragazzi giapponesi, già (o ancora, non saprei dire) a leggere la guida turistica di Parigi, piantati nel bel mezzo dello stretto corridoio. Devono avere davvero poco tempo. Non c&#8217;è traccia invece della bella parigina della mia età, che da donna scafata qual è se la dev&#8217;essere filata per prima, per evitare il traffico dell&#8217;ultimo minuto.<br />
Alla fine, tuttavia, qualcosa pare sbloccarsi in fondo alla carrozza, e mentre il treno si avvicina pericolosamente alla stazione d&#8217;arrivo, l&#8217;ultimo lembo della gonna-troppo-bianca-a-papaveri-troppo-rossi della signora molto parisienne scompare oltre la porte ed io vengo -finalmente!- lasciato solo nello scompartimento. Oddio, forse non è un bene. Come faccio ora a tirare giù dal soffitto quel catafalco della mia valigia senza ammazzarmi sotto il suo peso? E come, come faccio, una volta ricomposte le mie ossa sparse per la cabina dall&#8217;urto con la suddetta valigia, a caricarmi sulle spalle lo zaino 60 litri che ho fortunatamente in dotazione e pretendere -così armato- di poter ruotare di 180 gradi e passare dalla porta spingendo la valigia innanzi a me. Qualcuno mi aiuti, vi prego.<br />
Peccato, son tutti già usciti, e nessuno sa l&#8217;italiano. Saltiamo questa parte dell&#8217;avventura, d&#8217;accordo?</p>
<p><em>Mercoledì, 16 Settembre 2009. Ore 8:44, Gare de Bercy.</em></p>
<p>Il treno ha una mezz&#8217;ora di ritardo. Il che, va detto, non è male trattandosi della Trenitalia.<br />
La prima immagine ho di Parigi è una banchina in cemento grigio che conduce ad una stazione ugualmente grigia, in una grigia mattinata di settembre. Forza piedi, fa freddo ma c&#8217;è di peggio. Sono convinto -ma chi ha potuto guardarsi allo specchio?- di sembrare uno zombie: capelli spettinati su felpa storta e stropicciata, e nel mezzo qualcosa che fino a ieri era la mia faccia, ma dopo l&#8217;allucinante nottata appena passata, probabilmente assomiglia di più a un uovo strapazzato. Senza dimenticare il macigno che ho sulle spalle. Intorno persone di ogni sorta corrono in entrambe le direzioni, grigie su sfondo grigio. Io avanzo fino all&#8217;ingresso, l&#8217;ovatta tra i neuroni, mi fermo in mezzo all&#8217;atrio e guardo. Senza dubbio, c&#8217;è chi sta peggio. Accartocciato su una sedia quasi quanto lo sono stato io sulla branda fino a cinque minuti prima e col cappuccio marrone della felpa tirato su a coprire le orecchie (prima punta di nostalgia: al mattino mia sorella si nasconde sempre nel cappuccio, come per proteggersi dalla violenza del mondo. Però lei grugnisce, anche), Charles sta evidentemente lottando per non addormentarsi, abbracciato alla sua cartella gialla e blu. Togliere il filtro bianco e nero, per favore: quest&#8217;immagine è a colori.</p>
<p><em>Venerdì, 17 Luglio 2009. Rifugio Genova-Figari, m. 2009 s. d. m. Argentera.  </em></p>
<p>“Ho voglia di fare un giro in montagna -aveva detto- però niente di eccessivo, non strafare. Un giro in montagna, normale”. D&#8217;accordo allora, non tiriamo troppo la corda, restiamo bassi: il Giro dell&#8217;Argentera non supera i 2800 metri di quota nel punto più alto, e si fa comodamente in tre giorni. Quindi perfetto, facciamolo. Chi ci ha pensato alle condizioni di particolare innevamento di quest&#8217;anno? E soprattutto chi ci voleva pensare? Sono settimane che ho un disperato bisogno di montagna, di una ascesa e di una fatica, del sudore e del freddo in alta quota, del fango lungo i torrenti e di Dio appena dietro la vetta, che ti aspetta sempre fino a un attimo prima che tu la raggiunga. E quando arrivi non puoi più vederlo, ma riesci quasi a sentirne l&#8217;odore. E forse ho bisogno proprio di questa montagna, così impervia che solo guardarla fa impressione. Magnifica e terribile signora, devo guardarti negli occhi. Devo provare a renderti razionale, a farti mia per quello che sei. A capire.<br />
Charles ha coinvolto me (che, tanto per intenderci, quando gli avevo proposto di prenderci tre giorni per fare una vacanza, pensavo di andare a Ferrara) in una gita in montagna ed io ho coinvolto lui in un pellegrinaggio. Però le cose diventano multiformi quando si sale in quota, tutte. Tanto le emozioni, quanto gli eventi. Il margine di imprevedibilità delle circostanze aumenta insieme al dislivello, e ciò che avevi progettato si trasforma immancabilmente in qualcos&#8217;altro. Così in solo pomeriggio siamo passati dal sole cocente alla pioggia e infine alla tempesta di vento e adesso siamo qui a farci la punta al cervello per tenere in piedi una tenda che non ha alcuna possibilità contro le raffiche che sferzano la conca erbosa vicino al rifugio. Ma se questa è un&#8217;avventura, allora bisogna alzare i pugni contro il vento e invitarlo a battersi, affrontando con fierezza la sicura disfatta. È con grande orgoglio che cinque minuti dopo bussiamo alla porta del rifugio e domandiamo due letti per passare la notte. Gli alpinisti che stanno cenando nella stanza accanto hanno seguito la nostra sfortunata impresa dalla finestra e quasi si mettono ad applaudire alla nostra comparsa. Ci rinfranchiamo con un tè caldo e un paio di birre, infastiditi dal costo del pernottamento ma piuttosto divertiti dalla piega che sta prendendo la serata. A quel punto tiro fuori dalla patta del mio zaino una spiegazzatissima busta bianca con un timbro ovale sull&#8217;angolo in alto a sinistra, e la mostro a Charles. Dentro c&#8217;è la notifica d&#8217;ammissione alla Sorbona, che ho inseguito per un anno preciso.  Il mio desiderio di ottenerla mi è servito da molla per scrivere la tesi, per decidermi a tentare l&#8217;esame di francese e soprattutto per mettere a punto il mio greco e dare l&#8217;esame di Letteratura Greca, che per mesi avevo procrastinato (come il ragazzo-dello-scientifico abbia fatto a uscirne sano di mente, ancora me lo domando). Il solo desiderio di stringerla in mano -e sì, lo ammetto, anche un&#8217;ambizione divorante. Solo il desiderio della lettera, però. Solo la possibilità di andare alla Sorbona, ho usato come bersaglio della mia freccia. Decidere di farlo davvero, quella era la vera parte difficile del gioco, se nel gioco che sto giocando esiste una “parte facile”. Dopo tre giorni che leggo e rileggo quella lettera, la mia incredulità riguardo quello che essa significa per la mia vita è aumentata tanto da non riuscire più nemmeno a dire ad alta voce cosa c&#8217;è scritto (Tommi, meno male che a te l&#8217;ho detto subito: se avessi aspettato un giorno non ci sarei più riuscito. E grazie, sei un custode meraviglioso). Così a Charles  la passo così com&#8217;è, chiusa e stropicciata dallo zaino e un po&#8217; umida di pioggia. Mi guarda.<br />
“Cosa farai adesso, Fra?”<br />
Inseguirò Dio sul passo di Brocan, sperando che domani mi aspetti in cima. E per fortuna, non sarò solo.<br />
Io lo giuro, non l&#8217;ho fatto apposta. Mai avrei creduto che a metà di luglio i colli delle Alpi Marittime potessero essere chiusi dalla neve! Tanto sarebbe valso andarsene a 3500 metri. Per nostra fortuna il gestore del rifugio ci presta due picozze e un paio di ramponi per Charles, che con mio grande stupore accetta di rischiarsela con me sulla neve, nonostante sia la prima volta. Avventura. Il sentiero è coperto come tutto il resto da uno spesso mantello bianco ma la traccia è buona, e il colle è in alto sopra di noi. I miei ramponi rompono la neve che scricchiola e tutto è pieno di luce. Non ti preoccupare se non vedi il segno, ti prometto che non mi perdo. È solo un colle da superare, è solo una strada da imboccare; dall&#8217;altra parte ci aspettano la cima di Nasta, e forse, Parigi.<br />
Ecco perché continuiamo ad andare in montagna, nonostante tutto. Ecco perché vale la pena correre il rischio. Le montagne rendono i contorni delle cose più nitidi, evidenziano i legami che tengono insieme il mondo. C&#8217;è tutta quella luce. Lassù diventa più facile intravedere la trama dell&#8217;esistenza, e magari il posto che siamo chiamati ad occupare tra le sue infinite e scintillanti maglie. Arrampicarsi su una parete, camminare lungo un sentiero o risalire un canalone con gli sci sono modi per domandare. Tutti i gesti che si fanno in montagna -chinarsi per annusare un fiore, sciare solo nei fuoripista, piantare la picozza nel ghiaccio, calarsi in corda doppia- sono una domanda: “Dove mi devo mettere per avere significato?”. Forse questo è vero per molti gesti della nostra vita che con i monti non hanno niente a che fare, ma le domande che poniamo in montagna hanno una peculiarità: la montagna risponde. È severa e addirittura violenta, ed è pericolosa, ma risponde alle domande.<br />
Nessuna vita è davvero completa se non si spende alla ricerca di se stessa, del suo proprio senso in mezzo alle altre. Varrà sempre la pena di andare in montagna. Adesso l&#8217;ho capito anche io.</p>
<p>“Signore, ti ringrazio per il dono delle persone coraggiose, perché vedere il coraggio nel cuore degli altri aiuta a scoprire quello nascosto nel proprio”.</p>
<p>E Signore, cambia dopobarba. Ti sgamo sempre quando arrivo in cima, se usi questo.</p>
<p><em>Mercoledì, 16 Settembre 2009. Ore 9:45, avenue du Maine, Montparnasse.</em></p>
<p>Vedi i casi della vita: un&#8217;ora fa stavo mangiando una brioche (pardon: croissant) seduto al tavolino esterno di un bar davanti alla stazione, guardando un brutto edificio che Charles mi diceva essere il Ministero dell&#8217;Interno di Francia, ed ora sono seduto in una berlina che si muove nello strano traffico di Parigi (è caotico, indubbiamente caotico, ma alla francese: quasi annoiato, si potrebbe dire) in direzione della piccola mansarda di 12 mq che ho affittato per le prime settimane in questa città. Il quartiere è a dir poco lussuoso. Al volante c&#8217;è il mio padrone di casa, un giornalista italiano coi baffi e i capelli grigi. È visibilmente fiero del suo piccolo ritiro, e non vede l&#8217;ora di potermelo mostrare. Già dal nostro primo incontro, a Santa Margherita qualche settimana fa, mi è stato simpatico. Ha conservato il calore tipico dei toscani, nonostante viva in Francia da più di trent&#8217;anni. Stamattina ho conosciuto anche la sua compagna, che parla veramente tantissimo e ha un accento lievemente emiliano. Esplosiva e interessante. Sono una gran bella coppia, a vederli così.<br />
La macchina accosta davanti ad un cancello ed io e Charles rimaniamo impressionati dal lusso dei palazzi che si affacciano sulla bella corte a T pavimentata di rosso al di là della grata. L&#8217;aiuola al centro di Square du Croisic è a dir poco lussureggiante. Nel sottotetto di uno di questi meravigliosi palazzi c&#8217;è la mia stanza. All&#8217;inizio sembra davvero piccola. In effetti lo è sul serio, ed è anche molto, troppo ammobiliata, ma appare davvero minuscola, con quattro persone stipate all&#8217;interno. “Qui starò come una sardina”, penso, mentre vengo investito da un fiume di parole e spiegazioni -condite con qualche ricordo di gioventù- riguardo all&#8217;alloggio. Non ascolto quasi nulla. In effetti più passano i minuti più mi sento avulso dal contesto, imbambolato, altrove. A un certo punto i miei entusiasti padroni di casa prendono commiato e lasciano me e Charles da soli a guardarci in giro, lui che si stupisce delle contorsioni necessarie per fare pipì sotto una mansarda, io che osservo distrattamente la mole di libri e vocabolari sugli scaffali. Meno male che c&#8217;è qualcuno a riportarmi sul Pianeta perché io sto per andarmene dal mondo. Bisogna andare all&#8217;università a ritirare il dossier d&#8217;iscrizione, sì, che se no poi chiude e io come faccio&#8230;quei barbogi della Sorbona già mi fanno arrabbiare: mandarmelo per posta no, il dossier, troppo post-modern per loro, che evidentemente sono rimasti nostalgicamente attaccati ai piccioni viaggiatori, ché bisogna proteggere la tradizione.<br />
Andiamo. Ancora la metro, come già prima dalla stazione di Bercy al superappartamento dei miei padroni di casa. Scendo alla fermata di Cluny-La Sorbonne, mentre Charles prosegue per la sua via. Si allontana sferragliando il treno. Io vado all&#8217;attacco dei burocrati.</p>
<p><em>Mercoledì, 16 Settembre 2009. Dalle ore 12:30 in poi. Dove, tanto bene non so. </em></p>
<p>Qualcuno deve avermi fatto a tradimento una flebo di Valium mentre ero all&#8217;università: forse al bureau amministrativo, forse all&#8217;ufficio contabile, non saprei, ma qualcosa mi hanno dato. Più passa il tempo più la realtà si allontana da me, che mi muovo per inerzia. Le cose si susseguono una dopo l&#8217;altra, ma non hanno origine da me. Io starei fermo a guardarmi le mani, seduto sul divano (quello che di sera diventa il più scomodo letto su cui abbia mai dormito). Invece vado a pranzo dalla cugina di Charles (automatica ricerca di normalità in circostanze anomale: mi metto a fare il sugo di peperoni alla pasta), nel tardo pomeriggio a prendere un buffo aperitivo fatto in casa a base di torta di mele e vino rosso con Naomi e Anna e Marcello, sul canale. A cena invece mi spingo fino alla Cité Universitaire (che posto pazzesco) a trovare il buon Carlo, che vive con le portoghesi e gli argentini nella maison olandese. Prove generali di un pastiche linguistico al quale so che in qualche settimana farò l&#8217;abitudine, ma che non credo di voler imparare. Faccio tutto in maniera meccanica, mi sento spettatore di me stesso, come se mi guardassi da fuori. Dopo pranzo, ho detto a Charles che me ne andavo a “casa” a dormire, e in effetti ci ho provato, ma non ho chiuso occhio. Complice la grande stanchezza, alle undici di sera mi sembra passata un&#8217;eternità dal momento in cui sono sceso dal treno. Agognando un letto, scendo le scale della stazione della metropolitana alla Gare de L&#8217;Est e forte del mio nuovissimo pass elettronico Navigo Découverte supero il tornello d&#8217;ingresso, che emette un bip verde di benvenuto. Seguo le indicazioni per il mio treno: giro a sinistra, vado dritto, poi di nuovo a sinistra e dritto, poi una rampa di scale&#8230;e mi ritrovo di nuovo fuori delle barriere, all&#8217;ingresso. I tornelli ovviamente non hanno nessuna intenzione di farmi passare per la seconda volta in quaranta secondi (li prendo mica per fessi?) e io sono a piedi, esausto e dalla parte sbagliata della Senna! Cammino mestamente fino alla Gare du Nord -indovinandone la direzione per pura fortuna- e incrocio le dita. Passato. Svieni pure sul treno della metropolitana, ora, basta che sia quello giusto e che tu ti riprenda prima della tua fermata. Poi sarà solo questione di salire le scale mettersi sotto le coperte. Quelle sul divano che devi ancora aprire, a cui ancora devi mettere le lenzuola, titanica impresa che tu ancora non lo sai, ma ti procurerà un bel bernoccolo in testa (amo le mansarde per il rumore della pioggia a venti centimetri dal naso; odio le mansarde per tutte le botte che nella mia vita ho dato contro il soffitto) e un ginocchio livido. Davvero non c&#8217;è spazio per muoversi, in quella stanza. Ma tu comincia a pensare di rientrare dentro te stesso già ora, su questo treno. Finché ti guardi da fuori, non ti addormenterai mai.</p>
<p><em>Giovedì 17 Settembre 2009, tarda mattinata.</em></p>
<p>Mi alzo (la schiena a coriandoli, ma bisognerà abituarsi), mi vesto e scendo per dare un&#8217;occhiata in giro, magari trovo da fare colazione. Esco in strada. Tutto il mondo è paese: gli ippocastani sono malati anche qui. Mi sento un po&#8217; a casa. Forse non sono mai partito.</p>
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		<title>Bella giornata!</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 05:52:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilgattocertosino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Martedì 29 settembre è stata una gran bella giornata per due soci de IL GATTO CERTOSINO: Maria Cristina CASTELLANI e Bruno ROMBI.
Alle ore 17 nella Sala del Camino di Palazzo Ducale, per Iniziativa delle Fondazioni Palazzo Ducale e Novaro, dopo l&#8217;introduzione di Luca Borzani Presidente della Fondazione Palazzo Ducale, i docenti dell&#8217;Università di Genova Pino [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilgattocertosino.wordpress.com&blog=613472&post=1209&subd=ilgattocertosino&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Martedì 29 settembre è stata una gran bella giornata per due soci de IL GATTO CERTOSINO: <strong>Maria Cristina CASTELLANI e Bruno ROMBI</strong>.</p>
<p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/10/bruno.jpg?w=300&#038;h=224" alt="bruno" title="bruno" width="300" height="224" class="alignleft size-medium wp-image-1213" />Alle ore 17 nella Sala del Camino di Palazzo Ducale, per Iniziativa delle Fondazioni Palazzo Ducale e Novaro, dopo l&#8217;introduzione di <strong>Luca Borzani</strong> Presidente della Fondazione Palazzo Ducale, i docenti dell&#8217;Università di Genova <strong>Pino Boero</strong> e <strong>Francesco De Nicola</strong> hanno illustrato la lunga ed ampia attività letteraria di Bruno Rombi, con particolare attenzione da parte del prof. Boero, all&#8217;ultima raccolta poetica <em><strong>Come il sale</strong></em>, già tradotta anche in rumeno. Gli interventi critici sono stati intervallati dalla lettura di testi poetici affidata all&#8217;espressiva voce di <strong>Rachele Ghersi</strong>.</p>
<p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/10/cris.jpg?w=300&#038;h=224" alt="cris" title="cris" width="300" height="224" class="alignright size-medium wp-image-1216" />Alle ore 18 alla libreria FNAC <strong>Maria Cristina Castellani</strong> ha presentato il suo nuovo saggio <em><strong>Pedagogia interculturale</strong></em> (De Ferrari Editore). L&#8217;incontro, coordinato da <strong>Franco Cirio</strong>, Presidente del Comitato provinciale dell&#8217;UNICEF, è stato condotto come intervista, da parte dell&#8217;attore, regista e scrittore <strong>Pino Petruzzelli</strong>, all&#8217;autrice che ha illustrato con grande efficacia le problematiche che investono la società ed in particolare la scuola a seguito dell&#8217;immigrazione nel nostro paese e ha tracciato quelle linee di soluzione che si possono attuare proprio partendo dalla scuola e considerando il problema secondo un approccio pedagogico che affonti correttamente il tema della multiculturalità. </p>
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		<title>Da Parigi (I)</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 07:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilgattocertosino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo essersi brillantemente laureato in Lettere classiche con una tesi di Storia greca,  il nostro amico Francesco Mari ha scelto di proseguire i suoi studi per la laurea specialistica alla Sorbone di Parigi. Ecco le sue prime esperienze!
Francesco Mari
Devo smetterla di ripetermi che sono a Parigi.
Il fatto è che continuo a dimenticarmelo, proprio come [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilgattocertosino.wordpress.com&blog=613472&post=1195&subd=ilgattocertosino&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Dopo essersi brillantemente laureato in </em>Lettere classiche<em> con una tesi di </em>Storia greca<em>, <em> il nostro amico Francesco Mari ha scelto di proseguire i suoi studi per la laurea specialistica alla Sorbone di Parigi. Ecco le sue prime esperienze!</em></p>
<p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/09/img_2187.jpg?w=300&#038;h=224" alt="IMG_2187" title="IMG_2187" width="300" height="224" class="alignleft size-medium wp-image-1197" /><em><strong>Francesco Mari</strong></em></p>
<p>Devo smetterla di ripetermi che sono a Parigi.<br />
Il fatto è che continuo a dimenticarmelo, proprio come se non fosse vero, proprio come se le strade per cui da cinque giorni cammino fossero un quartiere finora sconosciuto della mia Genova. Come se piazza De Ferrari fosse ad un tiro di metropolitana da Boulevard de Montparnasse, e bastasse guardare fuori dalla finestra per vedere il Bigo. Come al solito.<br />
Invece alzo gli occhi e vedo la Tour Eiffel, illuminata e luccicante, fuori del mio abbaino.<br />
No. C&#8217;è qualcosa che non va, Francesco. Sei a Parigi. Sei a Parigi.<br />
Ma ogni volta è solo un attimo di consapevolezza, che subito scivola nel turbine di cose da fare, di documenti da presentare per l&#8217;università, per il conto in banca, per l&#8217;abbonamento della metropolitana. Scivola via per essere confusa, offuscata ed infine abilmente rimossa e stoccata in chissà quale anfratto della mia mente. Un gran bello scherzo davvero. </p>
<p>30 Agosto 2009</p>
<p>C&#8217;è un grande via vai per le scale di casa A, che vanamente sto tentando, se Dio vuole per l&#8217;ultima volta quest&#8217;anno, di far pulire alla mia squadra di ragazzi. Tutti che portano su e giù le valigie, liberano i letti e le stanze di Monteleco e si preparano a tornare a casa. Cosa significhi poi casa per questi ragazzi di cui ci occupiamo per quattro settimane lungo tutto agosto, è da vedere. Casa. Si torna a casa, e anch&#8217;io ritorno alla mia, per niente felice e piuttosto spaventato. Sono giorni ormai che, complice la stanchezza, sono sempre sull&#8217;orlo delle lacrime.<br />
<span id="more-1195"></span><br />
Spazzo il pavimento, e piango. Piango perché mi aspettano due settimane a casa, le ultime due per me, che sto per partire per la Francia, e le ultime due con me delle persone a cui voglio bene, e che mi accingo a lasciare qui. Piango perché ho paura. Piango perché mi dispiace. Piango perché mi sento in colpa. Ma soprattutto piango perché ho scelto, e per me scegliere è la cosa più difficile al mondo. Che si parli di strade, idee, ragazze, amici, io detesto e temo sopra ogni cosa dovermi definire in una posizione, e mantenerla. Quanto più facile, e meno pericoloso per i sentimenti di tutti, è restare nel seno della possibilità. Finché il mondo è fatto di opzioni nessuno può farsi male, ma solo immaginare di essere felice. E se fantasticare sulla felicità non è felicità vera, almeno niente e nessuno potrà ferirci. È un buon compromesso. Ci si può abitare dentro, come in una personale sfera di diamante -trasparente, perfetta, infrangibile- e dal suo interno guardare l&#8217;universo, sicuri che niente ci possa colpire. Ma separati dalla realtà.<br />
Io non ci credevo, che non si potesse vivere così. Per anni sono stato fermamente convinto -e una parte di me lo è ancora, e lo sarà sempre- che dentro quel comodo e cristallino guscio di possibilità io avessi trovato la condizione ideale. Poi, lentamente, ho dovuto rendermi conto che la mia convinzione altro non era che un&#8217;appetitosa menzogna che mi servivo da solo, tutti i giorni, per consolarmi e dimenticare le mie debolezze. E mi sono costretto a guardare la verità, cioè che nessuna realtà è fatta di opzioni, di possibilità. No, la realtà in cui viviamo è fatta di strade a scorrimento veloce e d&#8217;incroci; quando scatta il verde del semaforo, allora bisogna scegliere una direzione e partire. Altrimenti la gente dietro si mette a suonare. O peggio, si rischia d&#8217;essere investiti. Le possibilità sono che la vita ci mette davanti sono meravigliose a vedersi, ma effimere come la rugiada del mattino, che scompare col primo sole. Dilatarle all&#8217;infinito significa vivere fuori del mondo, in un presente che non è presente, ma un&#8217;offuscata fantasia di un futuro che non si realizzerà mai. E quel che è peggio: non si realizzerà mai perché noi non permettiamo che lo faccia!<br />
Tanto più che prima o poi il presente arriva da solo, e quando ti investe con tutta la sua devastante realtà, allora delle scelte sei costretto a farle. Con tanti saluti alla tua tanto amata libertà, che pretendevi di proteggere procrastinando all&#8217;infinito il momento della scelta.<br />
E allora, che fare? Rientrare -con enorme fatica- nel mondo dei vivi, e scegliere.<br />
Chi vuoi essere?<br />
Spazzo il pavimento e piango, perché crescere mi costa tante lacrime. Fuori cominciano ad arrivare i primi genitori, che vagano nel cortile pieno di foglie (è una sciagura, questa ruggine degli ippocastani. A metà agosto sembra già pieno autunno) davanti alla chiesa dove tra poco Fully dirà l&#8217;ultima messa della stagione. Volano le foglie. Ho addosso una maglietta verde prato con scritto sopra -in inglese maccheronico- “the people is the power”: certamente è così. Certamente, se Fullyno e questo posto mi hanno insegnato qualcosa, è che il carburante per vivere sono le altre persone. Vado in chiesa e prego, perché le persone che ho così paura di lasciare qua possano essere energia per intraprendere il cammino che mi sono scelto. Trampolino di lancio per chi parte, e materasso per l&#8217;atterraggio di chi torna. Ciò che mi sono sforzato d&#8217;essere per gli altri, ma che davvero non ho la forza di credere che gli altri possano essere per me.</p>
<p>8 Settembre 2009</p>
<p>Bergeggi: “l&#8217;ultima giornata al mare tutti insieme”. Che meraviglia ragazzi, che bello&#8230;<br />
Non mi ricordavo che in Liguria esistessero spiagge di tale bellezza, ma negli ultimi giorni ho dovuto ricredermi. Il golfo del Tigullio nel weekend e poi questo piccolo paradiso a un tiro di schioppo da casa. Non ti accorgi mai di quanto sia bella casa tua finché non stai per andartene, temo. I fregi dei palazzi, nel centro storico, non hanno mai colpito la mia retina con tale violenza come in questi giorni, né mi hanno mai impressionato tanto i gabbiani che volano vorticando di notte, sul Bigo, come falene attratte irresistibilmente dalla luce d&#8217;un lampadario (solo che nel caso del Bigo è tutto sottosopra). Tutto quel che guardo è prezioso. E tutto ciò che faccio, è “per l&#8217;ultima volta”. Anche se non sono io a pensarlo, c&#8217;è sempre qualcuno che me lo ricorda, che me lo dice, che lo sottolinea con un tratto di matita rossa. Ma andate tutti a farvi una lunga passeggiata sul molo corto, come diceva Guybrush Threepwood. Cosa vuol dire ultima volta? E perché dovrebbe esserlo?<br />
Mi sento preso tra l&#8217;incudine ed il martello: tutti vogliono vedermi un&#8217;ultima volta, tutti famiglia compresa fanno a brani il mio tempo cercando di accaparrarsene un pezzo ancora. Io in realtà, vorrei solo stare a guardare i gabbiani ed le chiavi di volta degli archi murati davanti a San Siro. Ma li adoro perché insistono, perché come di mio solito, io ho paura di voler bene troppo, e quindi tendo a svicolare. Che bastardo. Vi chiedo scusa, a tutti, se sono sfuggente. Ancora una volta, è per non piangere. Mi paro dietro il mio guscio, facendo finta che niente stia cambiando, cercando di non soffrire. Grazie per avermi costretto (ma Ste, ti prego, la prossima volta che vuoi farmi ubriacare, non sfidarmi a Trivial Pursuit!). Detto questo, NON è affatto l&#8217;ultima volta. E, se voi non mollate me, tranquilli, io non mollo voi neanche morto.</p>
<p>15 Settembre 2009, Martedì. Ore 17:45.</p>
<p>Il tempo passa, gli amici partono, io anche, infine. È impressionante il numero di persone che se ne va quest&#8217;anno, ed è consolante sapere che se io rimanessi a casa, mi sentirei solo tanto quanto so che mi sentirò a Parigi, la grande città. Con qualche rilevantissima eccezione, i miei migliori amici se ne vanno da Genova, preda anche loro di questa mania di andarsene che colpisce la nostra generazione, mania che ormai ho imparato a riconoscere, e che ha molto a che fare col panico (mi si può credere, io sono nel numero di chi se ne va, un contagiato d&#8217;annata da questo morbo epidemico. Denominazione d&#8217;origine controllata). In fondo, mi mancherebbero allo stesso modo, sia restando a casa, che andando via.<br />
Si parte.<br />
Il treno per Milano lo conosco, è lercio come al solito. E quel che è peggio, sono lerci i finestrini, tanto da rendere opaca e lontana l&#8217;immagine dei miei fratelli e della mia ragazza sulla banchina, a salutare. Mia mamma non è voluta venire sul binario, e mio padre è rimasto con lei. Salutano attraverso lo sporco del vetro. Sono solo a due metri di distanza, ma sono già irraggiungibili. Mi sforzo di sorridere, ma riesco a produrre solo una smorfia di quelle che se mi potessi guardare allo specchio, mi verrebbero le convulsioni da tanto ridere. Spegnete la luce, vi prego, e svegliatemi domani mattina.<br />
Ma no.<br />
Il cambio è a Milano, e il mio secondo treno, quello per la Ville Lumière, parte alle 23:35. Non ci sarà sonno per me, almeno per un po&#8217;. Fortuna che, alla stazione centrale, ad aspettarmi c&#8217;è Nicola. Meraviglioso Nicola. Non so se mi riesce di dirgli quanto importante sia per me avere la possibilità di poter passare quelle ore di limbo con un amico vero. Non so se si rende conto che se lui non fosse lì a tenermi compagnia, semplicemente a chiacchierare, io girerei sui tacchi e tornerei a casa. In fondo lui ha l&#8217;anima del routard, e del mio viaggio vede solo la faccia lucida. Io invece oggi vedo solo quella opaca, com&#8217;era logico aspettarsi da me.<br />
A Milano fa un gran freddo, accidenti: io ho ai piedi i sandali, irrinunciabili Birkenstock, uniche vere calzature adatte ai miei piedi, laddove tutte le altre scarpe sono prigioni. Maledetto l&#8217;inventore delle scarpe. E maledetto questo freddo. Io senza sandali, proprio non potevo partire.<br />
Finalmente arriva il mio treno, ed io lascio andare Nicola alla sua metro, alla sua Bocconi, alla sua vita intensa per lanciarmi nella mia. Aspetta però. C&#8217;è ancora tutta la notte, in uno scompartimento grande come il mio bagno, con altre cinque persone! Nell&#8217;ordine: una signora di mezza età, molto parigina, assai schifata dalla Trenitalia (come darle torto); due giovani giapponesi in tour per l&#8217;Europa, se non avessero parlato tutta la notte li avrei amati assai di più; una donna africana, bella ma molto puzzolente e dalla grandissima valigia (la mia è ingombrante, non dico di no, ma la sua! Altro che pentolini per il cappuccino deve averci messo!); una bella ragazza francese, sola, che tornava da una vacanza nel Nord Italia. Bella davvero.<br />
Che inizio. Io, il treno, il nuovo numero di Rat-Man (sia lodato Leo Ortolani nunc et semper, in omnia saecula saeculorum).<br />
Buonanotte, Italia.</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;altro fuoco. L&#8217;esperienza della poesia</title>
		<link>http://ilgattocertosino.wordpress.com/2009/08/01/1154/</link>
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		<pubDate>Sat, 01 Aug 2009 12:47:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilgattocertosino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Rosa Elisa GIANGOIA e Mariangela DE TOGNI  hanno partecipato all&#8217;incontro L&#8217;altro fuoco. L&#8217;esperienza della poesia che si è svolto a Ravenna sabato 18 luglio.
La prima ha tenuto una breve relazione dal titolo  Memorie dantesche in un poeta di oggi: Guido Zavanone , mentre la seconda ha letto le sue liriche  La sento [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilgattocertosino.wordpress.com&blog=613472&post=1154&subd=ilgattocertosino&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/08/rosae4459.jpg?w=150&#038;h=112" alt="RosaE4459" title="RosaE4459" width="150" height="112" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1185" /><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/08/mariangela.jpg?w=150&#038;h=77" alt="Mariangela" title="Mariangela" width="150" height="77" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1187" /><strong>Rosa Elisa GIANGOIA</strong> e <strong>Mariangela DE TOGNI</strong>  hanno partecipato all&#8217;incontro <strong><strong>L&#8217;altro fuoco. L&#8217;esperienza della poesia</strong></strong> che si è svolto a Ravenna sabato 18 luglio.<br />
La prima ha tenuto una breve relazione dal titolo  <em><strong>Memorie dantesche in un poeta di oggi: Guido Zavanone</strong></em> , mentre la seconda ha letto le sue liriche  <strong><em>La sento venire quella voce</strong></em>, <strong><em>C&#8217;era in quella statua</strong></em>, <strong><em>Se non sapessi</strong></em>, <em><strong>Parlami dell&#8217;aurora</strong></em>.<br />
<span id="more-1154"></span><br />
<img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/08/img_2213.jpg?w=300&#038;h=224" alt="IMG_2213" title="IMG_2213" width="300" height="224" class="aligncenter size-medium wp-image-1192" /><br />
<em><strong>Memorie dantesche in un poeta di oggi: Guido Zavanone</strong></em></p>
<p>Ho scelto di parlare di un poeta di cui da tempo mi occupo, Guido Zavanone, da un lato per suoi particolari legami con Dante, dall’altro perché mi pare rispondere anche alla visione della letteratura illustrata precedentemente da padre Antonio Spadaro ed ampiamente espressa nei suoi due recenti volumi (<em>Abitare nella possibilità</em> e <em>L’altro fuoco</em>).<br />
          Premetto che in tutta la tradizione letteraria e in particolare in quella del Novecento (non solo italiano) molti sono i poeti che vivono un rapporto stretto di memoria poetica con l’opera di Dante, poeti che attraverso il gioco antico della memoria-omaggio recuperano stilemi dal testo dantesco che, come cellule attive, incastonano nel loro personale tessuto di creazione poetica.<br />
        Diverso è il caso del poeta genovese Guido Zavanone, il cui rapporto con il poema dantesco è molto più originalmente vissuto, in quanto la sua poesia, nell’ormai ampio ed articolato arco del suo sviluppo, presenta numerose ed interessanti omologie con l’Alighieri, che si concretizzano in analogie di procedimenti creativi.<br />
          Come ho dimostrato nel mio articolo pubblicato qualche anno fa sulla rivista “Poeti e poesia”, bisogna sottolineare innanzitutto che Guido Zavanone è un poeta che si riappropria di un moderno uso dell’allegoria: questo vuol dire oltrepassare il simbolismo tipico del decadentismo e riacquistare un elemento espressivo funzionale ad orientare la poesia verso una modernità che si radica nella più antica tradizione del dire per figure, quel dire che sa far assumere agli elementi della realtà non solo valori genericamente traslati, ma funzioni concettuali di valenza esistenziale e morale.</p>
<p>             Esemplificativa, a questo proposito, può essere l’<em>Ode alle banche</em>, nella quale Zavanone vuole far emergere la negatività del presente vivere disumanizzante, in cui la “cosa”, o meglio il denaro, si accampa come valore supremo che offusca  la dimensione più autentica dell’uomo. La rappresentazione della freddezza disumana della banca, di recente particolare attualità, ci riporta all’incontro di Dante con gli usurai, neppure identificati individualmente come persone nel c. XVII dell’<em>Inferno</em>: Dante ha posto <em>in nuce</em> il problema della disumanizzazione che il prestito ad interesse, nuovo motore economico della società del suo tempo, avrebbe introdotto nella vita dell’uomo, Zavanone ne fa emergere tutta la potenza disumanizzante con versi di fredda ironia:<br />
<em>Le banche sono tranquille e serene dimore<br />
dove non abita la vita<br />
ed è sconosciuta la morte.<br />
[…]<br />
Forse un giorno tra queste<br />
ovattate pareti ci avverrà di sparire<br />
cifre di un conto saldato per sempre,<br />
da più non riaprire.</em><br />
                 Ma è soprattutto tramite i due poemetti, <em>Il viaggio</em> (1991; 2009) e <em>Il viaggio stellare</em> (2009) che meglio si può misurare il rapporto con Dante. Innanzitutto per il coraggio di porsi nella stessa prospettiva di giudicare il nostro mondo contemporaneo dal basso del moralmente negativo e dall’alto della tensione morale e spirituale, sempre comunque dal di fuori, da un punto di osservazione estraneo al vivere terreno. Per Zavanone, poi, Dante è l’unico possibile autentico maestro di poesia; fa dire infatti alla sua guida che lo accompagna attraverso i cieli: <em>Quanto ai tuoi versi, t’ha insegnato Dante, / se pur nessuno / può imparar quell’arte</em> (Il v.s, p. 85). Il primo poemetto, che ha per tema un viaggio sotterraneo, non è tanto, o meglio non solo, un itinerario tra un luogo ed un altro, ma piuttosto l’allegoria di un percorso verso la decifrazione del senso dell’esistenza, che avviene attraverso un disvelamento progressivo di cui il poeta con la sua sapienza può farsi rivelatore. La dimensione di questo viaggio è prevalentemente mitica con la riappropriazione della vicenda di Teseo nel Labirinto, senza strumenti, senza segnali, senza riferimenti, con un senso di smarrimento più acuto anche per la situazione storica di fine delle ideologie, in particolare di quella marxista. E’ un viaggio rischioso in sotterranei e cunicoli di cui il poeta si fa guida per gli altri verso una meta che può essere solo quella della scoperta della verità. A rischiarare c’è solo la speranza di raggiungere la verità. La conclusione è però all’insegna della sospensione e dell’ambiguità. Non c’è il precipitare nel baratro dell’abisso, ma nemmeno la salvezza. I viaggiatori, guidati dal poeta, arrivano a vedere la rosa che <em>inclina il delicato collo e il sole / che nasce e sconosciute stelle</em>, sentono <em>il trillo acuto / degli uccelli</em> e <em>il suono grave / dei calmi fiumi che scendono alla foce</em>, nonché <em>una musica d’arpe che accompagna i grandi versi mai scritti</em>, ma si vengono a trovare davanti ad un grande cancello chiuso, oltre il quale non è possibile andare. Dal di là del cancello una voce grida siete arrivati, ma non si riesce a comprendere <em>se beffarda od amica</em>. Questa conclusione del poemetto si potrebbe interpretare come l’affermazione che oggi l’uomo può, al massimo, arrivare al cancello del Regno, che resta chiuso perché è ormai troppo coinvolto nel male della storia o perché non ha più l’umiltà di accettare il limite delle sue possibilità e abbandonarsi pienamente e con fiducia alla “voce”. In ultima analisi il premio e la consolazione consisterebbero nell’acquisizione che il Regno esiste. La poesia di Zavanone è dunque sostanziata dalla fantasia e proprio per questo sembra rispondere a quell’esigenza di scoprire <em>senza selci l’altro fuoco</em> che Spadaro assegna alla letteratura. Infatti la creazione poetica di Zavanone, anche se affidata alla fantasia, rimane sempre fortemente legata alla realtà, anzi la forza dell’invenzione diventa un’occasione di esperienza e di interpretazione della realtà, grazie alla capacità del poeta di far filtrare la verità attraverso l’immaginazione. Tutto questo può essere ben esemplificato dal successivo recente poemetto <em>Il viaggio stellare</em> in cui l’esperienza vissuta dal poeta tramite la fantasia come viaggio nell’universo siderale, con una guida amorosa e con possibilità di incontri significativi (san Francesco d’Assisi, madre Teresa di Calcutta, Giordano Bruno, Dante stesso ed i propri genitori) e di dialoghi inaspettati, con abbandoni ad un ironico ed ariostesco rovesciamento della realtà, diventa occasione di coinvolgere il lettore in una nuova lettura e visione del mondo, non tale da interpretarlo e spiegarlo in modo pienamente soddisfacente, ma piuttosto capace di tenere viva un’attesa di chiarezza, sostanziata di speranza. Possiamo prendere in considerazione il pianeta dei nani e dei giganti, in cui i primi, dalla testa possente, tengono al guinzaglio giganti schiavi, che latrano come cani addomesticati, oppure quello degli ibernati popolato <em>di immagini avorio e ghiaccio, in attesa / che tra secoli o forse tra millenni / qualcuno d’improvviso li ridesti /da quell’ibernazione e da quel sonno / che rifuggendo da vita e da morte / vollero procurarsi da se stessi</em>. Dopo di loro ci sono i robot, sopravvissuti agli uomini che li avevano creati e resi capaci di autoripararsi, tanto che ora loro possono esultare per <em>la scomparsa improvvisa e insperata / di questa specie arrogante e assassina</em>. Ma gli uomini sono superiori alle ombre viventi, <em>coloro che mai ebbero un corpo e non conoscono / l’orrore senza fine delle tombe</em>, in quanto, sostiene il poeta <em>Se il nostro corpo si corrompe e muore / se ci accompagnano odio e sofferenza / ci confortano ognora arte ed amore / di cui voi non avete conoscenza</em>. Ma per il poeta costante, e più forte nel confronto con Giordano Bruno, è l’interrogativo se Dio creatore esiste e il suo sforzo per immaginarlo, di fronte a cui la sua guida tenta di consolarlo dicendogli: <em>ma per salvarsi basta forse crederci / nascondendo la testa nel mistero</em>. Molto forte è la contrapposizione tra la classe dirigente, di questo come di ogni tempo, i cui esponenti (industriali, politici, magistrati, scrittori rinomati, critici e poeti) <em>cautamente parlavano tra loro / di scambi, di prebende, di favori</em> e l’uomo dalle vesti stracciate, dal costato ferito, in cui facilmente si riconosce il Cristo, sempre pronto a perdonare e a salvare, in questo caso anche il poeta narrante vittima di un momento di abbandono alla sensualità e alla violenza. Il pensiero del poeta durante tutto il viaggio è costantemente teso <em>a quel mistero che vieppiù c’intrica</em>, mentre l’agire della sua guida è mosso dal desiderio di <em>vincere la noia</em>, di fronte al quale non sa dare al poeta altro consiglio che: <em>Godi la bellezza / che giorno a giorno ti vado mostrando, / sullo scosceso ciglio della vita / cogli il fragile fiore dell’istante.</em> Gli uomini di fronte a tutto questo <em>nulla avevano a dire se pure / ventriloqui vani cianciavano</em>. L’incontro centrale di tutto il poemetto è con Dante, il quale non elude la domanda del poeta viaggiatore: <em>esiste un Dio che l’universo regge?</em> La sua risposta è semplice, ma nello stesso tempo sfuggente: <em>Se intendi rettamente la visione / che muove la Commedia e la suggella / Dio è luce in cui l’uomo si riflette./ Ma se l’arida scienza l’apparenta / a protoni, neutroni ed elettroni / ogni fede ha perduto sua semenza.</em> Altri incontri sono contrassegnati da elementi ed impronte di attualità: il missionario laico, che molte vite salvò nel Ruanda, ma che si rammarica dicendo: <em>Non feci per loro abbastanza</em>; poi <em>Welby liberato / infine da una vana sofferenza / lungamente inflittagli nel nome / della sacralità dell’esistenza</em> ed ancora <em>L’orda dei malvagi</em> macchiatasi dei peggiori crimini contro l’umanità e poi <em>Gl’innocenti</em>, cioè i bambini…/ <em>che muoiono a milioni sulla Terra / per la fame la sete ed altre piaghe / bibliche oltre al flagello della guerra</em>. Rilevante è anche la figura del re del Petrolio, che riassume in sé tutta la spietata ferocia dell’imperialismo americano. Infine l’incontro con <em>Gli avi</em>, le persone care, cioè il padre e la madre del poeta, che ricalca gl’incontri nell’aldilà all’insegna dell’affetto di tradizione epica e dantesca.<br />
In ultimo la guida dà al poeta gli <em>Ammonimenti</em>, che si possono riassumere in questi versi: <em>Cari ti siano invece i veri santi / che non fanno miracoli annunciati / ma danno amore e asciugano i pianti. / Rischiarano il cammino verso il Vero / portando sulle spalle il peso enorme / e leggero del cielo. Modello ne sono Francesco e Teresa che dei santi conducono la schiera / e portano tra le braccia la speranza / per cui sbocciano i fiori a primavera.</em><br />
Il viaggio sta ormai per concludersi con una sosta sulla Luna, rivisitata con un episodio di ariostesca ironia di cui è protagonista il senno, di cui si fa lassù commercio intercettando cervelli mai usati; è molto apprezzato il senno <em>di coloro / che raggiunsero cariche ed onori / nell’agone civile o militare  in quanto non hanno mai usato quella parte / che fa distinguere il bene dal male</em>. Il poeta ha un momento di terrore, quando cerca il suo senno tra i banchi dei poeti laureati. Per sua fortuna può concludere: <em>Non era esposto / e ne fui grato a Dio</em>.<br />
           Dopo una riflessione su <em>Le parche e il tempo</em>, anche questo viaggio si conclude dietro ad un cancello, dove ancora una volta <em>“Siete arrivati”, gridava una voce, / non so se beffarda od amica</em>.<br />
            Al poeta Zavanone manca la certezza del possesso della verità, ha solo il fuoco della ricerca, l’indagine, la tensione, sostanziata di speranza che si fa voce poetica per bruciarsi incessantemente, senza mai vanamente consumarsi, in questa ricerca. Nel suo itinerario poetico, a bruciare, attraverso la sua poesia è soprattutto la realtà del nostro mondo, della nostra organizzazione di vita, di cui vengono messi a fuoco i limiti, le manchevolezze in rapporto ad una dimensione veramente umana in un gioco tutto di fantasia.</p>
<p><em><strong>Rosa Elisa Giangoia</strong></em></p>
<p><strong>LA SENTO VENIRE QUELLA VOCE</strong> </p>
<p>La sento venire quella voce<br />
dal labirinto dei pensieri<br />
nel vento dei giorni.</p>
<p>La sento venire quella voce,<br />
inatteso segreto, dall&#8217;orizzonte<br />
largo del mare,<br />
dai grovigli deliranti di verde<br />
negli scorci fioriti<br />
inebriati di cielo.</p>
<p>La sento quella voce<br />
venire con gli ulivi maturi<br />
dal sapore di sale.</p>
<p>Ora, nella memoria,<br />
germogliano acque di fontane<br />
e il mormorio dei canneti<br />
mi dilata il cuore nella sera<br />
inzuppata di silenzio<br />
e di sospiro.</p>
<p><strong>C’ERA IN QUELLA STATUA</strong></p>
<p>C’era in quella statua<br />
antica di Madonna<br />
qualcosa di medievale.<br />
Gli occhi, nel viso<br />
candido come alabastro,<br />
simili a liquide pozze<br />
profonde, come di madre<br />
che guarda dal cuore<br />
il figlio.</p>
<p>I ceri accesi,<br />
a farle corona,<br />
parevano lacrime, forse,<br />
di un cherubino?</p>
<p>La sera entrava<br />
con l’ampio mantello di velluto,<br />
nella chiesa solitaria,<br />
come un pittore di sogni,<br />
oltrepassando<br />
il verde delle alghe<br />
dal percorso del mare.<br />
Solo lo sguardo affogato<br />
nell’azzurro.</p>
<p>Certi silenzi sono<br />
come l’ombra che rientra<br />
nella luna a consultare<br />
le stelle.<br />
E la mia solitudine.</p>
<p><strong>SE NON SAPESSI</strong><br />
Se non sapessi<br />
nulla dell’aurora<br />
e della notte<br />
piena di stelle.<br />
Se non vedessi<br />
il colore dei fiori<br />
sulla riva del mare<br />
e le sue tonalità<br />
d’azzurro.<br />
Se non sentissi<br />
il profumo<br />
dell’incenso<br />
dentro la navata<br />
deserta della chiesa<br />
né il silenzio<br />
appeso<br />
alle pareti del cuore.<br />
Immensi nel crepuscolo<br />
passerebbero<br />
i pensieri<br />
come un rosario scolpito<br />
nel tronco<br />
della mia solitudine.</p>
<p><strong>PARLAMI DELL’AURORA</strong><br />
Parlami dell’aurora,<br />
Madre, quando mi vedi<br />
avvolta nel mantello<br />
della notte e le conchiglie<br />
sulla sabbia fredda<br />
del mare non sono<br />
più colme di sole.</p>
<p>Il tempo avanza<br />
e il cielo grigio di pioggia<br />
e gelo,  s’incunea<br />
nelle pieghe dell’anima.</p>
<p>Donna del sì<br />
grande come il creato,<br />
parlami della luce<br />
che sveglia gli arcobaleni<br />
e ridipinge lo stelo<br />
dei fiori nel deserto.</p>
<p>Se Tu, Madre,<br />
sarai nel mio cuore<br />
anche Tu ad attendere<br />
il giorno, le lacrime<br />
si asciugheranno<br />
dagli occhi<br />
e scoprirò petali<br />
di gioia.</p>
<p><em><strong>Mariangela de Togni</strong></em></p>
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		<title>Poeti profeti?</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2009 18:36:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilgattocertosino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Rosa Elisa Giangoia e Mariangela De Togni hanno partecipato al convegno &#8220;Poeti profeti?&#8221; tenutosi il 27 giugno 2009 a San Miniato al Monte a Firenze, organizzato da padre Bernardo della Comunità dei Monaci Olivetani e da Alessandro Ramberti della Casa editrice Fara. La prima ha tenuto una relazione dal titolo Poesia e profezia nella Commedia, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilgattocertosino.wordpress.com&blog=613472&post=1098&subd=ilgattocertosino&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/io1.jpg?w=300&#038;h=205" alt="io" title="io" width="300" height="205" class="alignleft size-medium wp-image-1143" /><strong>Rosa Elisa Giangoia</strong> e <strong>Mariangela De Togni</strong> hanno partecipato al convegno <strong>&#8220;Poeti profeti?&#8221;</strong> tenutosi il 27 giugno 2009 a San Miniato al Monte a Firenze, organizzato da padre Bernardo della Comunità dei Monaci Olivetani e da Alessandro Ramberti della Casa editrice Fara. La prima ha tenuto una relazione dal titolo <strong>Poesia e profezia nella <em>Commedia</em></strong>, mentre la seconda ha letto due sue poesie (<strong>Non era solo il <img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/mariangela2.jpg?w=300&#038;h=224" alt="Mariangela2" title="Mariangela2" width="300" height="224" class="alignleft size-medium wp-image-1144" />vento</strong> e <strong>Natale</strong>.<br />
<span id="more-1098"></span><br />
</strong>Rosa Elisa Giangoia<strong><br />
<strong>Poesia e profezia nella <em>Commedia</em><br />
La <em>Commedia</em> è il testo poetico in cui la profezia è l’elemento costitutivo essenziale.<br />
Il termine “profezia” nella <em>Commedia</em> si sfaccetta in una pluralità di significati: possiamo infatti intenderlo come predizione del futuro, in senso interno e storicamente esterno, nonché soprattutto come proclamazione di verità. Innanzitutto ci sono le profezie che riguardano Dante uomo e in particolare il suo esilio, messe in bocca a Farinata degli Uberti (Inf. X, 77-81), Brunetto Latini (Inf. XV, 61-64), Vanni Fucci (Inf. XXIV, 140-142), Corrado Malaspina (Pg. VIII, 136-138) e a Cacciaguida (Pr. XVII, 55-60). La forte carica profetica che investe questo tema<br />
va messa in relazione al fatto che in  Dante il suo esilio non ha un carattere puramente individuale, ma è presentato, sin dall’inizio, come profonda offesa della giustizia: in questo modo viene travalicata la dimensione puramente autobiografica ed anzi l’esperienza individuale va a saldarsi con il tema della degenerazione della Chiesa, per il quale Dante usa toni di altisonante proclamazione della verità, che si legano alla seconda accezione del termine “profezia”. Naturalmente quelle sull’esilio sono tutte profezie <em>post litteram</em>, che riguardano cioè un avvenimento già avvenuto quando il poeta scrive, ma non ancora avveratosi al momento in cui è collocato il viaggio ultraterreno (primavera del 1300), come anche a proposito di altri personaggi e fatti storici (la sconfitta della Lastra, l’ospitalità degli Scaligeri, l’inganno ordito da papa Clemente V contro Arrigo VII, il <em>giusto giudicio</em> invocato sulla casa d’Asburgo, le prime manifestazioni della virtù di Cangrande). Questo espediente letterario, di fatto creato da Dante e da lui ampiamente utilizzato, ha una valenza che travalica la sfera letteraria in quanto inserisce nel disegno provvidenziale di qualche cosa voluto dall’alto singoli avvenimenti storici a cui il poeta conferisce un significato particolare. Ma la <em>Commedia </em>è stata in seguito interpretata come testo profetico in senso storico. E’ l’interpretazione che ha ampia risonanza nell’Ottocento e che trova la sua voce più alta e significativa in George Byron, autore di un poemetto, <em>La profezia di Dante</em> (1822), in cui, sulla base dell’idea che la poesia sia un sentire un mondo precedente e un mondo futuro, si teorizza la capacità profetica di Dante riguardo la libertà e l’unità d’Italia, posizione che viene recepita e condivisa da altri autori italiani (Monti, Foscolo, Mazzini). Nel Novecento invece viene assegnata una valenza profetica all’esilio del poeta, al di là del dato biografico dell’autore, per il fatto che l’esilio è stata la condizione che ha contrassegnato la vita degli intellettuali del secolo scorso, quello in cui Dante ha trovato piena comprensione (grazie a studiosi e poeti anglo-americani e tedeschi: Eliot, Pound, Singleton, Auerbach) e che, pur avendo accumulato il massimo del sapere umano di tutti i tempi, ha visto un gran numero di uomini di cultura di tutti i campi, artistici e scientifici, obbligati ad abbandonare per ragioni politiche la loro terra e sovente costretti anche a rinunciare alla propria lingua.<br />
Esiste poi l’ altro e più stretto legame tra profezia e poesia di antica ascendenza letteraria e religiosa di cui Dante è erede e sa farsi partecipe. E’ una stretta relazione, in quanto entrambe,<br />
cioè poesia e profezia, guardano in profondità, colgono il senso dei fatti, delle cose, della vita, delle emozioni, dell’anima…e lo gridano forte perché tutti possano ascoltare, ma sanno anche sussurrarlo piano perché quella voce possa muovere corde intime ed interiori che le parole, banali, usurate, scontate non sanno toccare. La poesia è veramente creativa ed autenticamente profetica se muove le coscienze, se denuncia i mali del presente in una prospettiva che riguarda il futuro: in questo modo diventa l’ultimo baluardo capace di arginare l’inondazione tragica del pensiero unico della competizione, del consumismo, del materialismo che nega l’anima degli individui e dei popoli e vede solo terre di conquista.    La poesia diventa profezia quando sa guardare più in là della propria contemporaneità, sa capire il senso finalistico della storia, avere un progetto ed impegnarsi per realizzarlo. Inoltre diventa profezia quando sa leggere nell’intimo delle cose, coglierne il significato ed esprimerlo, ricercare risposte agli interrogativi di senso e offrirli alla cultura, soprattutto oggi in cui non vengono più privilegiate le parole della vita e la morte tende a prevalere, in cui la banalità e la falsità si stanno sempre più imponendo. E’ in definitiva una concezione che vede il discorso estetico subordinato all’impegno etico in un’ apertura dall’individuo al bene comune.<br />
In una dimensione cristiana profezia è anche saper uscire dalla visione di un cristianesimo appiattito sulla banalità dell’accettazione. I giorni dei disastri e del dolore non si devono confondere con “il giorno del Signore”, perché il Suo giorno è più lungo dei nostri giorni e noi dobbiamo vivere dentro di esso con fede consapevole e atteggiamento penitenziale.<br />
Di tutto questo Dante ha consapevolezza e soprattutto ha piena coscienza della dimensione comunitaria, del suo dover essere per gli altri. Infatti il suo <em>fatale andare</em>  è <em>in pro del mondo che mal vive</em> (Pg. XXXII, 103). La sua posizione di forza è la verità, possesso che lo porta ad una condizione di isolato; infatti egli farà parte per se stesso, il che non vuole assolutamente dire che si apparti, che non faccia nulla, ma vuol sottolineare il suo desiderio di un’indipendenza di giudizio, la sua aspirazione a mantenere una propria autonomia di pensiero di fronte agli eventi del suo tempo, al di fuori da gruppi costituiti e persino dalla Chiesa.<br />
In questa dimensione di verità, possiamo dire, sulla base dell’analisi di Auerbach (<em>Studi su Dante</em>), ogni fatto terreno è profezia o “figura” di una parte della realtà immediatamente e completamente divina che si attuerà in futuro. Ma questa non è soltanto futura, essa è eternamente presente nell’occhio di Dio e nell’al di là, dove dunque esiste in ogni tempo, o anche fuori del tempo, la realtà vera e svelata. L’opera di Dante è il tentativo di una sintesi insieme poetica e sistematica, vista in questa luce, di tutta la realtà universale. Per Dante il senso letterale o la realtà storica di un personaggio non contraddice il suo significato autentico, ma ne è la figura; la realtà storica non è abolita dal significato più profondo, ma ne è confermata e adempiuta.<br />
Dante può farsi profeta, attraverso la sua poesia,  perché in lui coesistono l’uomo che ha smarrito la via, e quindi anche il retto uso della ragione, e l’uomo che tornerà sulla retta via e alla ragione. Ma egli deve passare attraverso un processo di purificazione interiore per essere degno di parlare agli uomini in nome di Dio. Fondamentale è quindi l’esperienza della conversione, tanto che la <em>Commedia</em> è stata vista anche come il racconto della conversione di Dante, attraverso tre “vie” (purgativa, illuminativa, unitiva) che sono quelle contemplate dalla trattatistica cristiana in materia. Dante protagonista, in un momento decisivo, acquista coscienza della condizione di errore e disordine soggettivi e oggettivi in cui versa insieme agli uomini del suo tempo, cerca di uscirne e si avvia verso la meta della perfezione morale. Resta da definire la tipologia dell’errore che Dante individua come determinante per lo smarrimento suo e generale: ritengo si debba propendere per l’affidarsi, per superbia intellettuale, a verità che portano lontano dall’unica verità, quella rivelata. In questa visione dell’errore non dovrebbe essere estraneo l’interesse (o l’avvicinamento) di Dante all’averroismo (di cui possono essere testimonianza l’inizio della stesura del <em>Convivio</em>, la sua interruzione e la ritrattazione che ne fa nel c. III del <em>Purgatorio</em>). In questa prospettiva si può meglio comprendere il significato di Virgilio come retta ragione umana, capace sì di portare l’uomo verso la verità, ma non tale da rappresentare la totalità della verità, acquisibile solo con l’accettazione della Rivelazione.<br />
Letterariamente la dimensione profetica della <em>Commedia</em> è indicata fin dal primo canto, in cui sono numerose le analogie con i testi profetici della Bibbia: precisazione del tempo e del luogo della chiamata, memoria di Isaia nel primo verso (<em>in dimidio dierum meorum</em>, passando forse anche attraverso Stazio <em>in medio de limite vitae</em>), ricordi di Ezechia, Geremia, David, Daniele,  Natan e Ezechiele. A completare l’atmosfera profetica interviene Virgilio, figura letteraria che durante l’età patristica e l’Alto Medioevo si era caricato di valenze profetiche, negromantiche e apocalittiche, in ragione del libro VI dell’<em>Eneide</em> e di interpretazioni di altri suoi testi, in particolare della IV egloga.<br />
Dante autore quindi rappresenta in sé personaggio non solo la vicenda di ogni uomo, ma anche quella di un individuo dal destino eccezionale, prescelto per un alto compito di illuminazione intellettuale e morale per tutti, che si fa profezia nel senso autentico del termine. Del resto ogni profeta rappresenta spiritualmente tutto il suo popolo, pur essendo di fatto e nel destino personale un isolato. Questa condizione specifica di Dante viene ben delineata nel canto XVII del <em>Paradiso</em>. La profezia dantesca consiste nel compito dottrinale che il poeta si è posto, per cui il suo viaggio ha come scopo quello di condurre non solo se stesso, ma tutti gli uomini dalla miseria della loro condizione, cioè dalla <em>selva oscura</em>, alla salvezza.<br />
Stabilito il carattere profetico della <em>Commedia</em>, risulta interessante ritornare su una delle più oscure e importanti profezie, quella del Veltro (Inf. I, 97-105):</p>
<p>         <em>e [la lupa] ha natura sì malvagia e ria,<br />
che mai non empie la bramosa voglia,<br />
e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.<br />
         Molti son gli animali a cui s’ammoglia,<br />
e più saranno ancora, infin che ‘l veltro<br />
verrà, che la farà morir con doglia.<br />
           Questi non ciberà terra né peltro,<br />
ma sapienza, amore e virtute,<br />
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.</em><br />
             Questo vaticinio è volto a preannunciare un evento prossimo che sarà la nascita di qualcuno o la realizzazione di qualcosa con la promessa di un rinnovamento decisivo connesso a questi fatti, anzi da essi determinato. Siamo pertanto dinanzi a una profezia messianica ma, per la prossimità dell’evento atteso, di tipo non apocalittico. </p>
<p>          Come ha ipotizzato Giovanni Getto, il Veltro potrebbe essere Dante stesso: <em>Dante, che si confessa vinto davanti alla lupa, sarà quindi il vincitore di essa, dopo la sua rinascita operata attraverso la contemplazione del mondo del peccato e del mondo della virtù</em>.<br />
Al di là della soluzione degli enigmi degli attributi del Veltro, riferibili a Dante stesso, senz’altro di varia e possibile soluzione, resta il fatto che il poeta è consapevole di avere una missione da compiere, missione che non è soltanto quella di varcare le soglie dell’al di là, ma è qualcosa di più, per questo il suo compito si allinea con quelli di Enea e di san Paolo. A questo proposito si inserisce, nel II canto,  il tema del dubbio, anche questo presente nell’esperienza di quasi tutti i profeti (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Giona e Mosè).  La missione del poeta è quella di portare, attraverso il modello di se stesso, tutti gli uomini, tramite la liberazione dai peccati, dallo smarrimento iniziale alla beatitudine finale, con l’aiuto della ragione, rappresentata da Virgilio, della Fede irrobustita dalla Teologia, raffigurata da Beatrice. In questo modo Dante delinea anche una grandiosa prospettiva storica, che va oltre sant’Agostino nel riconoscere la sinergia tra i due mondi. Tradizione biblica e classica agiscono in parallelismo dialettico: dai classici Dante accoglie il suggerimento di un organico succedersi di eventi, mentre dagli scrittori biblici assume la coloritura spirituale e l’interpretazione provvidenziale aperta alla dimensione profetica.<br />
Più che Dante stesso come persona, risulta interessante ipotizzare che il Veltro sia l’opera stessa di Dante, la <em>Commedia</em>, con la quale il poeta affianca al percorso spirituale di liberazione dai propri peccati, quello della lotta politica contro le ingiustizie, e dà al Veltro, cioè alla propria opera, il compito di denunciare i misfatti dei potenti e la corruzione della Chiesa. La sua funzione dottrinale non si limita a svolgere un percorso spirituale, ma il poeta si fa uomo del suo tempo (simile ad un moderno opinionista) che sfrutta tutta l’efficacia espressiva della parola poetica per denunciare le violenze e le ingiustizie di cui ha consapevolezza.  Esemplificative di questo atteggiamento sono le parole di Cacciaguida  (Pr. XVII, 130-135):</p>
<p> <em>Ché se la voce tua sarà molesta<br />
nel primo gusto, vital nodrimento<br />
lascerà poi, quando sarà digesta.<br />
Questo tuo grido farà come vento,<br />
che le più alte cime più percuote;<br />
e ciò non fa poco argomento.</em><br />
              La profezia dell’antenato del poeta, dunque, completa quella iniziale fatta da Virgilio ed avalla l’ipotesi che il Veltro che ucciderà la lupa sia la forza stessa della poesia dantesca, che ha una funzione di ampio spettro, anzi possiamo dire completa, nella sua duplice dimensione spirituale e politica. Una poesia che costituirà  vital nodrimento per chi vorrà realizzare una propria personale conversione, ma che avrà anche il coraggio di colpire come un vento impetuoso le più alte cime, i potenti della terra, quando non fanno del potere uno strumento di servizio, ma un’occasione di prepotenza. Per questo la <em>Commedia</em> si rifà ad episodi di cronaca, fa parlare personaggi della vita politica del tempo e altri della storia e li giudica in base al loro operato, denuncia crimini impuniti e situazioni ritenute negative alla luce di una morale chiara e solida. Il monito profetico che Dante vuol dare è soprattutto quello di indurre l’uomo a prendere posizione e a lottare contro chi si fa lupo del suo simile, come ci dimostra anche la durezza della condanna contro gli ignavi, coloro che mai non fur vivi. Siamo agli inizi del Trecento, quando il Papato mette le mani su Firenze e di conseguenza Dante è esiliato, è il momento in cui Carlo d’Angiò e Pietro III d’Aragona si spartiscono l’Italia meridionale: Dante non sta a guardare, ma parla con tutta l’efficacia della sua parola poetica.<br />
Dante, uomo purificato, si è reso degno di parlare agli uomini in nome di Dio e lo fa con il linguaggio della poesia. Per questo non continua a poetare con il registro letterario aristocratico dello Stil Novo, ma forgia una lingua nuova all’insegna del plurilinguismo, usa uno stile nuovo, quello basso, definito comico, per dimostrare tutto il suo coraggio morale e coinvolgere i suoi lettori nel suo progetto di rinnovamento culturale, morale e politico. La poesia diventa così uno strumento per un disegno di portata completa.</p>
<p>Quella di Dante è una grande lezione sulla poesia, è la lezione di un ampliamento dell’uso e della funzione della poesia a servizio della verità, che dal giudizio sul presente storico sa attingere l’assoluto: un’opportunità che oggi meriterebbe di essere recuperata, perché necessaria nella società attuale in cui l’apparenza e la falsità tendono sempre più a dominare, dove si arriva a teorizzare una duplice morale, pubblica e privata. Sarebbe importante superare quella limitazione soggettiva e sentimentale della poesia che l’assolutizzazione di una linea del Romanticismo, fatta propria dal Decadentismo, ci ha consegnato e da cui nemmeno successive concezioni della letteratura, più impegnate, sono riuscite a farla uscire. Accogliamo la lezione dantesca di ridare alla poesia tutta la sua forza di verità per andare dal tempo all’eterno.</p>
<p><strong>Mariangela De Togni</strong><br />
<strong>NON ERA SOLO IL VENTO</strong><br />
V&#8217;era un pensiero non detto<br />
nel silenzio.<br />
Non era solo il vento<br />
ad avere memorie<br />
anche la solitudine<br />
era gonfia di sussurri.</p>
<p>Il rosso tramonto d&#8217;autunno<br />
che irrompeva dalla finestra<br />
antica d&#8217;alabastro<br />
formando sul pavimento<br />
chiaro un tappeto<br />
di zaffiro e ametista<br />
e le mura nude<br />
della chiesa silenziosa<br />
trasudanti<br />
sembravano impregnate<br />
di lacrime.</p>
<p>Poi una stella apparì<br />
intagliata nell velluto<br />
della notte<br />
sotto la curva bianca<br />
della luna.</p>
<p>sospesa in uno spazio senza tempo<br />
un sentimento mi percorse<br />
il cuore, così fragile<br />
e leggero<br />
quasi impalpabile<br />
come un giglio di campo.</p>
<p>Una gioia fatta di gemme?</p>
<p><strong>NATALE</strong><br />
Anche il cuore si arrende<br />
al Tuo silenzio<br />
nel profondo del chiostro<br />
solitario.</p>
<p>Un freddo di cristallo<br />
oggi scintilla sulle foglie<br />
irrigidite dalla brina.<br />
e v&#8217;è una luce inconsueta<br />
in questa aurora bianca<br />
di Natale.</p>
<p>Sull&#8217;orlo della fontana<br />
il sole sprofonda<br />
pallido, e sui rami<br />
dei pioppi<br />
merletti d&#8217;argento inquieti<br />
nel vento<br />
tintinnano suscitando<br />
pensieri che sanno<br />
di attesa.</p>
<p>O Mistero di un Dio<br />
che si fa creatura<br />
per amore dell&#8217;umanità.</p>
<p>Nella trasparenza dell&#8217;aria<br />
un sottile cerchio di luna<br />
diffonde una chiarità<br />
quasi trasognata.</p>
<p>E il Suo Amore<br />
a cercare le tracce<br />
dei nostri passi: nebbia,<br />
fiume, anonima palma,<br />
vortice che si quieta<br />
soltanto nella pace<br />
della sua misericordia.</p>
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		<title>AL SUQ DI GENOVA UNA SERATA DEDICATA ALLA POESIA ROMENA</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jun 2009 05:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilgattocertosino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Liliana Porro Andriuoli
Parte prima: I poeti
Giovedì 18 giugno alle ore 18, al Porto Antico di Genova, si è svolta un’interessante e originale manifestazione poetica (non solo una semplice recita di poesie, dal momento che sono stati cantati anche alcuni testi, insieme ad alcune canzoni), organizzata dalla locale Biblioteca Berio, che ha visto coinvolta, durante l’undicesima [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilgattocertosino.wordpress.com&blog=613472&post=1084&subd=ilgattocertosino&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/save0247.jpg?w=300&#038;h=144" alt="SAVE0247" title="SAVE0247" width="300" height="144" class="alignleft size-medium wp-image-1095" /><strong><em>Liliana Porro Andriuoli</strong></em><br />
Parte prima: I poeti</p>
<p><strong>Giovedì 18 giugno alle ore 18, al Porto Antico di Genova</strong>, si è svolta un’interessante e originale manifestazione poetica (non solo una semplice recita di poesie, dal momento che sono stati cantati anche alcuni testi, insieme ad alcune canzoni), organizzata dalla locale Biblioteca Berio, che ha visto coinvolta, durante l’undicesima edizione del <strong>SUQ, Festival delle Culture</strong>, l’Italia accanto alla Romania. Sono state infatti in questa occasione affiancate ad alcune poesie dei <strong>maggiori rappresentanti della poesia romena</strong> quelle di <strong>quattro poeti liguri</strong> (tutti legati al “Gatto certosino”), i quali hanno avuto la ventura di “emigrare”, qualche anno fa, con le loro poesie in terra di Romania. <span id="more-1084"></span><br />
Ma, per non togliere al lettore il piacere della sorpresa, è meglio non fare alcuna anticipazione e vedere invece per grandi linee come si è svolta la manifestazione, anche perché, a dire il vero, gl&#8217; indiscussi protagonisti della serata sono stati i poeti più rappresentativi della letteratura romena.<br />
Per prima ha preso la parola la dr.ssa Alberta Delle Piane della Biblioteca Berio, illustrando l’iniziativa e presentando il conduttore dell’incontro, <strong>Bruno Rombi</strong>, noto poeta genovese, saggista, critico letterario, conosciuto sia in Italia che in Romania e, <em>last but not the least</em>, anche pittore.<br />
Molti sono i libri di Bruno Rombi, sia in poesia che in prosa, che sono stati tradotti in lingua rumena; per citare solamente qualche titolo ricordiamo, fra le sue  raccolte poetiche tradotte:<br />
<em>Oltre la memoria/Dincolo de memoria</em>, Craiova, 1991; <em>L’arcano universo/Universul de Taina</em>, ivi, 1996; <em>Otto tempi per un presagio/Opt timpi o presimtire</em>, Piatra Neamt, 1999 e il recente <em>Come il sale/Precum sarea</em>, ivi, 2007.<br />
Nella sua prolusione Bruno Rombi, ha dapprima fatto un cenno ad alcune esperienze personali, collegate ai suoi frequenti viaggi in Romania, segnati dal fascino che hanno esercitato su di lui alcuni paesi visitati, dal ricordo della squisita gentilezza e ospitalità incontrata presso i loro abitanti, dalle immense distese di campi coltivati a granturco e a colza, dall’ascolto delle suggestive musiche tzigane e dai mistici monasteri ortodossi, spesso situati in oasi di vera pace. Rombi è passato poi a ricordare come l’amicizia con <strong>Stefan Damian</strong>, professore di Letteratura Italiana all’Università di Cluj, lo abbia enormemente stimolato ed aiutato nell’apprendimento diretto della lingua locale (piuttosto difficile per noi italiani, seppure appartenente allo stesso ceppo neo-latino): la conoscenza della lingua romena si è rivelata per lui una conquista utilissima, in quanto gli ha permesso di gustare nell’originale alcune delle più belle pagine della letteratura e, in particolare, della poesia di quel paese, ancora legato alla romanità, nel simbolo della memoria dell’imperatore Traiano.<br />
<img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/lucian_blaga.jpg?w=125&#038;h=150" alt="Lucian_Blaga" title="Lucian_Blaga" width="125" height="150" class="alignleft size-full wp-image-1093" />Nel ricordare il Festival Internazionale di Poesia in onore di <strong>Lucian Blaga</strong> (1893–1961) il conduttore ha detto fra l’altro come in più occasioni, sia in Romania che in Italia, si sia personalmente occupato di Blaga, il più grande poeta romeno del ‘900, e come gli sia capitato di raffrontare la sua opera poetica con quella dei suoi due contemporanei italiani, Montale e Quasimodo.<br />
A questo punto <strong>Miruna Stefanescu</strong> ha tracciato un breve profilo critico di Lucian Blaga. Filosofo e letterato, “è stato il poeta che, per la sua vasta cultura anche mitologica, più si è accostato ai poeti italiani, dimostrando la stessa dialettica tra la natura e la cultura che troviamo nei grandi poeti italiani, da Carducci a Ungaretti, fino a Montale e a Quasimodo”. Dopo un primo contatto con la terra, con il villaggio e con il folclore locale, è seguita per Blaga l’iniziazione culturale, che gli ha permesso un ritorno alla natura più consapevole e maggiormente arricchito, sì da porsi di fronte ad essa in modo più problematico e con “domande molto più complesse, come quella sulla relazione tra l’essenza dell’uomo e l’essenza delle cose”. La risposta è stata quella meravigliosa sensazione, unica ed irrepetibile, una vera rivelazione mitica, che solo un’autentica opera d’arte può provocare in un uomo. “Il merito del linguaggio poetico di Blaga, ha proseguito Miruna, consiste nel sapersi liberare della sovrabbondanza lessicale dei suoi contemporanei, rimanendo sempre teso tra l’espressionismo di Rilke e l’espressionismo del folclore romeno”.  Di Lucian Blaga la brava Raluca Mihailla ha letto, sia in lingua originale che nella traduzione italiana (opera di Stefan Damian  e Bruno Rombi), la poesia <em>EU NU STRIVESC COROLA DE MINUNI A LUMII/ IO NON DISTRUGGO LA COROLLA DEI MIRACOLI (PRODIGI) DEL MONDO</em>.<br />
(I testi nelle due versioni, italiana e romena, sia della poesia di LUCIAN BLAGA come di quelle di tutti gli altri poeti saranno riportati nella seconda parte dell’articolo.)<br />
Nel proseguire il suo discorso Bruno Rombi ha poi tracciato un rapido quadro della poesia romena, ricordando tra gli altri i poeti: <strong>Nicolae Iorga</strong> (1871–1940), fondatore della rivista <em>Samanatorul/Il seminatore </em>e poliglotta dalla vastissima erudizione; <strong>Emil Garleanu</strong> (1878-1914), autore di fini bozzetti ispirati al mondo contadino e a quello degli animali; <strong>Mihail Sadoveanu</strong> (1880-1961), autore di un affresco della patriarcale e idillica Moldavia dall’epoca di Ion Neculce (fine del 1600) ai giorni nostri; <strong>Octavian Goga</strong> (1881-1938), il quale fece parte del movimento nazionale romeno della Transilvania che nei primi anni del Novecento si batté per staccare la regione dall&#8217;Impero Asburgico ed unificarlo alla Romania; e ancora: il simbolista <strong>Ion Minulescu</strong> (1881-1944); <strong>Nichifor Crainic</strong> (1889-1972), il quale promosse la rivalutazione della cultura nazionale ortodossa del mondo bizantino orientale e <strong>Ion Pillat</strong> (1891-1945) traduttore di Jammes.<br />
Sono stati poi nominati <strong>Tudor Arghezi</strong> (pseudonimo di Ion Teodorescu, 1880-1970), autodidatta, poeta dai versi pervasi da un’impronta inconfondibilmente realistica, ispirati spesso ad un appassionato e contraddittorio rapporto con il divino; <strong>Adrian Maniu</strong> (1891-1968) lirico assorto e sereno, con un’ispirazione prevalentemente naturalistica e infine ancora Lucian Blaga, di cui è stato già detto sopra.<br />
<img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/eminescu_1.jpg?w=105&#038;h=150" alt="eminescu_1" title="eminescu_1" width="105" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1091" />Non si poteva a questo punto non dedicare un momento di attenzione al grande <strong>MIHAIL EMINESCU</strong> (1850–1889) che, in virtù della “ricchezza delle idee e dei sentimenti” di cui è portatore, è considerato il padre della letteratura romena e il creatore della lingua letteraria romena. Come ha ben illustrato la brava Miruna, “le sue opere più importanti sono legate alle concezioni romantiche che oppongono il bene ed il male e alle sue idee progressiste, ma suoi frequenti temi sono anche l’amore e la natura. EMINESCU ha inoltre amato senza riserve la bellezza della vita ed ha cercato di immetterla nei suoi versi”. Tradotto in più di sessanta lingue, non è però un poeta molto conosciuto in Italia.<br />
L’armoniosa voce di Monica Andrasescu ha cantato alcune delle 99 quartine di cui si compone <em>LUCEAFARUL</em>, la poesia più significativa di Mihail Eminescu, considerata un vero e proprio capolavoro della letteratura romena. Per il pubblico italiano (che attentissimo ha ascoltato sotto il tendone del SUQ la melodia di quei versi), la brava Monica ne ha anche commentato il significato. Sia i versi rumeni che il commento di Monica sono integralmente riportati nella seconda parte dell’articolo.<br />
Delle altre due poesie di Eminescu in programma, la prima <em>CE TE LEGENI?&#8230;/PERCHÉ ONDEGGI?</em> (traduzione italiana di Geo Vasile) è stata letta in entrambe le lingue dalla bella e calda voce di Dora Dombyi; a leggere, invece, <em>INGER DE PAZ/ANGELO CUSTODE</em>  nella versione romena è stata nuovamente la nostra Monica, mentre Bruno Rombi ha letto il testo, da lui stesso tradotto, in italiano.<br />
Si è poi passati ai poeti più vicini a noi, cominciando col prendere in considerazione <strong>NICHITA STANESCU</strong> (1908–1983) del quale la brava Cristina Gemalescu ha interpretato la poesia <em>EMOTIE DE TOAMNA/EMOZIONE D&#8217;AUTUNNO</em>, nelle due versioni italiana e romena.<br />
Nichita Stanescu ha rinnovato la poesia rumena del dopoguerra, riconquistando la libertà della poesia pura. Suoi temi favoriti sono l&#8217;amore e l&#8217;eros. Di lui Miruna ha detto inoltre: “è un inventore linguistico e poetico, capace di creare uno spazio del sentimento diverso da quello conosciuto abitualmente: lo spazio dell’avventura poetica che fa rinascere, ricreando un suo linguaggio nuovo. Nichita Stanescu riconquista la libertà della poesia pura e malgrado all’apparenza la sua sia una poesia difficile, ottiene un grande successo di pubblico”.<br />
La scelta è poi caduta su <strong>ANA BLANDIANA</strong> (1942), con la poesia <em>CANDVA ARBORII AVEAU OCHI/UN TEMPO GLI ALBERI AVEVANO OCCHI</em>, letta ancora dalla nostra brava Monica Andrasescu.<br />
Ana Blandiana  è conosciuta, come ha precisato Miruna Stefanescu, “sia come poetessa e scrittrice di talento sia come combattente per i diritti umani. Prima del 1989 ha avuto il coraggio di criticare apertamente Ceausescu in numerose interviste e dichiarazioni pubbliche, pagando il suo coraggio con vari periodi di reclusione”. E’ stato inoltre precisato che, secondo la Blandiana, “l’immortalità si otterrebbe immedesimandosi nell’universo, l’arte essendo una sorta di mutazione ontologica. La poetessa canta il confine tra il bene ed il male, la luce e la notte, l’interiore e l’esteriore, il paradiso e l’inferno. La morte è da lei vista come un rito nuziale; il senso finale della sua poesia è metaforico, emozionale, e visionario”.<br />
A conclusione della panoramica della poesia romena è stato letto un testo di <strong>ADRIAN PAUNESCU</strong> (1943), intitolato <em>ENIGMATICI SI CUMINTI/ENIGMATICI E BRAVI</em>.<br />
 Adrian Paunescu  è “molto amato dai giovani, che ha conquistato grazie alle sue idee progressiste ed anche alla sua personalità dirompente. Vive con passione: i suoi sentimenti sono sempre portati al parossismo. La sua poesia è sociale, politica, epica, lirica. Abbina il sentimento lirico a quello polemico. I suoi versi per la loro musicalità e ritmo ritornano alla mente come un refrain. La sua poesia rivela l’anima romena, la coscienza nazionale ed etica e diventa un manifesto incendiario del terzo millennio. E’ stato inoltre uno scopritore di talenti”.<br />
Successivamente alle poesie dei maggiori rappresentanti della letteratura romena, sono state proposte le poesie di un manipolo di poeti liguri contemporanei che proprio con i loro versi, nel secolo scorso, sono “immigrati” in Romania ad opera di Bruno Rombi. Bruno Rombi infatti ha svolto un’intensa attività di “esportatore di poeti italiani” in Romania, avendo curato e prefato, spesso insieme all’amico Stefan Damian, alcune antologie bilingui di poeti italiani (prevalentemente liguri, ma anche piemontesi e siciliani) oltre ad alcune raccolte antologiche di un drappello di poeti liguri contemporanei, che ora si apprestano, per usare le sue stesse parole, ad “una vera e propria invasione di campo durante questa serata dedicata alla Poesia Romena”.<br />
I quattro poeti che costituiscono il manipolo rispondono ai nomi di: <strong>Bruno Rombi</strong>, <strong>Elio Andriuoli</strong>, <strong>Margherita Faustini</strong> e <strong>Guido Zavanone</strong>.<br />
Di <strong>BRUNO ROMBI</strong>, l’accompagnatore ufficiale del manipolo, è stata letta, prima nell’originale e poi in rumeno, la poesia <em>IL GIOCO CON DIO/JOCUL CU DUMNEZEU</em>. Si è successivamente passati a <strong>ELIO ANDRIUOLI</strong>, con <em>STAGIONI/ANOTIMPURI</em>, a <strong>MARGHERITA FAUSTINI</strong> con <em>NOTTURNO/NOCTURNA</em>  e a <strong>GUIDO ZAVANONE</strong>, con <em>AL REGISTA/REGIZORULUI</em>. La lettura in romeno è stata fatta da Dora, Cristina, Raluca e Miruna, mentre quella in italiano da Bruno Rombi.<br />
La serata si è poi conclusa con l’intervento del bravissimo <strong>Nelu</strong>, che, accompagnato dalla sua chitarra, ha cantato due suggestive canzoni romene, molto applaudite dal pubblico, che ha ascoltato con la massima attenzione. </p>
<p>Parte seconda: Le Poesie </p>
<p>Riportiamo qui di seguito le poesie che sono state lette giovedì 18 giugno, al SUQ di Genova, durante la manifestazione dedicata alla POESIA ROMENA. Ai testi in lingua originale fa immediatamente seguito la relativa traduzione. I testi romeni non riportano i caratteri particolari per ragioni tecniche.</p>
<p><strong>POETI ROMENI<br />
LUCIAN BLAGA </strong><br />
EU NU STRIVESC COROLA DE MINUNI A LUMII / IO NON DISTRUGGO LA COROLLA DEI MIRACOLI (PRODIGI) DEL MONDO </p>
<p><strong>MIHAI EMINESCU </strong><br />
LUCEAFARUL<br />
INGER DE PǍZA/ANGELO CUSTODE<br />
CE TE LEGENI?&#8230;/PERCHÈ ONDEGGI?</p>
<p><strong>NICHITA STANESCU</strong><br />
EMOTIE DE TOAMNA/EMOZIONE D&#8217;AUTUNNO </p>
<p><strong>ANA BLANDIANA</strong><br />
CÂNDVA ARBORII AVEAU OCHI/UN TEMPO GLI ALBERI AVEVANO OCCHI</p>
<p><strong>ADRIAN PAUNESCU</strong><br />
ENIGMATICI SI CUMINTI/ENIGMATICI E BRAVI</p>
<p><strong>POETI ITALIANI TRADOTTI IN ROMENO<br />
BRUNO ROMBI</strong><br />
CAND ZIUA ITI INTINDE VIATA/QUANDO IL GIORNO TI PORGE LA VITA</p>
<p><strong>ELIO ANDRIUOLI</strong><br />
STAGIONI/ANOTIMPURI</p>
<p><strong>MARGHERITA FAUSTINI</strong><br />
NOTTURNO/NOCTURNA</p>
<p><strong>GUIDO ZAVANNONE</strong><br />
AL REGISTA/REGIZORULUI</p>
<p><strong>LUCIAN BLAGA </strong></p>
<p>EU NU STRIVESC COROLA DE MINUNI A LUMII </p>
<p>Eu nu strivesc corola de minuni a lumii<br />
si nu ucid<br />
cu mintea tainele, ce le-ntalnesc<br />
in calea mea<br />
in flori, in ochi, pe buze ori morminte.<br />
Lumina altora<br />
sugruma vraja nepatrunsului ascuns<br />
in adancimi de intuneric,<br />
dar eu,<br />
eu cu lumina mea sporesc a lumii taina -<br />
si-ntocmai cum cu razele ei albe luna<br />
nu micsoreaza, ci tremuratoare<br />
mareste si mai tare taina noptii,<br />
asa inbogatesc si eu intunecata zare<br />
cu largi fiori de sfant mister<br />
si tot ce-i neinteles<br />
se schimba-n neintelesuri si mai mari<br />
sub ochii mei-<br />
caci eu iubesc<br />
si flori si ochi si buze si morminte.</p>
<p>(1919)</p>
<p>IO NON DISTRUGGO LA COROLLA DEI MIRACOLI (PRODIGI) DEL MONDO </p>
<p>Non distruggo la corolla dei prodigi del mondo, <br />
e non stermino <br />
con la ragione gli enigmi che incontro sul mio cammino, <br />
nei fiori, negli occhi, sulle labbra o nei sepolcri.<br />
La luce altrui <br />
soffoca il fascino impenetrabile nascosto<br />
nelle profondità del buio, <br />
però io,<br />
io con la mia luce ingrandisco il mistero del mondo.<br />
Esattamente come con i suoi bianchi raggi la luna<br />
non rende più piccolo, ma tremolante,<br />
e aumenta ancora di più il mistero della notte,<br />
così io arricchisco anche l’oscuro orizzonte<br />
con gli alti fiori del santo mistero<br />
e tutto ciò che è inintelligibile<br />
si trasforma in maggiormente incomprensibile<br />
sotto i miei occhi,<br />
dato che io amo <br />
e fiori e occhi e labbra e tombe.</p>
<p>(1919)</p>
<p>(Traduzione dal romeno di Stefan Damian e Bruno Rombi)</p>
<p><strong>MIHAI EMINESCU</strong></p>
<p>LUCEAFARUL<br />
A fost o data ca-n povesti<br />
A dost ca niciodata<br />
Din rude mari imparatesti<br />
O preafrumoasa fata.</p>
<p>Si era una la parinti<br />
Si mandra-n toate cele<br />
Cum e Fecioara intre sfinti<br />
Si luna între stele.</p>
<p>Din umbra falnicelor bolti<br />
Ea pasul si-l indreapta<br />
Langa fereastra unde-n colt<br />
Luceafarul asteapta.</p>
<p>Privea in zare cum pe mari<br />
Rasare si straluce,<br />
Pe miscatoarele carari<br />
Corabii negre duce.</p>
<p>Il vede azi, il vede mani,<br />
Astfel dorinta-i gata<br />
El iar privind de saptamani,<br />
Ii cade draga fata.</p>
<p>Cum ea pe coate-si rezima<br />
Visand ale ei tample,<br />
De dorul lui si inima<br />
Si sufletu-i se umple.</p>
<p>COMMENTO DI MONICA ANDRASESCU e MIRUNA STEFANESCU ALLA POESIA LUCEAFARUL </p>
<p>La poesia che ho cantato, e’ un poema filosofico e sociale che mette in mostra l’incompatibilità tra l’artista sensibile ed intelligente e la società gretta e meschina che apprezza soltanto la parte materiale della vita ma è anche un poema d&#8217;amore che invita a riflettere sulla superficialità dei sentimenti umani. Formata da 99 quartine, la poesia è divisa in quattro parti corrispondenti a quattro momenti della storia  d’amore tra Luceafarul, Lucifero, l’astro della notte, e Catalina una fanciulla di stirpe reale. Tutte le sere Catalina chiede al Luceafar di scendere da lei e trasformarsi in uomo così da potersi amare e lui, travolto dalla passione per lei, decide di chiedere al Demiurgo, il Creatore, la mortalità. Mentre lui fa il suo lungo viaggio verso suo padre, Catalina si lascia ingannare da un servo della corte chiamato Catalin e risponde alle sue promesse d&#8217;amore. Quando Luceafarul arriva dal Demiurgo, questi gli fa notare sulla terra la sua amata Catalina fra le braccia di un uomo, suo simile. Allora Luceafarul capisce che Catalina non potrebbe mai corrispondergli lo stesso amore che lui ha per lei. Gli ultimi versi esprimono perciò tutta la solitudine del poeta ed il suo disprezzo per il mondo che non lo capisce e non sa apprezzarlo.</p>
<p><strong>MIHAI EMINESCU</strong><br />
INGER DE PAZA</p>
<p>Cand sufletul noaptea veghea in extaz<br />
Vedeam ca in vis pe-al meu inger de paza,<br />
Incins cu o haina de umbre si raze,<br />
C-asupra-mi c-un zambet aripele a-ntins<br />
Dar cum te vazui intr-o palida haina,<br />
Copila cuprinsa de dor si de taina,<br />
Fugi acel inger de ochiu-ti invins.</p>
<p>Esti demon copila, ca numai c-o zare<br />
Din genele-ti lunge, din ochiul tau mare<br />
Facusi pe-al meu inger cu spaima sa zboare,<br />
El, veghea mea sfanta, amicul fidel?<br />
Ori poate!&#8230;O, &#8216;nchide lungi genele tale,<br />
Sa pot recunoaste trasaturile-ti pale,<br />
Caci tu – tu esti el.</p>
<p>ANGELO CUSTODE</p>
<p>Quando la mia anima di notte vegliava in estasi,<br />
Vedeva come in sogno il mio angelo custode,<br />
Vestito con un abito di ombre e di luce,<br />
Aprire su me le sue ali e sorridere;<br />
Ma da quando t&#8217;ho visto nel tuo abito chiaro,<br />
Fanciulla coperta di brama e di mistero<br />
Quell&#8217;angelo è fuggito vinto dai tuoi occhi.</p>
<p>Saresti un demone, fanciulla, che solo con lo sguardo<br />
Tra le tue lunghe ciglia, del tuo grande occhio<br />
Hai fatto fuggire con spavento il mio angelo,<br />
Lui, mio vigile santo, l&#8217;amico fedele?<br />
Oppure è possibile!&#8230;Oh, chiudi le tue lunghe ciglia,<br />
Sì che possa riconoscere la tua immagine pallida.<br />
Perché tu – tu sei lui. </p>
<p>(Trad. di  Stefan Damian  e Bruno Rombi) </p>
<p><strong>MIHAI EMINESCU</strong><br />
CE TE LEGENI?&#8230;</p>
<p>- Ce te legeni, codrule,<br />
Fara ploaie, fara vant,<br />
Cu crengile la pamant?<br />
- De ce nu m-as legana,<br />
Daca trece vremea mea!<br />
Ziua scade, noaptea creste<br />
Si frunzisul mi-l rareste.<br />
Bate vantul frunza-n dunga -<br />
Cantaretii mi-i alunga;<br />
Bate vantul dintr-o parte -<br />
Iarna-i ici, vara-i departe.<br />
Si de ce sa nu ma plec,<br />
Daca pasarile trec!<br />
Peste varf de ramurele<br />
Trec in stoluri randurele,<br />
Ducand gandurile mele<br />
Si norocul meu cu ele.<br />
Si se duc pe rand, pe rand,<br />
Zarea lumii-ntunecand,<br />
Si se duc ca clipele,<br />
Scuturând aripele,<br />
Si ma lasa pustiit,<br />
Vestejit si amortit<br />
Si cu doru-mi singurel,<br />
De ma-ngan numai cu el!</p>
<p>PERCHÈ ONDEGGI?</p>
<p>-Che ondeggi, mio bosco,<br />
Senza piogge, senza venti,  <br />
Tutti i rami a terra spenti?<br />
-Perché mai non ondeggiare  <br />
Se il mio tempo scade!<br />
Scema il giorno, il buio sale,<br />
Le mie foglie si fan rade.<br />
Soffia il vento tra le fronde-<br />
Il cantor me li disperde;<br />
Da un lato s&#8217;egli batte-<br />
Vien l&#8217;inverno, va l&#8217;estate.<br />
Come non chinare il ramo,<br />
Se gli uccelli se ne vanno!<br />
Sopra i miei ramoscelli  <br />
Passan rondini a stuoli,<br />
Sulle ali i miei pensieri,<br />
La mia sorte, i miei giorni.<br />
Se ne vanno a schiera a schiera,<br />
Gli orizzonti annera,<br />
Se ne vanno come istanti,<br />
Dimenando le lor ali,<br />
E mi lascian derelitto,<br />
Appassito, svigorito,  <br />
Solo solo con l&#8217;affanno,<br />
Unico mio compagno!</p>
<p>(Trad. Geo Vasile)</p>
<p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/stanescu3.jpg?w=113&#038;h=150" alt="stanescu3" title="stanescu3" width="113" height="150" class="alignleft size-full wp-image-1107" /><strong>NICHITA STANESCU</strong></p>
<p>EMOTIE DE TOAMNA</p>
<p>A venit toamna, acopera-mi inima cu ceva,<br />
cu umbra unui copac sau mai bine cu umbra ta.<br />
Ma tem ca n-am sa te mai vad, uneori,<br />
ca or sa-mi creasca aripi ascutite pana la nori,<br />
ca ai sa te ascunzi intr-un ochi strain,<br />
si el o sa se-nchida cu o frunza de pelin.<br />
Si-atunci ma apropii de pietre si tac,<br />
iau cuvintele si le-nec in mare.<br />
Suier luna si o rasar si o prefac<br />
intr-o dragoste mare.</p>
<p>EMOZIONE D&#8217;AUTUNNO </p>
<p>E&#8217; arrivato l&#8217;autunno,<br />
coprimi il cuore con qualcosa, <br />
con l&#8217;ombra di un albero oppure meglio con l&#8217;ombra tua.<br />
Ho paura a volte di non rivederti mai più,<br />
che mi cresceranno ali sottili fino alle nuvole,<br />
che ti nasconderai dentro un occhio straniero,<br />
e lui si chiuderà con la foglia di assenzio.<br />
E allora mi avvicino alle pietre e taccio,<br />
prendo le parole e le annego nel mare, fischio alla luna,<br />
la faccio spuntare e la trasformo in un grande amore.</p>
<p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/num004blandiana.jpg?w=150&#038;h=149" alt="num004blandiana" title="num004blandiana" width="150" height="149" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1118" /><br />
<strong>ANA BLANDIANA</strong><br />
CANDVA ARBORII AVEAU OCHI<br />
Candva arborii aveau ochi,<br />
Pot sa jur,<br />
Stiu sigur<br />
Ca vedeam cand eram arbore,<br />
Imi amintesc ca ma mirau<br />
Ciudatele aripi ale pasarilor<br />
Care-mi treceau pe dinainte,<br />
Dar daca pasarile banuiau<br />
Ochii mei,<br />
Asta nu imi mai aduc aminte.<br />
Caut zadarnic ochii arborilor acum.<br />
Poate nu-i vad<br />
Pentru ca arbore nu mai sunt,<br />
Sau poate-au coborat pe radacini<br />
In pamant,<br />
Sau poate,<br />
Cine stie,<br />
Mi s-a parut numai mie<br />
Si arborii sunt orbi dintru-nceput&#8230;<br />
Dar atunci de ce<br />
Cand trec de ei aproape<br />
Simt cum<br />
Ma urmaresc cu privirile,<br />
Intr-un fel cunoscut,<br />
De ce, cand fosnesc si clipesc<br />
Din miile lor de pleoape,<br />
Imi vine sa strig -<br />
Ce-ati vazut?&#8230; </p>
<p>UN TEMPO GLI ALBERI AVEVANO OCCHI<br />
Un tempo gli alberi avevano occhi,<br />
posso giurarlo,<br />
so di certo<br />
che vedevo quando ero albero,<br />
ricordo che mi stupivano<br />
le strane ali degli uccelli<br />
che mi sfrecciavano davanti,<br />
ma se gli uccelli sospettassero<br />
i miei occhi,<br />
questo non lo ricordo più.<br />
Invano ora cerco gli occhi degli alberi.<br />
Forse non li vedo.<br />
Perché albero non sono più,<br />
o forse sono scivolati lungo le radici nella terra,<br />
o forse,<br />
chissà,<br />
solo a me m’era parso<br />
e gli alberi sono ciechi da sempre.<br />
Ma allora perché.<br />
Quando mi avvicino<br />
sento che<br />
mi seguono con gli sguardi,<br />
in un modo che conosco,<br />
perché, quando stormiscono e occhieggiano<br />
con le loro mille palpebre,<br />
ho voglia di gridare -<br />
Cosa avete visto?…</p>
<p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/adrian-paunescu.jpg?w=150&#038;h=147" alt="Adrian Paunescu" title="Adrian Paunescu" width="150" height="147" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1110" /><strong>ADRIAN PAUNESCU</strong><br />
ENIGMATICI SI CUMINTI</p>
<p>Enigmatici si cuminti,<br />
Terminandu-si rostul lor,<br />
Langa noi se sting si mor,<br />
Dragii nostri, dragi parinti.</p>
<p>Chiama-i Doamne inapoi<br />
Ca si-asa au dus-o prost,<br />
Si fa-i tineri cum au fost,<br />
Fa-i mai tineri decat noi.</p>
<p>Pentru cei ce ne-au facut<br />
Da un ordin, da ceva<br />
Sa-i mai poti intarzia<br />
Sa o ia de la inceput.</p>
<p>Au platit cu viata lor<br />
Ale fiilor erori,<br />
Doamne fa-i nemuritori<br />
Pe parintii care mor.</p>
<p>Ia priviti-i cum se duc,<br />
Ia priviti-i cum se sting,<br />
Lumanari in cuib de cuc,<br />
Parca tac, si parca ning.</p>
<p>Plini de boli si suferind<br />
Ne intoarcem in pamant,<br />
Cat mai suntem, cat mai sunt,<br />
Mangaiati-i pe parinti.</p>
<p>E pamantul tot mai greu,<br />
Despartirea-i tot mai grea,<br />
Sarut-mana, tatal meu,<br />
Sarut-mana, mama mea.</p>
<p>Dar de ce priviti asa,<br />
Fata mea si fiul meu,<br />
Eu sunt cel ce va urma<br />
Dragii mei ma duc si eu.</p>
<p>Sarut-mana, tatal meu,<br />
Sarut-mana, mama mea.<br />
Ramas bun, baiatul meu,<br />
Ramas bun, fetita mea,</p>
<p>Tatal meu, baiatul meu,<br />
Mama mea, fetita mea.<br />
Sarut-mana, tatal meu,<br />
Sarut-mana, mama mea.</p>
<p>COMMENTO-RACCONTO DI MONICA ANDRASESCU ALLA POESIA ENIGMATICI E BRAVI<br />
“Enigmatici e bravi” fa parte delle poesie a sfondo sociale di Adrian Paunescu in cui egli denuncia la situazione difficile delle persone anziane in una Romania soffocata dalla dittatura di Ceausescu in cui i figli avevano degli stipendi così bassi che non potevano assicurare una vecchiaia decente ai loro genitori.<br />
Questa poesia è una preghiera a Dio affinché faccia diventare immortali i genitori e dia loro una nuova giovinezza e la possibilità di ricominciare un altra vita. Allo stesso tempo è anche un invito ai figli di apprezzare i sacrifici che i genitori hanno fatto per loro e di dare conforto e affetto agli anziani genitori pieni di acciacchi e sofferenti finché sono ancora in vita(“coccolate i genitori”).<br />
Le parole della poesia esprimono amore, rispetto per i genitori e invitano i figli a non dimenticarli così come non devono dimenticare che nel ciclo della vita i figli di oggi saranno i genitori di domani.</p>
<p><strong>POETI ITALIANI TRADOTTI IN ROMENO</strong></p>
<p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/appoggiato-a-un-libro-fiorito-ridotta.jpg?w=203&#038;h=300" alt="Appoggiato a un libro fiorito ridotta" title="Appoggiato a un libro fiorito ridotta" width="203" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-1119" /></p>
<p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/rombi-ridotto.jpg?w=138&#038;h=150" alt="Rombi ridotto" title="Rombi ridotto" width="138" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1112" /> <strong>BRUNO ROMBI</strong></p>
<p>IL GIOCO CON DIO</p>
<p>Quando giochi la tua partita con Dio<br />
che credi ti abbia abbandonato<br />
e nemico ti sia<br />
ricordati che Dio non è malvagio,<br />
anche quando ti regala il dolore,<br />
e che non prende mai di mira un figlio<br />
per il gusto di farlo soffrire.<br />
Solo che ogni tanto gioca<br />
a dadi, con te, puntando<br />
su te che lo sorprendi,<br />
e dai tuoi numeri trae la sorte<br />
che poi ti ritrovi.<br />
Qualche volta, vedendo che il tuo azzardo<br />
è più forte che mai,<br />
anche se hai già perso la partita<br />
al gioco ti riammette<br />
e tu riprendi a vivere quel tanto<br />
che ti consente quando tu hai puntato.</p>
<p>27/3/2008</p>
<p>JOCUL CU DUMNEZEU</p>
<p>Atunci cand joci partida ta cu Dumnezeu<br />
care crezi ca te-a parasit<br />
si ca iti e dusman<br />
adu-ti aminte ca Dumnezeu nu este rau,<br />
nici chiar atunci cand iti daruieste durerea,<br />
si ca nu loveste-intr-un copil<br />
din placerea de a-l supune suferintei.<br />
Numai atat ca uneori joaca<br />
zaruri, cu tine, pariind<br />
pe tine care il surprinzi,<br />
si din numerele tale extrage soarta<br />
pe care ti-o gasesti.<br />
Cateodata, vazand ca norocul<br />
ti-e mai puternic ca oricand<br />
chiar daca ai pierdut partida<br />
te-accepta iar la joc<br />
si tu incepi iar sa traiesti atat<br />
cat iti permite ceea ce-ai pariat.</p>
<p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/elio-ridotta.jpg?w=104&#038;h=150" alt="Elio ridotta" title="Elio ridotta" width="104" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1113" /> <strong>ELIO ANDRIUOLI</strong></p>
<p>STAGIONI</p>
<p>Un nuovo inverno. Ora nel fondo arrossa<br />
la memoria il suo gelo. Si distende<br />
su deserti di neve. Non un raggio<br />
verrà a destarci. Più nessun richiamo<br />
salirà chiaro a rinfrescarci il cuore.</p>
<p>Sopra le acque della morta gora<br />
solo un lungo silenzio, un lungo oblio.</p>
<p>ANOTIMPURI</p>
<p>O alta iarna. Amintirea acuma-n<br />
adinc roseste frigul sau. Se-ntinde peste<br />
pustiuri de zapada. Nici o raza<br />
ne va trezi, nici o chemare clara<br />
nu va sui spre a-i aduce inimii racoarea.</p>
<p>Si peste moarte ape de canale<br />
numai tacerea lunga si uitarea.</p>
<p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/faustini-ridotta.jpg?w=109&#038;h=150" alt="Faustini ridotta" title="Faustini ridotta" width="109" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1114" /> <strong>MARGHERITA FAUSTINI</strong></p>
<p>NOTTURNO</p>
<p>Finestra ancora accesa.<br />
Sulla poltrona a macchie<br />
il vecchio infreddolito<br />
aspetta invano<br />
un lontano richiamo.</p>
<p>Racconta la sua storia<br />
al cane che sonnecchia.</p>
<p>La notte scivola nell&#8217;alba<br />
a rischiare la solitudine.</p>
<p>NOCTURNA</p>
<p>Fereastra inca luminata.<br />
Pe fotoliul cu pete<br />
infrigurat, batrinul<br />
asteapta-n van<br />
chemarea de departe.</p>
<p>Isi spune povestea<br />
ciinelui atipit.</p>
<p>Si noaptea se preface-n zori<br />
sa-i lumineze-nsingurarea.</p>
<p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/foto-guido-ridotta.jpg?w=114&#038;h=150" alt="Foto Guido ridotta" title="Foto Guido ridotta" width="114" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1115" /> <strong>GUIDO ZAVANNONE</strong></p>
<p>AL REGISTA</p>
<p>Non biasimarmi<br />
se recitata la parte<br />
indugio, se ancora mi volgo<br />
a guardare la scena.</p>
<p>Perché dissi poche battute,<br />
in fretta,<br />
senza intenderne il senso,<br />
venuto dall&#8217;ombra stordito<br />
in questa vampa di luci;<br />
e mi fai cenno di uscire.</p>
<p>REGIZORULUI</p>
<p>Sa nu ma dojenesti<br />
daca interpretindu-mi rolul<br />
mai zabovesc, de inca ma intorc<br />
sa vad iar scena.</p>
<p>Fiindca am dat numai putine replici<br />
in graba,<br />
fara a le intelege sensul,<br />
venind la rampa, ametit<br />
in aceasta vapaie de lumini;<br />
si tu, imi si faci deja semn sa ies.</p>
<p>Ringrazio vivamente Monica Andrasescu che si è molto prodigata per la riuscita di questo lavoro, procurando e correggendo i testi in lingua romena.<br />
Liliana Porro Andriuoli </p>
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		<title>RECENSIONE</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 18:47:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ilgattocertosino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Liliana Porro Andriuoli
Gli studiosi dell’800 letterario italiano nei loro saggi si soffermano in genere sui poeti maggiori, come Foscolo, Manzoni, Leopardi e lo stesso Carducci, mentre i poeti minori vengono troppo spesso trascurati. Quanto mai opportuno appare dunque il nuovo libro di Silvano Demarchi, dedicato appunto ai Poeti minori dell’800 italiano (Padova, Venilia Editrice, 2009), [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ilgattocertosino.wordpress.com&blog=613472&post=1077&subd=ilgattocertosino&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img src="http://ilgattocertosino.files.wordpress.com/2009/06/save0245.jpg?w=210&#038;h=300" alt="SAVE0245" title="SAVE0245" width="210" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-1080" /><em>Liliana Porro Andriuoli</em></p>
<p>Gli studiosi dell’800 letterario italiano nei loro saggi si soffermano in genere sui poeti maggiori, come Foscolo, Manzoni, Leopardi e lo stesso Carducci, mentre i poeti minori vengono troppo spesso trascurati. Quanto mai opportuno appare dunque il nuovo libro di <strong>Silvano Demarchi</strong>, dedicato appunto ai <em><strong>Poeti minori dell’800 italiano </strong></em>(Padova, Venilia Editrice, 2009), nella cui produzione si possono trovare anche oggi testi godibilissimi. (Di Silvano Demarchi poeta in proprio ci siamo già occupati, dedicandogli la <strong>Lettera in Versi</strong> n. 15, del settembre 2005).<br />
Il primo degli otto poeti presi in esame da Demarchi è <strong>Giovanni Berchet</strong>, ricordato come autore di un poemetto <em>I profughi di Parga </em>e di alcune romanze, quali <em>Il romito del Cenisio</em>, <em>Clarina</em>, <em>Giulia</em> e specialmente, tra <em>Le fantasie</em>, <em>Il Giuramento di Pontida</em>, che ai loro tempi ebbero molta risonanza; ma soprattutto come autore di versi “pervasi da un tono lirico-elegiaco”, quali quelli della romanza <em>Il trovatore</em>. Berchet è anche noto per aver scritto <em>La lettera semiseria</em>, con la quale ha inizio in Italia il dibattito sul Romanticismo.<br />
<span id="more-1077"></span><br />
<strong>Niccolò Tommaseo</strong> viene menzionato oltre che come studioso di filologia e retorica (<em>Dizionario della Lingua Italiana</em>, <em>Dizionario dei Sinonimi</em>) anche come scrittore e patriota (<em>Dell’Italia</em>). Del Tommaseo scrittore vengono ricordati il romanzo <em>Fede e Bellezza </em>e i versi delle <em>Confessioni</em>, una sorta di rievocazione di esperienze personali, in particolare amorose. Al terzo posto troviamo <strong>Giuseppe Giusti</strong>, poeta satirico che con le sue poesie quali <em>La chiocciola</em>, <em>Il re travicello</em> (reputata dal Momigliano “la migliore delle sue satire”), <em>Il brindisi di Girella</em> e <em>Sant’Ambrogio</em>, contribuì non poco a creare una coscienza nazionale. Il Giusti fu inoltre autore di taluni componimenti d’ispirazione più schiettamente “lirica e sentimentale”, quali <em>La fiducia in Dio</em> e <em>Affetti di una madre</em>.<br />
Nel capitolo dedicato a <strong>Giovanni Prati</strong> e a <strong>Aleardo Aleardi</strong>, (scrittori che vengono inseriti nel nostro “secondo Romanticismo”) Demarchi mette a confronto questi due poeti notando come il primo, Giovanni Prati, sia più esuberante e dalla vena più ricca, anche se meno sorvegliata. Si ricorda di lui il poemetto in endecasillabi sciolti <em>Edmengarda</em>, <em>Il canto d’Igea</em> (in cui viene esaltata “la vita a contatto con la natura”) e <em>Incantesimo</em>, considerato il suo capolavoro.<br />
Aleardo Aleardi fu invece maggiormente sentimentale (sentimentalismo che oggi gli viene rimproverato, ma che fu molto apprezzato quand’egli era in vita) e si distinse in particolare per i suoi <em>Canti</em> di carattere patriottico. Si ricordano di lui inoltre <em>Lettere a Maria</em>, <em>Raffaello e la Fornarina</em> e specialmente <em>Monte Circello</em>, che viene considerato la sua opera più riuscita.<br />
<strong>Giacomo Zanella</strong>, “uno dei poeti più sobri e composti dell’Ottocento minore”, è qui menzionato soprattutto per il suo componimento più famoso, <em>Sopra una conchiglia fossile</em>, che viene partitamene esaminata, e per i sonetti dell’<em>Astichiello</em>, nei quali “tocca il vertice della sua arte per la tersa eleganza del verso e la sua compostezza tutta classica”. Tra questi sonetti Demarchi ricorda <em>Temporale estivo</em>, <em>Ruth</em>, e <em>Notte lunare</em>.<br />
Segue un capitolo dedicato alla Scapigliatura milanese, chiamata spesso anche “terzo Romanticismo”. Dei suoi esponenti sono qui presentati <strong>Emilio Praga</strong>, <strong>Arrigo Boito</strong>, <strong>Iginio Ugo Tarchetti</strong>, <strong>Giovanni Camerana</strong>, fautori di una concezione dell’arte anticonformista e ribelle, che tuttavia in taluni casi riesce a tradursi in opere degne di rilievo, come il <em>Mefistofele</em> di Arrigo Boito e la <em>Tavolozza</em> di Emilio Praga, un testo, quest’ultimo, in cui si nota “un’insorgente ispirazione maledetta” (Mario Petrucciani).<br />
Il libro si chiude con due poeti dialettali <strong>Carlo Porta</strong> e <strong>Giuseppe Gioacchino Belli</strong>: il primo, milanese, è ricordato per la forza realistica della descrizione e per i sentimenti che vengono espressi in alcune sue poesie, a tutt’oggi molto valide, quali <em>La Ninetta del Verzèe</em>, <em>Lament del Marchionn di gamb avert</em>, <em>Desgrazi de Giovannin Bongee</em>; del secondo, romano, Demarchi cita i numerosi sonetti, nei quali con spirito caustico viene descritta la Roma del suo tempo in maniera quanto mai efficace.<br />
Nel presentarci questi poeti Silvano Demarchi ne delinea la personalità con grande efficacia, collocandoli con acuta intuizione nel tempo in cui vissero; si giova inoltre di numerose notizie di carattere bibliografico e dei riferimenti critici di maggior rilievo. Un altro pregio del saggio consiste nel fatto che, prestandosi ad una piacevole lettura, limpida e piana, offre a coloro che, con il trascorrere degli anni avevano perduto la dimestichezza con questi autori, l’opportunità di rivisitarli, gustando testi che il passare del tempo non ha privato dell’originario valore.<br />
Ne risulta un lavoro utilissimo e quanto mai opportuno nell’epoca in cui viviamo, sovente distratta nei confronti del nostro passato e propensa a dimenticarne i pregi.</p>
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