
Francesco Mari
Mai avrei creduto che dopo un trimestre di lâches lezioni di tedesco (lo scriverei in italiano, ma «pigro» non rende, e «lasso» fa tanto Guittone d’Arezzo) mi sarei ritrovato di fronte a 15 pagine di articolo scientifico da tradurre. Nessuno mi ha ancora spiegato i pronomi, il congiuntivo men che meno, figurarsi le proposizioni indirette («La particule séparable va toujours à la fin de la phrase», dice la mia prof). Ma nessuno mi ha fatto sconti sulla bibliografia, e per cominciare a scrivere il mio, ho bisogno di leggere l’altrui. E perciò, riga dopo riga, mi ci provo da giorni. Tentando di rizucostruire (gli zu si infilano ovunque!) le critiche di un tedesco a un libro francese che analizza testi in greco antico. Cool.
Sabato, 9 Gennaio 2010. L’ultima sala della mostra «De Byzance à Istanbul», Grand Palais.
Sto in piedi in questa grande stanza nera. Dalle pareti lucide piove la luce alogena dei faretti che illuminano un’ampia porzione di pavimento, di fronte a me.
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Francesco Mari





